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Consigli di lettura: Colori proibiti, di Yukio Mishima

Uno dei concetti che più mi è rimasto appiccicato tra quelli appresi negli anni del liceo classico è l’etimologia della parola perfezione: è un derivato del verbo perficere che significa, letteralmente, portare a compimento.
Ne deriva che la perfezione è il compimento di qualcosa, e che l’aggettivo perfetto, accostato a un qualsiasi termine, indica che quell’oggetto non ha bisogno di ulteriori ritocchi.
Sta bene così, ha toccato il punto più alto della sua parabola, del suo aspetto, della sua conformazione.
Perché inizio una recensione di un testo di Mishima con una digressione sul concetto di perfezione?
Perché non credo che esista un altro termine che possa descrivere meglio il percorso umano e artistico di quest’uomo fuori dal comune.
25 novembre 1970: una data che in Giappone è diventata un pezzo di storia.
Yukio Mishima, assieme a quattro fidati uomini del Take no Kai, una specie di milizia da lui stesso creata, occupa il Ministero della Difesa e, dopo un discorso celebrato di fronte all’esercito e alla stampa, si toglie la vita secondo le regole del suicidio rituale.
Sul significato politico di tale gesto è stato scritto di tutto di più, quasi sempre tentando di incasellarlo all’interno di schemi politici ben lontani dalla visione che aveva l’autore: il nazionalismo di Mishima, la critica all’occidentalizzazione del Giappone poco hanno a che spartire con l’etichetta di “fascista” che gli è stata appiccicata addosso da certa critica nostrana.
Fa tutto parte di una precisa visione filosofica che l’autore ha costruito nell’arco di una vita intera, e che tocca la sfera politica solo parzialmente (e marginalmente).
Perché ho scelto di tirare in mezzo un discorso tanto scomodo e sgradevole?
Per due ragioni: la prima è che quel suicidio così eclatante è stato il punto di arrivo di tutto il percorso e umano e artistico di Mishima, e volente o nolente non si può intavolare un discorso che sia uno su questo autore senza affrontarlo; due: perché la morte in generale, e il suicidio in particolare, è solo uno dei tanti temi affrontati dall’autore in Colori Proibiti.
Partiamo, infatti, da una considerazione essenziale: Colori Proibiti è un libro che contiene in sé svariati libri: il tema della “maschera”, tanto caro alla cultura giapponese; il tema della condizione dei maschi omosessuali nella Tokyo del dopoguerra; il dualismo vecchiaia/giovinezza, ma anche quello cultura occidentale/orientale; la misoginia, la maternità, l’amore che si realizza solo attraverso la sua stessa negazione; una certa visione della politica, della società e della sua ipocrisia, etc…
C’è una forte componente autobiografica, certo, vale per tutte le opere di questo scrittore ma qui, tutto sommato, è meno “evidente” rispetto al più famoso Confessioni di una maschera.
Come nella mostra sulla sua vita che venne organizzata poco prima del suicidio, in cui il percorso era diviso in quattro “fiumi” che solo percorrendo assieme restituivano un’immagine completa dell’uomo e dell’artista, così l’unione di tutte le sotto-trame e le tematiche restituisce il quadro completo della mente di un uomo incredibile e incredibilmente colto.
Già un riassunto di massima della trama la dice lunga sulla complessità di questo libro: Shunsuke è un anziano scrittore che segue la giovane amante Yasuko in una località balneare. Sospetta, infatti, che lei sia l’ennesima donna che lo abbia tradito. Arrivato lì scopre che Yasuko è in effetti innamorata di un altro uomo, un ragazzo bellissimo e apparentemente incapace di provare amore, Yuichi.
Facendo leva sull’ingenuità del giovane e offrendosi di aiutarlo economicamente Shunsuke, un uomo che è sempre stato brutto e sgradevole, fa di Yuichi il suo strumento di vendetta nei confronti delle donne che lo hanno fatto soffrire.
Qui parte un romanzo quasi parallelo che, seguendo lo schema classico del romanzo di formazione, segue Yuichi nell’esplorazione della propria omosessualità: dalla scoperta delle coppie clandestine nei parchi pubblici alla frequentazione di locali e party sempre più esclusivi; dalle prime esperienze con giovani di pari età a relazioni con uomini sempre più altolocati.
Si intrecciano a questi due filoni l’evoluzione di alcuni altri personaggi, perfettamente definita, tra cui spiccano i coniugi Kaburagi (lei in particolare, forse il più bel personaggio di tutto il libro) e Yasuko, la giovane ingenua che nel corso della storia diviene sempre più consapevole del suo ruolo al fianco dell’indecifrabile Yuichi e, successivamente, di madre.
Ma tutti i personaggi, anche quelli più infimi, sono cesellati con cura, emergendo dalla pagina quasi come persone in carne e ossa.
L’elemento che più mi ha colpita del libro, però, è il modo armonioso e perfettamente coerente con cui Mishima mescola filosofia orientale e occidentale: è la prima volta che mi capita di imbattermi in un romanziere che citi con tanta cognizione di causa Winckelmann, la filosofia e i fondamenti della storia dell’arte greca: la descrizione dell’attimo in cui gli occhi di Shunsuke si posano sulla figura di Yuichi che emerge dalle onde del mare di ritorno da una nuotata mi ha ricordato il modo accorato in cui Winckelmann descrive l’Apollo del Belvedere, che tanto mi colpì il primo anno di università.
Yuichi è l’incarnazione fisica del concetto di Kouros, una tipologia piuttosto importante di statua greca arcaica che rappresentava il giovane ideale (Kore è il corrispettivo femminile): come una statua, come un’idea che deve essere sviluppata, all’inizio è vuoto, privo di pensieri ed emozioni. Sono le esperienze che lo riempiranno, le parole di Shunsuke ma anche gli incontri al Rudon (un locale che rappresenta una delle ambientazioni principali del romanzo) che lo plasmeranno, rendendolo finalmente una persona vera, con proprie ambizioni e desideri e obiettivi.
Solo allora potrà liberarsi dal vincolo che lo tiene legato a Shunsuke.
E però anche il vecchio scrittore, che è tutto meno che un “villain” inteso alla maniera occidentale, seguirà un proprio percorso evolutivo, plasmato da ciò che vivrà di riflesso grazie a Yuichi, in una lunga riflessione spirituale e artistica, colma di riferimenti alla letteratura giapponese, sulla bellezza e la crudeltà della giovinezza.
Colori Proibiti non è una lettura facile, e sotto un certo punto di vista neanche piacevole.
È un libro denso, dove ogni riga ha un peso specifico, ogni parola usata un significato preciso.
Richiede pazienza, ma ripaga dello sforzo.
Perché la lettura è anche questo: una sfida, e i libri montagne da scalare.
Lungi da me voler attaccare una filippica sull’importanza di leggere “alta letteratura”, discorso scemo che ha poco senso, dirò più banalmente che, a volte, è necessario mettersi alla prova, vedere fin dove l’intelletto è in grado di arrivare, fin dove siamo in grado di comprendere qualcosa che è più grande di noi.
È grazie a questo tipo di sfide che possiamo definire meglio noi stessi, i nostri “contorni”, i nostri campi di interesse e le nostre priorità.
Non è questione di cultura, o di superiorità morale: è l’equivalente per la mente del fare sport.
Ogni tanto bisogna alzare l’asticella per vedere fin dove si riesce a saltare: Mishima può essere un bel traguardo.
Non fosse altro che, per una volta, vi troverete di fronte a veri omosessuali maschi giapponesi, e non alle loro rappresentazioni stereotipate da manga.

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