weltanschauung

Il tarlo

È mezzanotte e dovrei essere a letto da almeno mezz’ora.

Domani mattina dovrei essere fuori dal letto alle sei e mezza, e uscire di casa in tempo per prendere il treno delle otto e un quarto.

Sullo scrittoio sono disposte le cose che dovrei mettere nella borsa: i taccuini con gli appunti (quello di Tiger per le collocazioni e gli appunti; quello del negozio tutto a un euro sotto casa per uso tipo agenda); l’astuccio rigido con le tre penne (quella gel per gli appunti, quella nera per compilare le richieste di lettura in carta carbone e una blu di riserva), la matita e l’evidenziatore (rosa); il Kindle per leggere in treno; il modem portatile; il power bank; la pochette col kit di sopravvivenza (Aulin per il mal di testa, antistaminico per le punture d’insetto, Enantyum per i dolori mestruali, Magnesia per il bruciore di stomaco, due tipi di salviette umidificate, un paio di assorbenti in bustina, fazzoletti di carta di varie marche e gradi di disfacimento); auricolari; portatile.

Di solito avrei detto tablet e tastiera ma domani devo-assolutamente-scrivere e quindi portatile.

Niente quadernone, niente fotocopie: solo un nome.

L’ennesima collezione da rintracciare.

Non ci vogliono più di cinque minuti per assemblare il tutto, ormai è memoria muscolare, domattina toccherà alla borsa del pranzo (tramezzini, acqua con integratore salinico, un po’ di frutta) e poi via.

Treno, metro, Via dei Fori Imperiali a piedi (ciao, Colosseo, ciao, Basilica di Massenzio, rione Monti sai che ti amo, Foro e Fori, chi ha costruito cosa, la parete della Forma Urbis), scale (saluta la chiesa di San Marco che occhieggia dietro le grate del portone, accarezza il corrimano a forma di serpente), striscia il badge, l’armadietto oggi sopra perché ormai sei di casa, il solito tavolo è libero, la colonna Traiana ondeggia dietro gli spessi vetri delle finestre perennemente chiuse.

Odore di polvere, legno, carta.

Odore di buono.

No, meglio: odore di sicuro.

In pochi posti mi sento al sicuro come a Palazzo Venezia.

Nonostante fossi qui l’11 settembre, a vedere una mostra con alcune amiche (una di loro sarà mi allieva quest’anno, fa strano scriverlo), coi turisti americani che ricevevano le prime notizie ed entrarono nel panico, col rischio attentati che paralizzò il centro storico costringendoci a tornare a Termini a piedi, tanta paura, genitori angosciati al telefono, treni in ritardo, mia madre che voleva strozzarmi senza sapere nemmeno bene perché, non era colpa nostra, non era colpa di nessuno.

Nonostate un molestatore abbia tentato di inseguirmi fin sulle scale, o forse proprio per quello. Un bibliotecario, che vide la scena sui monitor di sicurezza, uscì e mi scortò in sala.

Eppure è qui che ho goduto del privilegio raro di poter passare del tempo in solitudine con l’ultimo dipinto di Leonardo, ed è sempre qui che ebbi l’occasione di vedere di persona Botero, e il suo ciclo di dipinti sulle torture di Abu Grahib.

È qui che ho mandato in frantumi e ricostruito la mia vita.

La verità è che scapperei qui un giorno a settimana anche se non avessi ricerche da fare, anche solo per mangiare seduta su una delle panchine del giardino, circondata da turisti e dalla folla variopinta degli studenti dell’Accademia delle Belle Arti.

Anche solo per prendere un volume a caso dagli scaffali e riempire gli occhi di meraviglia.

È mezzanotte e mezza, ormai, e io dovrei staccare tutto e andare a dormire, ma non ci riesco.

Oggi sono successe cose belle, stasera cose strane.

Più che tutto: ho smesso di negare l’evidenza e accettato di avere un bisogno fortissimo, lancinante nella sua urgenza: salire su un aereo e andare.

Non per un viaggio, o semplicemente per scappare, come ai tempi in cui nei muri del Colosseo cercavo le proporzioni di Las Ventas.

Non è un desiderio cieco.

Ho il bisogno di costruire, di prendermi cura di me.

Ho bisogno che sentirmi al sicuro diventi la norma.

Ho bisogno di vivere in un posto che di notte non mi faccia digrignare i denti e che di giorno non mi consumi d’ansia e di rabbia.

Ho bisogno di un trattato di pace, non dell’ennesima tregua.

Ho bisogno di portare al sicuro tutto ciò che c’è di buono nella mia vita e permettergli di germogliare: la ricerca, la scrittura, la curiosità e la voglia di esplorare.

So che ci sono persone che mi vogliono bene, e so anche che, in un modo distorto, mi vuole bene anche chi mi sta facendo del male ma è proprio per non avvelenare del tutto la consapevolezza di quel bene che mi devo allontanare.

Non per un giorno a settimana, non per un week end al mese, o per un viaggio ogni tanto.

Mi merito di stare bene 365 giorni all’anno.

 

 

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