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La Bellezza non ha bisogno di cantori, ma di buoni narratori

Da persona che, da un paio d’anni, ha iniziato a occuparsi in maniera professionale di traffico internazionale di reperti tendo sempre ad accogliere con un certo entusiasmo opere di intrattenimento che toccano questo tema o, in generale, che parlano di Art Crime.

Ci sono volte in cui il mio entusiasmo viene ripagato, come nel caso della saga L’arte del delitto di Josh Lanyon, o come in queste ultime settimane, quando sono incappata nella serie televisiva francese L’art du Crime.

Più spesso, purtroppo, tocca recriminare, come nel caso della serie di Sky Atlantic Riviera, nata come thriller finanziario giocato sull’uso del collezionismo come mezzo per riciclare denaro e finita per diventare un pastrocchio senza senso, al punto da spingere perfino il suo creatore a disconoscerla.

E poi c’è il caso di Una storia senza nome, presentato ieri fuori concorso al Festival del Cinema di Venezia.

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Premessa: io amo il cinema. Alla follia. Guardo un sacco di film, cerco di leggere libri sul tema quando ne ho l’occasione, seguo una caterva di blog cinematografici.

Uno dei miei preferiti si chiamava Friday Prejudice, prendeva i trailer dei film in uscita in settimana e si divertiva (letteralmente) a darne un giudizio basandosi solo sulle poche informazioni a disposizione, stabilendo se valeva la pena o no fidarsi.

Ecco, guardando per la prima volta il trailer di Una storia senza nome e cercando un po’ di informazioni in giro mi sono fatta la stessa domanda: andrei al cinema a vederlo?

La risposta è stata un NO secco e adesso provo a spiegarvi anche il perché.

La trama, in breve: membro delle Forze dell’ordine in pensione contatta sceneggiatrice ghost writer per metterle in mano la storia del furto della Natività di Caravaggio, uno dei più tristemente famosi della storia dell’arte. Lei accetta l’incarico e da lì in poi iniziano a succedere brutte cose soprattutto ad Alessandro Gassmann, che sarebbe il tizio per cui lei (Micaela Ramazzotti) fa lo zerbino sia a livello professionale che sentimentale.

Premettendo che già su questa sinossi avrei un sacco, ma un sacco di cose da ridire, e anche un discreto numero di battutacce da fare (basate sul confronto con la mia esperienza personale, tra l’altro), ciò che mi ha spinto ad aprire la casella e scrivere questo post sono state le dichiarazioni del regista rilasciate durante la conferenza stampa a Venezia e riportate da Repubblica:

“Oggi la politica, che sia incarnata in Donald Trump o nei casi nostri, ha questo aspetto un po’ ridicolo  – spiega il regista – Questa storia viene da quell’insieme di ridicolo e tragico che rappresenta bene il potere nel nostro Paese da quell’idea di potere che nella storia del furto del Caravaggio, un capolavoro rubato e dato in pasto ai porci, come riferito da alcuni pentiti, è un racconto perfettamente aderente ai nostri trascorsi. Se custodire e tramandare la bellezza è la forma più elementare di civiltà, questo grado minimo in Italia è sempre stato a rischio”.

A parte che io faccio fatica a trovare qualcosa di ridicolo in tutta la faccenda del furto di questo dipinto, tagliato con un taglierino e portato via di notte dall’oratorio palermitano in cui era conservato nel 1969, intercettato e accalappiato dalla mafia con lo scopo di farne merce di scambio nell’ambito della trattativa Stato-Mafia, sarebbe stato carino far presente ad Andò che, semmai, nonostante questi episodi se c’è un paese al mondo che è sempre stato all’avanguardia e in prima linea per la lotta al contrasto del traffico di opere d’arte quel paese è proprio l’Italia.

Almeno dal 1820, anno di proclamazione dell’editto del Cardinal Pacca, primo provvedimento legislativo a tutela del nostro patrimonio archeologico ed artistico.

Senza voler proseguire il lungo elenco di leggi che gli sono succedute, sarebbe stato carino ricordare ad Andò  che l’Italia è stata anche il primo paese al mondo ad istituire un corpo dedito alla salvaguardia della nostra cultural heritage, quel Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri che, a tutt’oggi, è un modello di riferimento per le polizie di mezzo mondo.

E prima che mi si tacci di essere ultranazionalista (cosa che non sono, ma da qui a sputare a prescindere sul paese in cui sono nata e vivo ce ne corre), vorrei far presente che tra coloro che sono stati ispirati dall’operato del TPC c’è anche Matthew Bogdanos, ex Marine e procuratore di New York molto attivo contro il traffico illecito di reperti archeologici, tema a cui si è avvicinato dopo aver visto in Iraq, e proprio operando al fianco dei carabinieri.

Ma tutto questo al regista non pare interessare, nella sua visione della faccenda esiste solo il Male e l’unico rimedio è… il cinema.

Rega’, davvero, io avrei voluto provare a dare una chance a questo film, ma come si fa a fidarsi di una roba dove la ricostruzione di uno dei più importanti furti d’arte della storia viene affidata a una sceneggiatrice?

Storici dell’arte, questi sconosciuti. Cioè, i francesi sono riusciti a fare un (bel) telefilm partendo dalla figura di una ricercatrice del Louvre che, per riscattare tutta una serie di magagne sue personali si iscrive all’albo dei periti del tribunale per collaborare con il reparto della polizia dedito al contrasto del traffico di opere d’arte ma noi, che di questo settore siamo stati pionieri, lasciamo che una storia come quella del furto della Natività divenga un pretesto per celebrare la capacità narrativa del cinema.

Pensate che scemo Ben Affleck quando, per fare la stessa cosa, si è andato a cercare una storia vera in cui il cinema fu effettivamente d’aiuto al governo americano, vincendoci pure un Oscar.

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“Questo è un film sul cinema – spiega Andò – La storia di questo furto ci arriva attraverso i racconti dei pentiti che si sono contraddetti tra loro negli anni e questo mi sembrava uno spunto buono per parlare del rapporto che c’è tra il cinema e la realtà, volevo che il film fosse un dispositivo attraverso cui indagare la realtà. Ho pensato a una commedia che potesse raccontare come il cinema, nonostante la sua fragilità attuale, possa ancora attraverso l’immaginazione cogliere un frammento di verità”.

Cioè, capite?

Questo è un film sul cinema. Non sull’arte perduta, non sul potere che usa la bellezza come merce di scambio, no: viene presentata come l’ennesima pellicola ombelicale in cui il cinema italiano si da il cinque alto da solo.

E per carità, di motivi per cui il cinema italiano, oggi, debba essere fiero di se stesso ce ne sono tanti (Garrone, Sorrentino, Sollima, Guadagnino, Mainetti, tanto per fare un po’ di nomi a caso), ma sono abbastanza sicura che l’idea di prendere una storia per sentito dire e usarla per dirsi da soli quanto si è fighi non sia tra questi.

Che pure l’autoreferenzialità è un genere che bisogna saper girare, e usare una storia tanto complessa e dalle implicazioni tanto profonde tanto per far parlare di sé e darsi un’aria da film impegnato non è una grande idea.

Ripeto: io di film su questi temi ne vorrei uno al mese, tipo universo Marvel, son la prima ad avere interesse a che il grande pubblico capisca quanto un’opera d’arte e un reperto archeologico vengano visti da terroristi, criminali e uomini d’affari senza scrupoli come mezzi per far soldi rischiando relativamente poco (molto meno che a smerciare droga, armi ed esseri umani), ma mi piacerebbe anche che chi ne parla lo facesse nel pieno rispetto della tematica, non usandola solo come ambientazione cool o come lumino lampeggiante per attirare l’attenzione.

Il settore degli studi sull’Art Crime è in crescita costante: si moltiplicano i corsi post-laurea, le certificazioni, i Master.

Le case d’asta hanno sempre maggior interesse ad avere al proprio interno specialisti in provenienza delle collezioni, e le forze di polizia hanno sempre più bisogno di esperti che sappiano non solo stabilire l’autenticità o meno di un reperto, ma anche di aiutarli a trovare prove che possano consentire il rimpatrio di oggetti preziosi che si trovano in molti musei esteri, ad esempio.

Sarà che il mio compito è, attualmente, proprio quello di ricostruire la storia dell’acquisizione di un certo corredo funebre di grande importanza, mi ferisce vedere che questo compito non lo si reputa degno di uno specialista ma lo si ritiene roba da cantastorie, come fosse una mera faccenda narrativa.

E, tanto per essere chiari anche con chi ha chiuso l’articolo per Repubblica: la verità sulla Natività di Caravaggio si saprà.

C’è gente che ci sputa il sangue da decenni, per ritrovarla.

La versione di Andò non ha e non avrà mai lo stesso valore.

Perché il cinema è grande solo quando si concentra sulla storia, eliminando gli orpelli.

Per questo conto che, un giorno, anche la nostra “Grande Bellezza” troverà cantori migliori, gente che anziché star lì a frignare che o tempora, o mores! si prenda la briga di raccontare chi erano Rodolfo Siviero e il generale Roberto Conforti, del cratere di Eufronio e della Venere di Morgantina.

Che si ricordi, insomma, che oltre alle storie perdute c’è anche chi ha lottato per restituirne altrettante.

Lo so che sono tempi difficili, lo sconforto prende anche me e più di una volta.

Ma volersi concentrare solo sul nero non fa che peggiorare le cose.

L’Italia ha tante cicatrici, tante opere che le sono state strappate ingiustamente: ma in mezzo alle cicatrici sono stati piantati semi che, spesso, hanno fatto germogliare piante rigogliose.

 

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