scrittura, weltanschauung

Magma

Otto anni fa ascoltavo a nastro il tema di Bastardi senza gloria, frignavo su quanto il destino fosse cinico e baro, sedevo su un finto Trono di spade durante una delle più brutte fiere del fumetto d’Italia (fiera a cui venni trascinata quasi a forza e dove, comunque, riuscii a divertirmi un sacco) acquistando una maglietta con lo stemma e il motto dei Targaryen che non ho mai messo per paura di rovinare la stampa.

Non voglio fare il gioco scemo di quanta acqua è passata sotto i ponti, né tirar fuori l’ennesima tiritera commemorativa di GoT: ciò che è morto non muoia mai credo che riassuma davvero tutto ciò che c’è da dire sull’argomento, finale a parte.

Come per Harry Potter o questa prima fase del MCU vale il principio che chi ci si è trovato in mezzo e ha seguito in scia dalla prima ora avrà, gioco-forza, sempre e comunque un rapporto privilegiato con l’opera, come a suo tempo fecero i fan di Guerre Stellari o Star Trek.

Indipendentemente dal finale (che, a freddo, ho comunque metabolizzato meglio di quanto mi aspettassi, soprattutto considerato che ho passato il lunedì successivo a scambiarmi vocali di sfogo con S.), GoT ha rappresentato per me l’unica incursione nel fantasy che ho amato davvero, e per questo gli sarò sempre grata.

E forse quello che mi ha fatta incazzare davvero è stata la considerazione che Daenerys, in fondo, è un Nerone al femminile costruita, però, non sull’immagine storica dell’imperatore, ma sugli stereotipi che, da sempre, lo accompagnano: la follia, l’incendio devastante, l’insofferenza nei confronti delle regole.

Nerone era più di questo e lo era anche Daenerys, e decisamente la storia romanda ci tramanda un passaggio al principato elettivo molto meno alla volemose bene di quanto non abbia mostrato l’epilogo.

Con buona pace di chi ha passato un decennio a cogliere tutti i riferimenti con la storia inglese (e come se già Martin non avesse usato il Vallo di Adriano e Caligola).

Ma non divaghiamo: transitare giornalmente per i Castelli Romani, ammirando il cratere del lago di Abano, con la tentazione sempre più forte di leggere Il ramo d’oro (versione integrale, perché se bisogna fare i matti è meglio andare fino in fondo) e con ancora negli occhi la potenza visiva de Il primo Re di Matteo Rovere, che proprio in quella zona è stato girato, che presto debutterà nel resto del mondo e che diventerà una serie tv che farà sembrare (giustamente) i Targaryen e compagnia cantante una banda di scappati di casa, non poteva non stimolare il mezzo neurone ancora sveglio a riprendere in mano Sorriso Arcaico, più che altro in forma di appunti di scene che dovrebbero costituire i punti cardine della storia.

Giulio che abborda una prostituta per scazzo, Flavio che si mette il cappio al collo da solo, i villini in stile liberty con vista sul lago.

L’energia di storie antiche che crepita sotto le suole dei personaggi come magma, una forza che Giulio percepisce da sempre al punto da convincersi che è lei a guidarne le azioni, anche se non è così, anche se nella realtà lo schianto diviene sempre più ineluttabile.

Perché Sorriso Arcaico è una storia di schianti e io sento di dover lavorare ancora molto sugli aspetti davvero sgradevoli dei miei personaggi.

Ma Sorriso Arcaico, Il Ramo d’oro, i Targaryen per come li ha descritti Martin nei libri non potevano inevitabilmente non portarmi a riprendere in mano anche il “progetto Nero”: un romanzo che per coerenza e prudenza non mi arrischio a definire storico.

La lucidità della follia, un uomo che uccide e fa uccidere a sangue freddo che però, al tempo stesso, sembra perennemente a caccia di altro.

Che ha tre mogli “ufficiali”, che si sposa da moglie a sua volta, che amerà fino all’ultimo quello che viene considerato il primo transgender documentato.

Il mio Nerone che è pansessuale senza sapere cosa sia la pansessualità, che vede Sporo come una donna noncurante del sesso biologico, che è affamato di approvazione, che non sopporta le gabbie.

Un bambino viziato e tremendamente solo, irrequieto e sempre più frustrato.

Lo sento in maniera chiarissima, preme nella testa e vorrebbe che gli dessi una voce.

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Correzioni

Lo scrivevo giusto qualche giorno fa su Facebook: gli ultimi due acquisti che ho fatto per me stessa sono stati una bilancia elettronica e un correttore posturale per la schiena.

Due oggetti da catorcio messo male in arnese quale sono eppure, al tempo stesso, l’indice di una direzione sempre più netta presa dalla mia vita: la fase della riparazione.

In fondo, tutto questo lungo percorso è iniziato con l’acquisto di un tapis-roulant (o treadmill, per dirla all’inglese), che a sua volta costituiva la presa di coscienza di una lunga fase di trasandatezza e abbandono di sé che doveva inevitabilmente finire, per quanto a lungo sia durata.

Mancano ancora 24 kg per arrivare al peso forma ideale, ma sono comunque meno di quelli già persi, e avere di nuovo una bilancia che mi permette di tenere sotto controllo i progressi è un aiuto.

Così come un aiuto ai progressi fatti con lo yoga è il correttore, che è fastidioso, sì, ma nella maniera piacevolmente molesta in cui lo sono le cose che vanno a colpire quella stortura che devi raddrizzare.

Quando sento tirare e premere le spalle si raddrizzano automaticamente, e la schiena acquisisce la postura che avrebbe sempre dovuto avere.

Avevo trovato una definizione bellissima di sacrificio, tempo fa, che spiegava come non fosse un gesto fine a se stesso, ma il rinunciare a una parte per ottenere qualcosa di più grande.

Sacrificando il sonno (grazie, Lunga Notte di Game of Thrones, per avermi regalato un fomento tale da restare perfettamente sveglia fino a sera senza il bisogno di farmi nemmeno un goccio di caffè) alla fine sono riuscita a consegnare un articolo che non mi sembra nemmeno terribile, e che uscirà mercoledì.

Era una scommessa che volevo vincere con me stessa e l’ho fatto.

Così come sto anche finendo il libro e la relativa recensione che ho promesso a Yu, così come sto riprendendo in mano il lavoro sul saggio.

Così come, si spera, riuscirò finalmente a organizzarmi per scrivere una volta per tutte Sorriso Arcaico, e chiudere anche lì un altro cerchio.

Sembrano cose ovvie, e forse lo sono perché è equilibrato dal punto di vista psicologico: ero così anch’io prima che la depressione mi tirasse dentro il pozzo.

Sapere di aver riconquistato questa parte di me, di essere quella che adesso si mette pure a potare gerani per il semplice gusto di veder fiorire qualcosa di bello (amo il loro intenso color corallo), è forse il regalo più bello che potessi fare a me stessa.

L’ombra della depressione, i momenti da “sbronza triste”, lo “scazzo da anemia” nei giorni di mestruazioni tipo oggi, coi crampi che ti piegano in due dal dolore al punto da farti riconsiderare l’ipotesi isterectomia (e guardate che io sono una che ha la soglia del dolore piuttosto alta), quelli ci saranno sempre.

E non sempre sarò in grado di reagire prima che facciano danni.

Ma sono sempre più consapevole di non esserne più così dipendente, e questo è un vantaggio che, negli anni a venire, farà la differenza.

Correggere una stortura richiede tre cose: tempo (più di quello che ci è voluto per crearla), tenacia e pazienza.

E devono lavorare assieme, se si vogliono ottenere risultati concreti.

Ora, finalmente, li ho di nuovo tutti e tre.

Me lo faccio bastare, quel tanto che mi permetterà di portare a termine questi obiettivi da fase di transizione che mi sono data nei mesi a venire.

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Sbronza triste

Uno dei tanti motivi per cui non mi sono mai davvero ubriacata è che l’alcol mi fa sentire triste.

Davvero: mi bastano due-tre bicchieri di vino, magari un goccio di liquore, e mi monta addosso una tristezza pesante come un tappeto.

Un giorno guarderò a questo periodo e potrò dire, ridendo: “Nei giorni in cui il mondo rischiava di perdere Notre Dame, io rischiavo di perdere un organo interno.”

Può suonare melodrammatico ma, in fondo, entrambi gli elementi si bilanciano: i danni al simbolo di Francia sono più gravi di quello che la gente pensa, e la faccenda del restauro sarà lunga e complessa; mentre il mio utero per ora rimarrà dov’è, anche se sotto i ferri dovrò finirci lo stesso.

E permane sempre in me quel senso di alienazione dalla vita, quell’essere dall’altra parte di dove dovrei essere, in un posto freddo con la luce satura delle scene ambientate a Grande Inverno in Game of Thrones.

Quel senso di spossatezza derivante dalla difficoltà di centrare anche gli obiettivi più semplici, tipo festeggiare il compleanno nella città in cui avrei sempre voluto essere, viaggio che avevo prenotato perché ero convinta di avere sufficienti soldi da parte, e soldi che si sono volatilizzati perché la sfiga esiste eccome, e si tira appresso un sacco di spese impreviste.

Tipo ecografie, risonanze magnetiche, visite da fare in privato perché se proprio devi aspettare qualche mese (e tutto sommato non potresti e dovresti) allora preferisci farlo per l’intervento.

Poi certo, io sono ancora qui convinta che, tutto sommato, come per magia l’articolo che devo consegnare entro il 30 questa settimana si completerà da solo e io potrò dirmi che almeno sono una che non molla, ma la verità è che sono due giorni che apro il file e riesco solo a fissare quella manciata di pagine dove sono fissati due concetti in croce, e pure con un lessico rachitico e un tono tutt’altro che convinto.

Mi manca Palazzo Venezia.

Mi fa rabbia non riuscire ad andare a pranzo con Si e Yu.

Una parte di me almeno è convinta che sia sano, tutto sommato, reagire così, sentirsi di merda, che era peggio quando prendevo le cose con cinismo, digrignando i denti (arrivai a un punto in cui dovetti ripetere tipo mantra che ero migliore di così, e in un certo senso funzionò), che sarebbe stato peggio se avessi alzato le spalle e avessi detto “meglio così”, se avessi usato questo rischio per ergermi come paladina di un’istanza femminista che non è tale, perché non si è femministe mai rivendicando una privazione, che in fondo va bene anche aprire Wattpad e vomitarci dentro parole imperfette, o aprire WordPress e vomitare flussi di coscienza, perché quando ho fatto finta che il dolore non esistesse io sono andata in pezzi e in pezzi in quel modo non ci voglio andare più.

Io, a settembre, vorrei iscrivermi di nuovo all’università.

Di più: vorrei iscrivermi di nuovo e ripetere di nuovo e completare la specialistica che non ho completato.

Per l’insegnamento, certo.

Per me stessa.

Per chiudere i conti con questo cazzo di passato.

Perché io lo so che sono meglio di tutto questo, ma le convinzioni hanno bisogno di essere accompagnate dai fatti e il Master, gli articoli, le lezioni non mi bastano.

Posso e voglio essere molto di più.

Non meglio, quello già lo sono, ma di più.

È la fase due di questo lungo percorso.

Voglio questa cosa come non l’ho voluta nemmeno la prima volta, e la prima volta era stata quella in cui ero finita a preparare la tesi al CNR di Montelibretti.

Questo resta, sul fondo di questa sbronza.

La voglia di riscatto, il mal di testa, la carenza di sonno e l’ansia da scrittura.

Che anno di merda.

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Roots

La mail è arrivata l’ultimo giorno utile, in un orario in cui io avevo già archiviato il tutto nella categoria del “vabbe’, ci hai provato”, con l’umore sotto la suola delle scarpe per via dei postumi dell’ennesima febbre non richiesta.

Le prime righe sembravano confermare quello che la mia testa ripeteva già da un po’, qualcosa tipo: “È tutto bello ma no, grazie.”

E invece.

Scorrendo distrattamente il resto del testo l’occhio cattura la frase: “saremo lieti di ospitare il suo articolo nel prossimo numero della rivista etc.. etc…”, e lì non si blocca solo il respiro, ma un po’ tutto l’universo.

Ho cercato a lungo un modo di mettermi alla prova e uscire dalla mia comfort zone e, finalmente, è arrivato.

Un’opportunità che posso cogliere senza che la sindrome dell’impostore accampi scuse.

Mi sono chiesta spesso, in questi ultimi tempi, perché ci tenga davvero così tanto a veder pubblicata roba scientifica: certo, c’è la questione che non puoi metter su una carriera da consulente se non sei in grado di dimostrare di padroneggiare l’argomento, ma è una soddisfazione, anzi no, una gioia che va davvero molto oltre.

C’è la conferma dell’essere sulla strada giusta, e c’è anche quel senso di rivalsa che nasce dal poter dire finalmente a se stessi che sì, col senno di poi la carriera accademica era davvero quella a cui eri destinata, ma c’è anche l’orgoglio di poter fare, per la prima volta in vita mia, della vera opera di divulgazione scientifica.

La rivista che mi ospiterà è molto bella, e a quella call era interessata anche gente che vedo come anni luce avanti a me per preparazione, carriera, talento scrittorio; man mano che passano i giorni sapere che sarò lì anch’io col “mio” tema, valutata da chi aveva ben più di un motivo per rifiutarmi (questa la capisce solo chi ha letto il mio status su Facebook), è una medicina che rafforza convinzioni ed entusiasmo.

Sì, la lista delle pubblicazioni si allunga.

Sì, questo sarà solo il preludio di un lavoro più corposo prossimo a venire.

Sì, scrivere di tutto ciò mi piace da matti, più di tutto il resto, e se sono riuscita a portare il “mio” tema lì, forse sarebbe anche l’ora che cominciassi a proporlo anche altrove, come sempre mi ero ripromessa di fare.

È un buon periodo, di cambiamenti e azzardi, ma ho da tempo fatto pace con l’idea che l’azzardo faccia parte della mia natura, e forse ne costituisce uno degli elementi migliori.

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Il tarlo

È mezzanotte e dovrei essere a letto da almeno mezz’ora.

Domani mattina dovrei essere fuori dal letto alle sei e mezza, e uscire di casa in tempo per prendere il treno delle otto e un quarto.

Sullo scrittoio sono disposte le cose che dovrei mettere nella borsa: i taccuini con gli appunti (quello di Tiger per le collocazioni e gli appunti; quello del negozio tutto a un euro sotto casa per uso tipo agenda); l’astuccio rigido con le tre penne (quella gel per gli appunti, quella nera per compilare le richieste di lettura in carta carbone e una blu di riserva), la matita e l’evidenziatore (rosa); il Kindle per leggere in treno; il modem portatile; il power bank; la pochette col kit di sopravvivenza (Aulin per il mal di testa, antistaminico per le punture d’insetto, Enantyum per i dolori mestruali, Magnesia per il bruciore di stomaco, due tipi di salviette umidificate, un paio di assorbenti in bustina, fazzoletti di carta di varie marche e gradi di disfacimento); auricolari; portatile.

Di solito avrei detto tablet e tastiera ma domani devo-assolutamente-scrivere e quindi portatile.

Niente quadernone, niente fotocopie: solo un nome.

L’ennesima collezione da rintracciare.

Non ci vogliono più di cinque minuti per assemblare il tutto, ormai è memoria muscolare, domattina toccherà alla borsa del pranzo (tramezzini, acqua con integratore salinico, un po’ di frutta) e poi via.

Treno, metro, Via dei Fori Imperiali a piedi (ciao, Colosseo, ciao, Basilica di Massenzio, rione Monti sai che ti amo, Foro e Fori, chi ha costruito cosa, la parete della Forma Urbis), scale (saluta la chiesa di San Marco che occhieggia dietro le grate del portone, accarezza il corrimano a forma di serpente), striscia il badge, l’armadietto oggi sopra perché ormai sei di casa, il solito tavolo è libero, la colonna Traiana ondeggia dietro gli spessi vetri delle finestre perennemente chiuse.

Odore di polvere, legno, carta.

Odore di buono.

No, meglio: odore di sicuro.

In pochi posti mi sento al sicuro come a Palazzo Venezia.

Nonostante fossi qui l’11 settembre, a vedere una mostra con alcune amiche (una di loro sarà mi allieva quest’anno, fa strano scriverlo), coi turisti americani che ricevevano le prime notizie ed entrarono nel panico, col rischio attentati che paralizzò il centro storico costringendoci a tornare a Termini a piedi, tanta paura, genitori angosciati al telefono, treni in ritardo, mia madre che voleva strozzarmi senza sapere nemmeno bene perché, non era colpa nostra, non era colpa di nessuno.

Nonostate un molestatore abbia tentato di inseguirmi fin sulle scale, o forse proprio per quello. Un bibliotecario, che vide la scena sui monitor di sicurezza, uscì e mi scortò in sala.

Eppure è qui che ho goduto del privilegio raro di poter passare del tempo in solitudine con l’ultimo dipinto di Leonardo, ed è sempre qui che ebbi l’occasione di vedere di persona Botero, e il suo ciclo di dipinti sulle torture di Abu Grahib.

È qui che ho mandato in frantumi e ricostruito la mia vita.

La verità è che scapperei qui un giorno a settimana anche se non avessi ricerche da fare, anche solo per mangiare seduta su una delle panchine del giardino, circondata da turisti e dalla folla variopinta degli studenti dell’Accademia delle Belle Arti.

Anche solo per prendere un volume a caso dagli scaffali e riempire gli occhi di meraviglia.

È mezzanotte e mezza, ormai, e io dovrei staccare tutto e andare a dormire, ma non ci riesco.

Oggi sono successe cose belle, stasera cose strane.

Più che tutto: ho smesso di negare l’evidenza e accettato di avere un bisogno fortissimo, lancinante nella sua urgenza: salire su un aereo e andare.

Non per un viaggio, o semplicemente per scappare, come ai tempi in cui nei muri del Colosseo cercavo le proporzioni di Las Ventas.

Non è un desiderio cieco.

Ho il bisogno di costruire, di prendermi cura di me.

Ho bisogno che sentirmi al sicuro diventi la norma.

Ho bisogno di vivere in un posto che di notte non mi faccia digrignare i denti e che di giorno non mi consumi d’ansia e di rabbia.

Ho bisogno di un trattato di pace, non dell’ennesima tregua.

Ho bisogno di portare al sicuro tutto ciò che c’è di buono nella mia vita e permettergli di germogliare: la ricerca, la scrittura, la curiosità e la voglia di esplorare.

So che ci sono persone che mi vogliono bene, e so anche che, in un modo distorto, mi vuole bene anche chi mi sta facendo del male ma è proprio per non avvelenare del tutto la consapevolezza di quel bene che mi devo allontanare.

Non per un giorno a settimana, non per un week end al mese, o per un viaggio ogni tanto.

Mi merito di stare bene 365 giorni all’anno.