archeocrimini, scrittura, weltanschauung

Cattivi Maestri

Se questo fosse un blog serio e io la stimata professionista di crimini contro il patrimonio culturale che favoleggio di diventare questo post sarebbe una lunga disamina dell’intricata storia del papiro di Artemidoro, giunta oggi alla sua conclusione.

Ma io, nella realtà, sono una flaneur molto più incline alla speculazione e quindi facciamo che prendo spunto da una parte di quella storia per parlare d’altro.

Come al solito la prendo alla larga: da qualche parte sulle mensole che ho sopra la scrivania da cui sto scrivendo ho una cartellina dove tengo quegli articoli scientifici -scovati quasi sempre su Academia.edu- che ritengo possano essermi utili per il lavoro.

Li stampo perché mi è più comodo riempire di appunti il margine o il retro, che spesso uso come lavagna per fissare schemi e dare ordine alle idee, perché io continuerò a sentirmi sempre una neofita che di certi temi non sa ancora nulla.

Ma non divaghiamo.

Uno di questi articoli porta la firma di Oscar White Muscarella, un archeologo su cui dovrei decidermi a scrivere un bell’articolo perché ha avuto una vita da film: il ragazzino italo-americano che si diploma alle serali e riesce ad arrivare al Met, dove si incontra e si scontra coll’algido snob di nobili natali, medagliato durante la Seconda Guerra Mondiale, cullato e coccolato dalle meglio università del pianeta.

Un algido snob di nome Dietrich Von Bothmer, che se sabato sera avete visto Petrolio saprete essere il tizio che acquistò il cratere di Euphronios, primo reperto archeologico (e prima opera d’arte in genere) a toccare la soglia del milione di dollari.

Muscarella fu uno dei primi ad accorgersi degli intrallazzi del Met, provando a denunciarli, ma venne messo all’angolo, zittito e ostracizzato.

Ovviamente figuratevi se un ragazzotto cresciuto in uno dei quartieri più duri di New York si faceva mettere sotto per così poco e infatti eccolo tutt’oggi militare in SAFE (Save Antiquities for Everyone), una delle principali organizzazioni non-profit americane dedite alla lotta contro il traffico internazionale di reperti.

L’articolo che ho salvato risente di tutto ciò e la tocca pianissimo già a partire dal titolo: L’Archeologia come Quinta Colonna.

Quinta Colonna di cosa? Del traffico di opere d’arte, naturalmente.

E uno potrebbe pure dire che Muscarella esagera nei toni e nelle argomentazioni, ma poi si legge la storia del papiro di Artemidoro, di Canfora che provò a contrastare Settis e sventare una truffa miliardaria, e si dice che ecco, forse, dire certe cose come stanno, a volte pure con toni troppo fiammeggianti, fa più bene che male.

Che giusto ieri, provando a spiegare certi concetti a una persona totalmente estranea all’ambiente mi trovavo a dire che se ho scelto di fare quello che faccio è proprio perché certi mali sono nati con la complicità di certa archeologia, e solo all’interno dell’archeologia potranno venire debellati.

La contrapposizione Settis/Canfora non è un caso isolato, del resto: io stessa, durante la stesura della tesi di Master e la sua successiva rielaborazione in articolo scientifico, mi sono imbattuta nella diatriba Camporeale/Colonna a proposito di certi reperti che, dall’Etruria, sono finiti misteriosamente in Svizzera: secondo il primo per vie assolutamente casuali e legittime, secondo il secondo, ovviamente, no.

Anche qui: indovinate chi, dei due, aveva ragione.

E del resto anche Fiorella Cottier, l’archeologa e restauratrice che fu consulente tecnico di Giacomo Medici durante il processo, è una figura non priva di ombre: l’archeologia è una scienza e, come tale, ha un’etica, e chi sostiene che i confini non sono poi così netti o mente o è in malafede.

Questo concetto ha segnato talmente tanto il mio immaginario che sono sempre più convinta del fatto che, se dovessi scrivere un romanzo su questi temi, lo imposterei proprio su una contrapposizione tra due studenti di archeologia che, a distanza di anni, si ritrovano proprio su due fronti contrapposti: quello delle case d’aste e quello delle consulenze giudiziarie.

Insistere nel riproporre questo nodo, magari proponendo possibili soluzioni su come scioglierlo è, secondo me, uno dei punti cruciali su cui dovrà lavorare la ricerca nei prossimi anni.

Perché con l’economia globale sempre più in crisi e le autorità nazionali sempre più disinteressate, i privati si sentiranno sempre più autorizzati a razziare.

E, come nei film di Indiana Jones, ci sarà sempre un Belloq pronto a vendersi ai nazisti per portare avanti la sua ricerca.

 

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Di resti e macerie

Avevo scritto un post, qualche giorno fa, poi l’ho cancellato: non mi piace infilare troppo di fila post malmostosi, e men che meno mi va di replicare qui le dinamiche del vecchio livejournal, con post fatti di dovrebbe che non si concretizzano mai.

C’era una massima di Picasso -che ora non ricordo- sul creare e non dire, che si sposa perfettamente anche coi principi del Bushido che lentamente sto metabolizzando.

Ho cominciato a comporre haiku, e questo è un fatto.

Luce soffusa

buca la trama delle

foglie. Silenzio.

______

Acqua che scorre

su corpo immobile.

Tramonto rosso.

______

Io e la poesia non andiamo troppo d’accordo, ma comporre haiku ha solo marginalmente a che fare con la poesia: era un esercizio che veniva imposto anche ai guerrieri per allenare la gentilezza e mantenere viva l’empatia.

Un restare umani prima che divenisse uno slogan: uno delle colonne portanti della cultura giapponese, che sempre più è tornata ad attrarmi, proprio come ai tempi del liceo.

Colpa del mio riavvicinarmi alla meditazione.

Ottobre è stato un mese di battaglie sfiancanti tra me e la mia tendenza all’autodistruzione: non cedere è una questione di principio, è l’educarsi al costruire che è più difficile che disfare.

Dopotutto è proprio l’archeologia che mi insegna la differenza tra resto e rudere (che prima ancora è maceria): è una differenza semantica e di percezione. Resto è testimonianza, il segno del passaggio di qualcosa che è ancora vivo nella memoria collettiva e, di conseguenza, parte del tessuto connettivo della città; rudere è la maceria svuotata di ogni memoria e, di conseguenza, significato.

Il monumento è la base di partenza di un percorso di ricostruzione, un riannodare i fili della memoria intrecciandoli al presente. Il rudere è ciò che rimane di qualcosa che non tornerà più, uno scarto della vita, un rifiuto.

A volte dovrei ricordarmi più spesso quanto il percorso che ho scelto abbia una luce positiva, quanto mi faccia bene questo voler preservare che è innanzitutto preservare il significato delle cose.

Se dovessi definire quello che sto facendo in questo preciso momento, scherzando direi che è giocare una partita a Pokémon Go coi reperti archeologici al posto dei Pokémon.

Quello a cui sto dando la caccia in questo momento, il primo a cui il mio nome potrebbe essere associato a titolo ufficiale, ha un nome bellissimo, greco, che ne indica tutta la nobiltà che rappresenta.

È stata proprio la consapevolezza di quanto sia bello (sì, bello, perché la bellezza non è un limite e, anzi, alimenta quell’empatia che dona un senso alla parte noiosa del processo di ricostruzione della provenienza) a farmi aggrappare alla luce per non annegare nell’ombra per l’ennesima volta: una spirale virtuosa che dura, e che sto cercando di alimentare a qualunque costo.

L’articolo è stato completato con tutti i ritardi e la fatica del caso: ma è un fatto e, come insegna Picasso, è coi fatti che si fa l’Arte (o la Storia).