weltanschauung

Sbronza triste

Uno dei tanti motivi per cui non mi sono mai davvero ubriacata è che l’alcol mi fa sentire triste.

Davvero: mi bastano due-tre bicchieri di vino, magari un goccio di liquore, e mi monta addosso una tristezza pesante come un tappeto.

Un giorno guarderò a questo periodo e potrò dire, ridendo: “Nei giorni in cui il mondo rischiava di perdere Notre Dame, io rischiavo di perdere un organo interno.”

Può suonare melodrammatico ma, in fondo, entrambi gli elementi si bilanciano: i danni al simbolo di Francia sono più gravi di quello che la gente pensa, e la faccenda del restauro sarà lunga e complessa; mentre il mio utero per ora rimarrà dov’è, anche se sotto i ferri dovrò finirci lo stesso.

E permane sempre in me quel senso di alienazione dalla vita, quell’essere dall’altra parte di dove dovrei essere, in un posto freddo con la luce satura delle scene ambientate a Grande Inverno in Game of Thrones.

Quel senso di spossatezza derivante dalla difficoltà di centrare anche gli obiettivi più semplici, tipo festeggiare il compleanno nella città in cui avrei sempre voluto essere, viaggio che avevo prenotato perché ero convinta di avere sufficienti soldi da parte, e soldi che si sono volatilizzati perché la sfiga esiste eccome, e si tira appresso un sacco di spese impreviste.

Tipo ecografie, risonanze magnetiche, visite da fare in privato perché se proprio devi aspettare qualche mese (e tutto sommato non potresti e dovresti) allora preferisci farlo per l’intervento.

Poi certo, io sono ancora qui convinta che, tutto sommato, come per magia l’articolo che devo consegnare entro il 30 questa settimana si completerà da solo e io potrò dirmi che almeno sono una che non molla, ma la verità è che sono due giorni che apro il file e riesco solo a fissare quella manciata di pagine dove sono fissati due concetti in croce, e pure con un lessico rachitico e un tono tutt’altro che convinto.

Mi manca Palazzo Venezia.

Mi fa rabbia non riuscire ad andare a pranzo con Si e Yu.

Una parte di me almeno è convinta che sia sano, tutto sommato, reagire così, sentirsi di merda, che era peggio quando prendevo le cose con cinismo, digrignando i denti (arrivai a un punto in cui dovetti ripetere tipo mantra che ero migliore di così, e in un certo senso funzionò), che sarebbe stato peggio se avessi alzato le spalle e avessi detto “meglio così”, se avessi usato questo rischio per ergermi come paladina di un’istanza femminista che non è tale, perché non si è femministe mai rivendicando una privazione, che in fondo va bene anche aprire Wattpad e vomitarci dentro parole imperfette, o aprire WordPress e vomitare flussi di coscienza, perché quando ho fatto finta che il dolore non esistesse io sono andata in pezzi e in pezzi in quel modo non ci voglio andare più.

Io, a settembre, vorrei iscrivermi di nuovo all’università.

Di più: vorrei iscrivermi di nuovo e ripetere di nuovo e completare la specialistica che non ho completato.

Per l’insegnamento, certo.

Per me stessa.

Per chiudere i conti con questo cazzo di passato.

Perché io lo so che sono meglio di tutto questo, ma le convinzioni hanno bisogno di essere accompagnate dai fatti e il Master, gli articoli, le lezioni non mi bastano.

Posso e voglio essere molto di più.

Non meglio, quello già lo sono, ma di più.

È la fase due di questo lungo percorso.

Voglio questa cosa come non l’ho voluta nemmeno la prima volta, e la prima volta era stata quella in cui ero finita a preparare la tesi al CNR di Montelibretti.

Questo resta, sul fondo di questa sbronza.

La voglia di riscatto, il mal di testa, la carenza di sonno e l’ansia da scrittura.

Che anno di merda.

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archeocrimini, scrittura, weltanschauung

Roots

La mail è arrivata l’ultimo giorno utile, in un orario in cui io avevo già archiviato il tutto nella categoria del “vabbe’, ci hai provato”, con l’umore sotto la suola delle scarpe per via dei postumi dell’ennesima febbre non richiesta.

Le prime righe sembravano confermare quello che la mia testa ripeteva già da un po’, qualcosa tipo: “È tutto bello ma no, grazie.”

E invece.

Scorrendo distrattamente il resto del testo l’occhio cattura la frase: “saremo lieti di ospitare il suo articolo nel prossimo numero della rivista etc.. etc…”, e lì non si blocca solo il respiro, ma un po’ tutto l’universo.

Ho cercato a lungo un modo di mettermi alla prova e uscire dalla mia comfort zone e, finalmente, è arrivato.

Un’opportunità che posso cogliere senza che la sindrome dell’impostore accampi scuse.

Mi sono chiesta spesso, in questi ultimi tempi, perché ci tenga davvero così tanto a veder pubblicata roba scientifica: certo, c’è la questione che non puoi metter su una carriera da consulente se non sei in grado di dimostrare di padroneggiare l’argomento, ma è una soddisfazione, anzi no, una gioia che va davvero molto oltre.

C’è la conferma dell’essere sulla strada giusta, e c’è anche quel senso di rivalsa che nasce dal poter dire finalmente a se stessi che sì, col senno di poi la carriera accademica era davvero quella a cui eri destinata, ma c’è anche l’orgoglio di poter fare, per la prima volta in vita mia, della vera opera di divulgazione scientifica.

La rivista che mi ospiterà è molto bella, e a quella call era interessata anche gente che vedo come anni luce avanti a me per preparazione, carriera, talento scrittorio; man mano che passano i giorni sapere che sarò lì anch’io col “mio” tema, valutata da chi aveva ben più di un motivo per rifiutarmi (questa la capisce solo chi ha letto il mio status su Facebook), è una medicina che rafforza convinzioni ed entusiasmo.

Sì, la lista delle pubblicazioni si allunga.

Sì, questo sarà solo il preludio di un lavoro più corposo prossimo a venire.

Sì, scrivere di tutto ciò mi piace da matti, più di tutto il resto, e se sono riuscita a portare il “mio” tema lì, forse sarebbe anche l’ora che cominciassi a proporlo anche altrove, come sempre mi ero ripromessa di fare.

È un buon periodo, di cambiamenti e azzardi, ma ho da tempo fatto pace con l’idea che l’azzardo faccia parte della mia natura, e forse ne costituisce uno degli elementi migliori.

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Il tarlo

È mezzanotte e dovrei essere a letto da almeno mezz’ora.

Domani mattina dovrei essere fuori dal letto alle sei e mezza, e uscire di casa in tempo per prendere il treno delle otto e un quarto.

Sullo scrittoio sono disposte le cose che dovrei mettere nella borsa: i taccuini con gli appunti (quello di Tiger per le collocazioni e gli appunti; quello del negozio tutto a un euro sotto casa per uso tipo agenda); l’astuccio rigido con le tre penne (quella gel per gli appunti, quella nera per compilare le richieste di lettura in carta carbone e una blu di riserva), la matita e l’evidenziatore (rosa); il Kindle per leggere in treno; il modem portatile; il power bank; la pochette col kit di sopravvivenza (Aulin per il mal di testa, antistaminico per le punture d’insetto, Enantyum per i dolori mestruali, Magnesia per il bruciore di stomaco, due tipi di salviette umidificate, un paio di assorbenti in bustina, fazzoletti di carta di varie marche e gradi di disfacimento); auricolari; portatile.

Di solito avrei detto tablet e tastiera ma domani devo-assolutamente-scrivere e quindi portatile.

Niente quadernone, niente fotocopie: solo un nome.

L’ennesima collezione da rintracciare.

Non ci vogliono più di cinque minuti per assemblare il tutto, ormai è memoria muscolare, domattina toccherà alla borsa del pranzo (tramezzini, acqua con integratore salinico, un po’ di frutta) e poi via.

Treno, metro, Via dei Fori Imperiali a piedi (ciao, Colosseo, ciao, Basilica di Massenzio, rione Monti sai che ti amo, Foro e Fori, chi ha costruito cosa, la parete della Forma Urbis), scale (saluta la chiesa di San Marco che occhieggia dietro le grate del portone, accarezza il corrimano a forma di serpente), striscia il badge, l’armadietto oggi sopra perché ormai sei di casa, il solito tavolo è libero, la colonna Traiana ondeggia dietro gli spessi vetri delle finestre perennemente chiuse.

Odore di polvere, legno, carta.

Odore di buono.

No, meglio: odore di sicuro.

In pochi posti mi sento al sicuro come a Palazzo Venezia.

Nonostante fossi qui l’11 settembre, a vedere una mostra con alcune amiche (una di loro sarà mi allieva quest’anno, fa strano scriverlo), coi turisti americani che ricevevano le prime notizie ed entrarono nel panico, col rischio attentati che paralizzò il centro storico costringendoci a tornare a Termini a piedi, tanta paura, genitori angosciati al telefono, treni in ritardo, mia madre che voleva strozzarmi senza sapere nemmeno bene perché, non era colpa nostra, non era colpa di nessuno.

Nonostate un molestatore abbia tentato di inseguirmi fin sulle scale, o forse proprio per quello. Un bibliotecario, che vide la scena sui monitor di sicurezza, uscì e mi scortò in sala.

Eppure è qui che ho goduto del privilegio raro di poter passare del tempo in solitudine con l’ultimo dipinto di Leonardo, ed è sempre qui che ebbi l’occasione di vedere di persona Botero, e il suo ciclo di dipinti sulle torture di Abu Grahib.

È qui che ho mandato in frantumi e ricostruito la mia vita.

La verità è che scapperei qui un giorno a settimana anche se non avessi ricerche da fare, anche solo per mangiare seduta su una delle panchine del giardino, circondata da turisti e dalla folla variopinta degli studenti dell’Accademia delle Belle Arti.

Anche solo per prendere un volume a caso dagli scaffali e riempire gli occhi di meraviglia.

È mezzanotte e mezza, ormai, e io dovrei staccare tutto e andare a dormire, ma non ci riesco.

Oggi sono successe cose belle, stasera cose strane.

Più che tutto: ho smesso di negare l’evidenza e accettato di avere un bisogno fortissimo, lancinante nella sua urgenza: salire su un aereo e andare.

Non per un viaggio, o semplicemente per scappare, come ai tempi in cui nei muri del Colosseo cercavo le proporzioni di Las Ventas.

Non è un desiderio cieco.

Ho il bisogno di costruire, di prendermi cura di me.

Ho bisogno che sentirmi al sicuro diventi la norma.

Ho bisogno di vivere in un posto che di notte non mi faccia digrignare i denti e che di giorno non mi consumi d’ansia e di rabbia.

Ho bisogno di un trattato di pace, non dell’ennesima tregua.

Ho bisogno di portare al sicuro tutto ciò che c’è di buono nella mia vita e permettergli di germogliare: la ricerca, la scrittura, la curiosità e la voglia di esplorare.

So che ci sono persone che mi vogliono bene, e so anche che, in un modo distorto, mi vuole bene anche chi mi sta facendo del male ma è proprio per non avvelenare del tutto la consapevolezza di quel bene che mi devo allontanare.

Non per un giorno a settimana, non per un week end al mese, o per un viaggio ogni tanto.

Mi merito di stare bene 365 giorni all’anno.