weltanschauung

Io, il femminismo, la femminilità

Non credo nelle generalizzazioni, quindi dico subito che non credo che quando mia madre mi ha cresciuta pretendendo da me molto più che da mio fratello lo abbia fatto perché è il comportamento tipico delle madri.

Lo ha fatto semplicemente perché voleva che diventassi una sua versione ulteriormente migliorata, ma soprattutto perché voleva che non diventassi come sua sorella.

Per quanto, però, già questa sarebbe di per sé una storia interessante, il post non verterà su questo.

Ricominciamo daccapo: mia madre mi ha cresciuta pretendendo da me molto più che da mio fratello.

Non in termini di studio, quanto in termini proprio di educazione alla vita: ha sempre dato più o meno per scontato che non avrei trovato qualcuno alla mia altezza, e quindi mi sarei dovuta arrangiare a fare benissimo tutto e contemporaneamente.

Non dovrebbe stupirvi se confesso che l’unico, vero risultato che ha ottenuto è stato farmi odiare il fatto di essere nata donna: odiavo le mestruazioni dolorose e abbondanti, odiavo dovermi sobbarcare le faccende domestiche, odiavo il dover star zitta “perché non sta bene” e il dover sedere, durante le feste, dal lato del tavolo dove si facevano discorsi che non mi interessavano affatto (problemi di casa e figliolanza anziché calcio e politica).

Se c’è una certezza che, per decenni, ha costituito la piattaforma in granito su cui il mio mondo era fondato era che non mi sarei mai sposata, non avrei mia partorito e soprattutto, soprattutto, non avrei mai sacrificato me stessa per qualcun altro, men che meno per un marito.

Oltretutto, a differenza di molte mie amiche e compagne di classe, non ero attratta dal sesso anche se, ovviamente, ho avuto la mia dose di amori platonici.

Ma anche questa è un’altra storia.

Flashforward fin verso i 30: una serie di problemi di salute costringono mia madre a subire un certo numero di interventi (più o meno importanti) alle gambe.

Mio padre fa la spola tra cliniche e ospedali, mio fratello evapora abbandonandoci letteralmente e io mi ritrovo incastrata nel ruolo di caregiver.

Per anni.

Con la “carriera” archeologica che, per altri motivi, va in frantumi lasciandomi depressa e priva di prospettive professionali.

Mi ritrovo sola, biasimata da un parentado quando non indifferente ostile, frustrata e rancorosa.

Comincio a odiare ancora di più il mio essere nata donna, reagendo come la quindicenne scema che non sono stata ai tempi.

Provo un senso di liberazione nel lasciare i piatti abbandonati nel lavello, vivendo il gesto come fosse chissà quale simbolo di emancipazione.

Divento lamentosa e vittimista, mi sento tradita da tutto e da tutti, comincio a trascurarmi anche fisicamente, mettendo su peso.

Mi guardo attorno e mi percepisco squallida, circondata da poche amiche che, nel frattempo, invece, si sposano e fanno figli.

E no, non sono di quelle che poi finiscono per rincretinire come vorrebbe la vulgata delle mamme pancine, sono donne che vedo fiorire, che raggiungono traguardi e brillano di luce propria.

Per fortuna in questo periodo buio qualcosa di buono c’è ed è il mio avvicinarmi, complici i social, al femminismo militante.

Lipperatura, Se non ora quando?, Giulia Blasi, Costanza Jesurum che all’epoca ancora si faceva chiamare zauberei, ma anche mamme blogger come Barbara Summa e Claudia De Lillo.

Il mondo delle donne comincia ad apparirmi vario, l’idea che per affermare la propria libertà ci si debba incattivire, mascolinizzare e privare di tutto comincia ad apparirmi una stronzata sesquipedale.

Perfino la Disney ci arriva, innescando quel percorso di rinnovamento che, partendo da Mulan, la principessa che deve farsi uomo per proteggere il suo paese, porta a Merida, Rapunzel, Elsa e, soprattutto, Moana.

Comincio a lavorare a una mia dimensione femminista, un punto di equilibrio tra le istanze da super-donna di mia madre e la Fantaghirò de’ noantri elaborata dalla mia fantasia infantile.

Riparto da quello che ho intorno: la casa.

No, decisamente non voglio essere Bree Van De Kamp, ma mi piace vivere in un posto accogliente e ordinato.

Le faccende domestiche non sono il male, se le fai perché vuoi farle e non te ne lasci ossessionare.

Mi piace che i vetri delle finestre brillino perché ho un bel panorama da guardare, mi piace che la cucina sia in ordine quando la mattina vado a preparare la colazione perché un ambiente accogliente ti mette di buonumore e ti predispone a vivere meglio la giornata.

No, non so fare la riversina perfetta col copriletto e no, non mi preoccupo che le penne siano perfettamente allineate sul mio scrittoio stile provenzale, ma ci tengo a che l’ambiente dove vivo e scrivo sia accogliente, per me e per i miei.

Accetto l’idea che se sei l’unica rimasta che può accollarsi una responsabilità, lo devi fare e basta, e fanculo le recriminazioni.

Ovviamente mando a fare in culo anche chi mi ha abbandonata, ma questo è un altro discorso.

Riprendo a curare il fisico, a fare sport, a sforzarmi di creare una prospettiva di vita lì dove sembrava che non ci fosse più speranza.

Contemporaneamente rivedo le mie posizioni anche sulla maternità: non è un limite e maledetto sia chiunque abbia fatto credere alle donne che lo fosse.

Mi sento tremendamente in soggezione nei confronti delle amiche e conoscenti che hanno figli, perché una parte di me si rende conto che hanno qualcosa che a me manca e a cui non credo di poter avere più accesso.

Una possibilità di crescere e di dare affetto, ma anche di fare del mondo un posto migliore dando forma alla generazione che verrà.

Sono cose che la ventenne orgogliosa e la neotrentenne incattivita non avrebbero mai potuto comprendere.

Faccio pace col mio essere donna, con l’endometriosi e i fianchi larghi, coi personaggi femminili e coi tacchi alti anche se so che non imparerò mai a camminarci sopra.

Comprendo gli errori e li ammetto, sforzandomi di capire in cosa posso rimediare, in qualche modo.

Penso che se non posso adottare forse posso comunque farlo a distanza, e penso che scrivere e occuparmi di traffico internazionale di reperti può essere un modo per lasciare il mondo un posto un po’ migliore per i figli e le figlie delle persone che amo.

Ciò che non possiamo fare da singoli individui possiamo farlo ragionando in termini di sopravvivenza della specie.

Ridefinisco anche il mio rapporto col sesso e i sentimenti, accettando che quel non interesse per saltare addosso agli sconosciuti che vedo ha un nome.

E che sì, se pensi che potresti trascorrere il resto della tua vita accanto a una donna anche senza volerci per forza fare sesso fa di te una bisessuale.

Mi rendo conto che questo lungo sfogo è impreciso, confuso e omette un sacco di cose ma era un primo passo, uno dei tanti primi passi che ho mosso quest’anno.

Certe cose avrei dovuto scriverle da un sacco di tempo.

Ho scelto il giorno conclusivo del mese del Pride perché penso che sia una data simbolica.

Il mese che si apre domani sarà ricco di novità importanti.

Ma temo che questa sia una storia che, come molte altre accennate qui, vada raccontata un’altra volta.

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scrittura

Il ballo della debuttante

Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con l’idea di pubblicare un romanzo: una parte di me lo vorrebbe  molto, spinta anche dalle varie lusinghe che, nel corso degli anni, mi sono giunte dal mondo editoriale; ma un’altra parte, la più insicura, ci ha fatto e ci fa, invece, a botte.

Perché il mercato italiano è piccolo e saturo, il mio nome non avrebbe fatto la diffrenza e le storie che scrivevo erano sempre un po’ troppo fuori dai canoni per essere incasellate in una qualche logica di vendita.

Perché, per molto tempo, semplicemente non mi sono sentita all’altezza.

Perché quando mi sono sentita all’altezza non avevo la storia giusta e ora che ho la storia giusta… non so se la stesura un romanzo sia un impegno che mi posso permettere.

Eppure, nel frattempo, quel magma confuso che cerco di elaborare da anni in qualche modo ha preso una sua forma: dall’idea di un serial killer scultore sono passata ad Amor vincit omnia, e da lì, ancora, a Sorriso Arcaico.

Che immagino addirittura come primo capitolo di una serie più ampia.

All’inizio cercavo solo un modo per fare ordine e liberarmi definitivamente dei demoni che hanno avvelenato l’ultima parte della mia (non) carriera universitaria, salvando quanto c’era stato di buono (tanto, mi reputo privilegiata ad aver fatto il percorso che ho fatto) ed elaborando una volta per tutte il lutto.

Poi c’è stato di mezzo il Master, e le cose sono cambiate abbastanza di colpo e molto in fretta: nel giro di poche settimane, tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, mi sono ritrovata catapultata di colpo in una dimensione a cui non avrei mai immaginato poter avere accesso.

Il tutto mentre l’ultima nonna ancora in vita moriva, un altro pezzo di famiglia si disgregava e la solita girandola di persone che entrano ed escono dalla mia vita continuava il suo giro.

In questo scenario ha fatto il suo ingresso nella mia vita la Madame, una figura poco nota ma piuttosto centrale di una vasta rete di trafficanti di reperti.

Archeologa e collezionista, donna colta e carismatica, legatissima al figlio che ha iniziato allo stesso percorso, la Madame ha suscitato da subito in me sentimenti contrastanti: razionalmente, certo, c’era il disprezzo, ma dal punto di vista dell’immaginazione… lei era una creatura assolutamente perfetta.

E così è nata la figura di Altea De Nittis, madre di Giulio, co-protagonista del romanzo in fieri.

Le figure femminili negli M/M (quando ci sono) sono, di solito, figure marginali, di supporto: sorelle, amiche, madri più o meno benevole o amorevoli.

Ho dovuto aspettare Rosa dei Venti per leggere di figure affascinanti come Megan (che ho amato molto) e Magda.

Parlando di autori stranieri, l’unico esempio che mi è piaciuto finora è la Donata di Dark Soul di Voinov, figura che acquista un peso crescente man mano che la saga procede, rivelandosi determinante.

E io? Che cosa voglio fare di Altea, che ruolo voglio darle nella mia (intricata) storia?

Inizialmente pensavo a una madre soffocante e ossessiva, morbosa nel suo attaccamente per quell’unico figlio fortemente voluto e prediletto.

Poi ci ho ripensato: una madre esigente sì, e ossessiva, ma complice di un figlio a cui insegna a fare della sua asessualità un elemento fondante della propria immagine pubblica.

Funzionerà?

E chi lo sa: dopotutto non è detto che il romanzo andrà effettivamente in porto.

Quello che so è che ogni tanto butto giù una pagina, una specie di ritratto abbozzato dell’uno o dell’altro personaggio, e che una parte di me, in fondo, li ama davvero molto.

 

 

 

archeocrimini, weltanschauung

Memento

Può essere che i déja-vu siano un modo che ha il cervello di dirci che un cerchio si è chiuso?

Io credo di sì, o almeno è quello che ho pensato oggi pomeriggio di ritorno da Roma, sul treno.

Quello che mi piace della professione che mi sto costruendo è che esiste un prima e un dopo, momenti topici che, con la loro nettezza, tracciano un orizzonte preciso, una linea che mi consente di ricostruire con precisione la portata del mio cambiamento.

Ci vuole pazienza, per occuparsi di crimini contro il patrimonio, una pazienza da monaco. Scartabellare, controllare e incrociare date e dati è alienante, e oltretutto non puoi neanche raccontare quello che stai facendo.

Una volta a settimana mi vado a rintanare nella Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte di Palazzo Venezia col portatile e un taccuino dove segno man mano le collocazioni dei volumi che prendo (e dove annoto domande e teorie).

Non posso spiegare i miei esattamente il perché.

Eppure la biblioteca è diventata una sorta di ufficio, la routine dello strisciare il badge, il pranzo sulle panchine del giardino, i bibliotecari che ti danno del tu e ti riservano quelle piccole gentilezze tipo l’armadietto su perché ha la borsa pesante e poi è tanto che ci conosciamo, che bello che è tornata a lavorare qua.

Anni fa, in quelle stanze, ci ho scritto la bozza sbilenca di un romanzo ambientato altrove perché volevo fuggire da me stessa.

Oggi mi circondo di pile di cataloghi in tre lingue diverse (maledetto tedesco e maledetta me che ai tempi mi sono rifiutata di studiarlo), e progetto cose che non so nemmeno io dove mi porteranno.

Dopotutto esiste un prima e un dopo, ho detto.

E lo so che questo non suona come il post celebrativo che avrei voluto scrivere, ma non volevo che la giornata morisse senza aver rinnovato la promessa fatta a me stessa in un giorno simile di una vita diversa: non lasciare che ti portino via questo.

È il tuo spazio, il tuo respiro, la parte migliore di te.

E sta funzionando, anche se c’è stato chi ha tentato di portartelo via.

Sta funzionando perché hai deciso che la paura non vale più il rischio di perdere il gioco.

Questo diario di bordo riapre i battenti, e lo fa ponendosi il difficile obiettivo di limitare il racconto di me a ciò che può essere messo a fuoco senza svelare il quadro generale.

Come nei mosaici, dove il colore delle tessere acquisiva senso solo allargando lo sguardo.

 

 

 

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Architektóneuma

È la mia parola greca preferita: indica il gesto con cui l’architetto spiega al capomastro come seguire le indicazioni del progetto, trasformandolo in un edificio vero.

In senso astratto, però, indica anche la capacità di guardarsi attorno e cercare nuove soluzioni.

L’ho scelta come talismano nel momento, forse, più buio della mia vita e da allora non mi ha mai abbandonato.

Seguirla (ma sarebbe meglio dire inseguirla) non è stato sempre facile ma oggi, finalmente, posso dire che mi ha finalmente trascinato in uno specchio di mare dove la bussola ha ripreso a funzionare e il sestante mi ha aiutato a tracciare una rotta precisa.

Il mese prossimo uscirà il mio primo articolo scientifico: è qualcosa che non credevo possibile, un sogno a cui avevo rinunciato per mille ragioni.

Eppure: sta per accadere.

L’articolo presenterà in forma estremamente sintetica quello che è stato il mio lavoro dell’ultimo anno: partendo dalla notizia dell’acquisizione di una certa collezione archeologica da parte di una fondazione filantropica, ho ricostruito le vicende e l’operato della sua proprietaria, figura il cui nome ricorre più volte, e a vario titolo, in alcune delle più importanti inchieste giudiziarie degli ultimi anni relative al traffico internazionale di reperti.

È stato ed è un lavoro al tempo stesso esaltante e frustrante, il mio primo, vero approccio non solo allo studio dell’antiquities trafficking ma anche, in generale, al mondo giuridico: ho dovuto imparare a rapportarmi alle forze dell’ordine e a un magistrato.

Sono cose fighissime se le vedi messe in scena in un telefilm, ma estremamente complicate se ti ritrovi a viverle in prima persona.

Soprattutto perché non esistono manuali di comportamento, ma tutto si basa su un codice di regole non scritte di cui la prima e più importante è: “Impara ad arrangiarti“.

Non trattandosi di scuola o università, infatti, nessuno ti deve nulla e anzi sei tu, ultima arrivata, a dover dimostrare di valere la fiducia che chiedi, che è anche l’unica moneta che puoi spendere per avere in cambio informazioni e/o materiale di studio.

La fiducia che riesci a guadagnarti è tutto, e chi te la concede ti mette, anche giustamente, alla prova di continuo, a volte in maniera quasi impercettibile.

 

Può venire spontaneo a voi che leggete (quindi figuratevi a me che scrivo) chiedersi per cosa si faccia tutto questo: la tesi che ho prodotto a marzo e discusso ad aprile non valeva di certo tutto quello sforzo.

Ma le tesi, quale che siano, sono sempre punti di partenza ed ecco che nei mesi successivi quel lavoro è diventato scrittura più strutturata, affinata, fino a venire condensata in un primo articolo.

A cui ne seguirà un secondo che, però, presenterò l’anno prossimo e, forse, una monografia.

E poi?

E poi c’è il progetto, l’idea folle di un dottorato da chiedere all’estero, nell’unica università che ha un programma di ricerca apposito (in Criminologia, peraltro!), di cui questo primo anno di lavoro è stato un tassello.

Ho in mente un’idea piuttosto ambiziosa, che mi è venuta ragionando sul quadro generale che il mio lavoro andava componendo di fronte ai miei occhi, un filo conduttore che si è fatto, via via, scenario concreto.

Riuscire a dimostrarlo richiederà un lavoro mastodontico che, al momento, non so neanche bene come organizzare, ma ne varrebbe la pena perché sarebbe davvero una prima volta in senso assoluto.

Un lavoro da archeocriminologa, parola che avevo creato per scherzo ma che sento sempre più appiccicata addosso, non tanto come un’etichetta, ma quasi come una seconda pelle.

Per fortuna sono circondata da persone splendide che si sono già offerte di darmi una mano, mentori e colleghe con cui mi sento al sicuro, capita e valorizzata.

E questa è stata l’altra grande sorpresa di questo anno, l’aspetto umano, l’amicizia che nasce e si rafforza quando non lo credevi più possibile.

La fiducia che non credevi ti sarebbe più stata accordata, anche se di tipo diverso da quella di cui parlavo prima a proposito del rapportarsi con le forze dell’ordine.

Io non so se l’anno prossimo riuscirò davvero ad arrivare così in alto, ma so che non c’è alcun motivo valido per non tentare.

Questo tema suscita in me una passione che nient’altro, in archeologia, era riuscito a coinvolgermi a un tale livello: lo sa bene chi mi circonda, che mi sente sproloquiare sul tema una volta sì e una volta pure l’altra.

Amo quello che faccio e amo gettarmi in qualsiasi impresa mi possa aiutare a raggiungere i miei obiettivi: so che suona ridicolo, quasi uno sloga preconfezionato, ma non ci posso fare niente.

Sono così, sono felice così, con tanti fogli su cui è appuntato un disegno che un capomastro interiore mi aiuterà a trasformare in realtà.

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Diario di un’aspirante (archeo)criminologa

In principio fu una pagina Facebook.

La aprii come si avviano sempre queste cose: da incosciente.

Stavo frequentando un Master e avevo bisogno di un luogo che fosse un incrocio tra una palestra e un pensatoio, come spesso avviene quando devi metabolizzare in fretta un sacco di nozioni nuove, e usarle per costruirci un nuovo modo di pensare.

Diario di una criminologa è il sottotitolo di un fumetto Bonelli che apprezzo molto, Julia, e mi divertii a giocare con questa definizione per cucirne un’altra che mi permettesse di indossare a mio agio i panni dell’archeologa giudiziaria.

In realtà credo che uno dei miei doveri prossimi venturi sia quello di dare una descrizione scientifica che validi questa etichetta, ma non andiamo troppo lontano, almeno per ora.

Partiamo dalle basi: di cosa si occupa un archeologo giudiziario?

Di tante cose, in realtà: tutto ciò che riguarda l’intersezione tra scienze archeologiche e scienze giuridiche.

Volendo restringere il campo in maniera concreta, l’archeologia giudiziaria è un campo che va dall’archeologia forense (di cui magari avrete sentire parlare in una delle tante serie crime che circolano per i palinsesti televisivi) a tutto ciò che è tutela, prevenzione e contrasto dei crimini contro il Patrimonio Culturale: atti vandalici, calamità naturali, guerre ma, soprattutto, scavi clandestini.

Dato che questo blog non è un trattato scientifico ma un diario personale, andando al sodo: di cosa mi occupo io, nello specifico?

A me interessa tutto ciò che ruota attorno al concetto di mecenatismo.

Sono convinta che pubblico e privato possano e debbano cooperare per la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio, ma sono altresì convinta che i confini delle rispettive competenze vadano tracciati in maniera netta e inequivocabile, e fatti rispettare.

Soprattutto: sono convinta che la comunicazione debba essere trasparente e veicolare contenuti reali, slogan che attirino il pubblico senza raggirarlo.

Che il nostro patrimonio sia un bene comune non ci piove, ma la fruizione non può e non deve essere indiscriminata, dato che il nostro primo obiettivo è proteggerlo per garantirne il passaggio alle prossime generazioni.

Dietro questo concetto apparentemente così semplice c’è un sistema complesso di equilibri: tutte le voci vanno ascoltate, ma nessuna azione deve andare a vantaggio di una a scapito di un’altra.

So che sto mettendo sul piatto molti elementi su cui riflettere che, magari, per voi che leggete sono poco chiari ma, come vi ho detto, questo post è soltanto l’inizio di un’avventura (per voi e per me).

Il mio obiettivo è quello di scrivere un post a settimana, magari provando a rispondere a qualcuna delle vostre domande.

Quindi, se vi va: usate la casellina commenti per “rompermi le scatole”.

Io, nel dubbio, vado a rimettermi a scrivere.