archeocrimini, weltanschauung

Di resti e macerie

Avevo scritto un post, qualche giorno fa, poi l’ho cancellato: non mi piace infilare troppo di fila post malmostosi, e men che meno mi va di replicare qui le dinamiche del vecchio livejournal, con post fatti di dovrebbe che non si concretizzano mai.

C’era una massima di Picasso -che ora non ricordo- sul creare e non dire, che si sposa perfettamente anche coi principi del Bushido che lentamente sto metabolizzando.

Ho cominciato a comporre haiku, e questo è un fatto.

Luce soffusa

buca la trama delle

foglie. Silenzio.

______

Acqua che scorre

su corpo immobile.

Tramonto rosso.

______

Io e la poesia non andiamo troppo d’accordo, ma comporre haiku ha solo marginalmente a che fare con la poesia: era un esercizio che veniva imposto anche ai guerrieri per allenare la gentilezza e mantenere viva l’empatia.

Un restare umani prima che divenisse uno slogan: uno delle colonne portanti della cultura giapponese, che sempre più è tornata ad attrarmi, proprio come ai tempi del liceo.

Colpa del mio riavvicinarmi alla meditazione.

Ottobre è stato un mese di battaglie sfiancanti tra me e la mia tendenza all’autodistruzione: non cedere è una questione di principio, è l’educarsi al costruire che è più difficile che disfare.

Dopotutto è proprio l’archeologia che mi insegna la differenza tra resto e rudere (che prima ancora è maceria): è una differenza semantica e di percezione. Resto è testimonianza, il segno del passaggio di qualcosa che è ancora vivo nella memoria collettiva e, di conseguenza, parte del tessuto connettivo della città; rudere è la maceria svuotata di ogni memoria e, di conseguenza, significato.

Il monumento è la base di partenza di un percorso di ricostruzione, un riannodare i fili della memoria intrecciandoli al presente. Il rudere è ciò che rimane di qualcosa che non tornerà più, uno scarto della vita, un rifiuto.

A volte dovrei ricordarmi più spesso quanto il percorso che ho scelto abbia una luce positiva, quanto mi faccia bene questo voler preservare che è innanzitutto preservare il significato delle cose.

Se dovessi definire quello che sto facendo in questo preciso momento, scherzando direi che è giocare una partita a Pokémon Go coi reperti archeologici al posto dei Pokémon.

Quello a cui sto dando la caccia in questo momento, il primo a cui il mio nome potrebbe essere associato a titolo ufficiale, ha un nome bellissimo, greco, che ne indica tutta la nobiltà che rappresenta.

È stata proprio la consapevolezza di quanto sia bello (sì, bello, perché la bellezza non è un limite e, anzi, alimenta quell’empatia che dona un senso alla parte noiosa del processo di ricostruzione della provenienza) a farmi aggrappare alla luce per non annegare nell’ombra per l’ennesima volta: una spirale virtuosa che dura, e che sto cercando di alimentare a qualunque costo.

L’articolo è stato completato con tutti i ritardi e la fatica del caso: ma è un fatto e, come insegna Picasso, è coi fatti che si fa l’Arte (o la Storia).

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Il tarlo

È mezzanotte e dovrei essere a letto da almeno mezz’ora.

Domani mattina dovrei essere fuori dal letto alle sei e mezza, e uscire di casa in tempo per prendere il treno delle otto e un quarto.

Sullo scrittoio sono disposte le cose che dovrei mettere nella borsa: i taccuini con gli appunti (quello di Tiger per le collocazioni e gli appunti; quello del negozio tutto a un euro sotto casa per uso tipo agenda); l’astuccio rigido con le tre penne (quella gel per gli appunti, quella nera per compilare le richieste di lettura in carta carbone e una blu di riserva), la matita e l’evidenziatore (rosa); il Kindle per leggere in treno; il modem portatile; il power bank; la pochette col kit di sopravvivenza (Aulin per il mal di testa, antistaminico per le punture d’insetto, Enantyum per i dolori mestruali, Magnesia per il bruciore di stomaco, due tipi di salviette umidificate, un paio di assorbenti in bustina, fazzoletti di carta di varie marche e gradi di disfacimento); auricolari; portatile.

Di solito avrei detto tablet e tastiera ma domani devo-assolutamente-scrivere e quindi portatile.

Niente quadernone, niente fotocopie: solo un nome.

L’ennesima collezione da rintracciare.

Non ci vogliono più di cinque minuti per assemblare il tutto, ormai è memoria muscolare, domattina toccherà alla borsa del pranzo (tramezzini, acqua con integratore salinico, un po’ di frutta) e poi via.

Treno, metro, Via dei Fori Imperiali a piedi (ciao, Colosseo, ciao, Basilica di Massenzio, rione Monti sai che ti amo, Foro e Fori, chi ha costruito cosa, la parete della Forma Urbis), scale (saluta la chiesa di San Marco che occhieggia dietro le grate del portone, accarezza il corrimano a forma di serpente), striscia il badge, l’armadietto oggi sopra perché ormai sei di casa, il solito tavolo è libero, la colonna Traiana ondeggia dietro gli spessi vetri delle finestre perennemente chiuse.

Odore di polvere, legno, carta.

Odore di buono.

No, meglio: odore di sicuro.

In pochi posti mi sento al sicuro come a Palazzo Venezia.

Nonostante fossi qui l’11 settembre, a vedere una mostra con alcune amiche (una di loro sarà mi allieva quest’anno, fa strano scriverlo), coi turisti americani che ricevevano le prime notizie ed entrarono nel panico, col rischio attentati che paralizzò il centro storico costringendoci a tornare a Termini a piedi, tanta paura, genitori angosciati al telefono, treni in ritardo, mia madre che voleva strozzarmi senza sapere nemmeno bene perché, non era colpa nostra, non era colpa di nessuno.

Nonostate un molestatore abbia tentato di inseguirmi fin sulle scale, o forse proprio per quello. Un bibliotecario, che vide la scena sui monitor di sicurezza, uscì e mi scortò in sala.

Eppure è qui che ho goduto del privilegio raro di poter passare del tempo in solitudine con l’ultimo dipinto di Leonardo, ed è sempre qui che ebbi l’occasione di vedere di persona Botero, e il suo ciclo di dipinti sulle torture di Abu Grahib.

È qui che ho mandato in frantumi e ricostruito la mia vita.

La verità è che scapperei qui un giorno a settimana anche se non avessi ricerche da fare, anche solo per mangiare seduta su una delle panchine del giardino, circondata da turisti e dalla folla variopinta degli studenti dell’Accademia delle Belle Arti.

Anche solo per prendere un volume a caso dagli scaffali e riempire gli occhi di meraviglia.

È mezzanotte e mezza, ormai, e io dovrei staccare tutto e andare a dormire, ma non ci riesco.

Oggi sono successe cose belle, stasera cose strane.

Più che tutto: ho smesso di negare l’evidenza e accettato di avere un bisogno fortissimo, lancinante nella sua urgenza: salire su un aereo e andare.

Non per un viaggio, o semplicemente per scappare, come ai tempi in cui nei muri del Colosseo cercavo le proporzioni di Las Ventas.

Non è un desiderio cieco.

Ho il bisogno di costruire, di prendermi cura di me.

Ho bisogno che sentirmi al sicuro diventi la norma.

Ho bisogno di vivere in un posto che di notte non mi faccia digrignare i denti e che di giorno non mi consumi d’ansia e di rabbia.

Ho bisogno di un trattato di pace, non dell’ennesima tregua.

Ho bisogno di portare al sicuro tutto ciò che c’è di buono nella mia vita e permettergli di germogliare: la ricerca, la scrittura, la curiosità e la voglia di esplorare.

So che ci sono persone che mi vogliono bene, e so anche che, in un modo distorto, mi vuole bene anche chi mi sta facendo del male ma è proprio per non avvelenare del tutto la consapevolezza di quel bene che mi devo allontanare.

Non per un giorno a settimana, non per un week end al mese, o per un viaggio ogni tanto.

Mi merito di stare bene 365 giorni all’anno.

 

 

archeocrimini, cinema

La Bellezza non ha bisogno di cantori, ma di buoni narratori

Da persona che, da un paio d’anni, ha iniziato a occuparsi in maniera professionale di traffico internazionale di reperti tendo sempre ad accogliere con un certo entusiasmo opere di intrattenimento che toccano questo tema o, in generale, che parlano di Art Crime.

Ci sono volte in cui il mio entusiasmo viene ripagato, come nel caso della saga L’arte del delitto di Josh Lanyon, o come in queste ultime settimane, quando sono incappata nella serie televisiva francese L’art du Crime.

Più spesso, purtroppo, tocca recriminare, come nel caso della serie di Sky Atlantic Riviera, nata come thriller finanziario giocato sull’uso del collezionismo come mezzo per riciclare denaro e finita per diventare un pastrocchio senza senso, al punto da spingere perfino il suo creatore a disconoscerla.

E poi c’è il caso di Una storia senza nome, presentato ieri fuori concorso al Festival del Cinema di Venezia.

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Premessa: io amo il cinema. Alla follia. Guardo un sacco di film, cerco di leggere libri sul tema quando ne ho l’occasione, seguo una caterva di blog cinematografici.

Uno dei miei preferiti si chiamava Friday Prejudice, prendeva i trailer dei film in uscita in settimana e si divertiva (letteralmente) a darne un giudizio basandosi solo sulle poche informazioni a disposizione, stabilendo se valeva la pena o no fidarsi.

Ecco, guardando per la prima volta il trailer di Una storia senza nome e cercando un po’ di informazioni in giro mi sono fatta la stessa domanda: andrei al cinema a vederlo?

La risposta è stata un NO secco e adesso provo a spiegarvi anche il perché.

La trama, in breve: membro delle Forze dell’ordine in pensione contatta sceneggiatrice ghost writer per metterle in mano la storia del furto della Natività di Caravaggio, uno dei più tristemente famosi della storia dell’arte. Lei accetta l’incarico e da lì in poi iniziano a succedere brutte cose soprattutto ad Alessandro Gassmann, che sarebbe il tizio per cui lei (Micaela Ramazzotti) fa lo zerbino sia a livello professionale che sentimentale.

Premettendo che già su questa sinossi avrei un sacco, ma un sacco di cose da ridire, e anche un discreto numero di battutacce da fare (basate sul confronto con la mia esperienza personale, tra l’altro), ciò che mi ha spinto ad aprire la casella e scrivere questo post sono state le dichiarazioni del regista rilasciate durante la conferenza stampa a Venezia e riportate da Repubblica:

“Oggi la politica, che sia incarnata in Donald Trump o nei casi nostri, ha questo aspetto un po’ ridicolo  – spiega il regista – Questa storia viene da quell’insieme di ridicolo e tragico che rappresenta bene il potere nel nostro Paese da quell’idea di potere che nella storia del furto del Caravaggio, un capolavoro rubato e dato in pasto ai porci, come riferito da alcuni pentiti, è un racconto perfettamente aderente ai nostri trascorsi. Se custodire e tramandare la bellezza è la forma più elementare di civiltà, questo grado minimo in Italia è sempre stato a rischio”.

A parte che io faccio fatica a trovare qualcosa di ridicolo in tutta la faccenda del furto di questo dipinto, tagliato con un taglierino e portato via di notte dall’oratorio palermitano in cui era conservato nel 1969, intercettato e accalappiato dalla mafia con lo scopo di farne merce di scambio nell’ambito della trattativa Stato-Mafia, sarebbe stato carino far presente ad Andò che, semmai, nonostante questi episodi se c’è un paese al mondo che è sempre stato all’avanguardia e in prima linea per la lotta al contrasto del traffico di opere d’arte quel paese è proprio l’Italia.

Almeno dal 1820, anno di proclamazione dell’editto del Cardinal Pacca, primo provvedimento legislativo a tutela del nostro patrimonio archeologico ed artistico.

Senza voler proseguire il lungo elenco di leggi che gli sono succedute, sarebbe stato carino ricordare ad Andò  che l’Italia è stata anche il primo paese al mondo ad istituire un corpo dedito alla salvaguardia della nostra cultural heritage, quel Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri che, a tutt’oggi, è un modello di riferimento per le polizie di mezzo mondo.

E prima che mi si tacci di essere ultranazionalista (cosa che non sono, ma da qui a sputare a prescindere sul paese in cui sono nata e vivo ce ne corre), vorrei far presente che tra coloro che sono stati ispirati dall’operato del TPC c’è anche Matthew Bogdanos, ex Marine e procuratore di New York molto attivo contro il traffico illecito di reperti archeologici, tema a cui si è avvicinato dopo aver visto in Iraq, e proprio operando al fianco dei carabinieri.

Ma tutto questo al regista non pare interessare, nella sua visione della faccenda esiste solo il Male e l’unico rimedio è… il cinema.

Rega’, davvero, io avrei voluto provare a dare una chance a questo film, ma come si fa a fidarsi di una roba dove la ricostruzione di uno dei più importanti furti d’arte della storia viene affidata a una sceneggiatrice?

Storici dell’arte, questi sconosciuti. Cioè, i francesi sono riusciti a fare un (bel) telefilm partendo dalla figura di una ricercatrice del Louvre che, per riscattare tutta una serie di magagne sue personali si iscrive all’albo dei periti del tribunale per collaborare con il reparto della polizia dedito al contrasto del traffico di opere d’arte ma noi, che di questo settore siamo stati pionieri, lasciamo che una storia come quella del furto della Natività divenga un pretesto per celebrare la capacità narrativa del cinema.

Pensate che scemo Ben Affleck quando, per fare la stessa cosa, si è andato a cercare una storia vera in cui il cinema fu effettivamente d’aiuto al governo americano, vincendoci pure un Oscar.

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“Questo è un film sul cinema – spiega Andò – La storia di questo furto ci arriva attraverso i racconti dei pentiti che si sono contraddetti tra loro negli anni e questo mi sembrava uno spunto buono per parlare del rapporto che c’è tra il cinema e la realtà, volevo che il film fosse un dispositivo attraverso cui indagare la realtà. Ho pensato a una commedia che potesse raccontare come il cinema, nonostante la sua fragilità attuale, possa ancora attraverso l’immaginazione cogliere un frammento di verità”.

Cioè, capite?

Questo è un film sul cinema. Non sull’arte perduta, non sul potere che usa la bellezza come merce di scambio, no: viene presentata come l’ennesima pellicola ombelicale in cui il cinema italiano si da il cinque alto da solo.

E per carità, di motivi per cui il cinema italiano, oggi, debba essere fiero di se stesso ce ne sono tanti (Garrone, Sorrentino, Sollima, Guadagnino, Mainetti, tanto per fare un po’ di nomi a caso), ma sono abbastanza sicura che l’idea di prendere una storia per sentito dire e usarla per dirsi da soli quanto si è fighi non sia tra questi.

Che pure l’autoreferenzialità è un genere che bisogna saper girare, e usare una storia tanto complessa e dalle implicazioni tanto profonde tanto per far parlare di sé e darsi un’aria da film impegnato non è una grande idea.

Ripeto: io di film su questi temi ne vorrei uno al mese, tipo universo Marvel, son la prima ad avere interesse a che il grande pubblico capisca quanto un’opera d’arte e un reperto archeologico vengano visti da terroristi, criminali e uomini d’affari senza scrupoli come mezzi per far soldi rischiando relativamente poco (molto meno che a smerciare droga, armi ed esseri umani), ma mi piacerebbe anche che chi ne parla lo facesse nel pieno rispetto della tematica, non usandola solo come ambientazione cool o come lumino lampeggiante per attirare l’attenzione.

Il settore degli studi sull’Art Crime è in crescita costante: si moltiplicano i corsi post-laurea, le certificazioni, i Master.

Le case d’asta hanno sempre maggior interesse ad avere al proprio interno specialisti in provenienza delle collezioni, e le forze di polizia hanno sempre più bisogno di esperti che sappiano non solo stabilire l’autenticità o meno di un reperto, ma anche di aiutarli a trovare prove che possano consentire il rimpatrio di oggetti preziosi che si trovano in molti musei esteri, ad esempio.

Sarà che il mio compito è, attualmente, proprio quello di ricostruire la storia dell’acquisizione di un certo corredo funebre di grande importanza, mi ferisce vedere che questo compito non lo si reputa degno di uno specialista ma lo si ritiene roba da cantastorie, come fosse una mera faccenda narrativa.

E, tanto per essere chiari anche con chi ha chiuso l’articolo per Repubblica: la verità sulla Natività di Caravaggio si saprà.

C’è gente che ci sputa il sangue da decenni, per ritrovarla.

La versione di Andò non ha e non avrà mai lo stesso valore.

Perché il cinema è grande solo quando si concentra sulla storia, eliminando gli orpelli.

Per questo conto che, un giorno, anche la nostra “Grande Bellezza” troverà cantori migliori, gente che anziché star lì a frignare che o tempora, o mores! si prenda la briga di raccontare chi erano Rodolfo Siviero e il generale Roberto Conforti, del cratere di Eufronio e della Venere di Morgantina.

Che si ricordi, insomma, che oltre alle storie perdute c’è anche chi ha lottato per restituirne altrettante.

Lo so che sono tempi difficili, lo sconforto prende anche me e più di una volta.

Ma volersi concentrare solo sul nero non fa che peggiorare le cose.

L’Italia ha tante cicatrici, tante opere che le sono state strappate ingiustamente: ma in mezzo alle cicatrici sono stati piantati semi che, spesso, hanno fatto germogliare piante rigogliose.

 

libri, scrittura

Purezza

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Golondrina, di Est Em.

Non so perché abbia bisogno di aspettare un certo tempo prima di leggere qualcosa di cui mi innamoro a pelle.

Il lavoro di Est Em fa parte della lista di punti di riferimento che ho accumulato negli anni per via de Il mondo nuovo: Est Em è una mangaka che conosce bene la corrida e sa raccontarla con quella raffinatezza propria dello stile narrativo giapponese.

Ai tempi recuperai le due storie più propriamente M/M lasciando in disparte questo manga, che in qualche modo mi ricorda il film Blancanieves, forse per via della resa volutamente androgina della protagonista.

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Ma le due trame sono completamente diverse, pur nell’essere accomunate nella scelta della corrida come mezzo di vendetta.

Su Chica, la protagonista del manga, la corrida grava come una sorta di predestinazione: il giorno del suo quinto compleanno un famoso torero perde la vita nell’arena e la notizia riempie ossessivamente i palinsesti, avvelenandole la festa.

Anni dopo il tradimento da parte della donna che ama spinge Chica a scegliere il suicidio: l’incontro più o meno fortuito con un anziano torero, tuttavia, e il ricordo di quel compleanno, le faranno decidere di perseguire la via del toro per ottenere una morte tragica nell’arena.

Solo così, spettacolarizzando al massimo il suo profondo dolore, è convinta che riuscirà a far capire all’amata il dolore che le ha procurato.

Sembra una premessa melodrammatica, ma vi assicuro che è la fusione perfetta tra Sangue e Arena e Confessioni di una Maschera: la filosofia tragica della corrida si sposa perfettamente con l’eleganza minimale dei disegni, con l’ermetismo dello stile narrativo giapponese.

È quasi destabilizzante ritrovare in una stessa vignetta, quasi stessero dialogando assieme, Lorca e Mishima, il duende e la purezza di intenti.

Il tragico e l’essenziale.

E poi c’è Hemingway.

Quando, anni fa, visitai a Roma la mostra che esponeva Gli orrori della guerra di Goya, mi dissi che c’era qualcosa, in quel suo modo di dire solo ciò che è necessario, ponendolo di fronte agli occhi dello spettatore come fosse un’operazione chirurgica, che mi ricordava il modo di scrivere di Hemingway.

Avevo dimenticato che è stato proprio Hemingway, nelle prime due pagine di Morte nel pomeriggio, a dire di aver scelto come oggetto di scrittura i tori per raggiungere quella “purezza” tipica di Goya nel raccontare la morte.

Che io non so perché associamo la purezza a ciò che è nuovo, vergine, intonso, avvolto nella pellicola del tempo futuro.

Purezza è l’attimo presente, la capacità di catturarlo e renderlo con precisione.

Purezza è lucidità, consapevolezza, capacità di controllo e di esatta comprensione del momento.

Purezza ha a che fare con l’esperienza, fatta con tutti noi stessi, vissuta senza sconti.

È imparare a rendere le parole affilate come acciaio dopo aver lasciato che lame vere affondassero nella carne fino a scheggiare le ossa.

Una parte di me sa che ha avuto bisogno di questi anni di stacco emotivo, per tornare agli uomini e ai tori.

Un’altra parte di me, però, sa anche che quel distacco non è e non sarà mai abbastanza.

E allora tocca fare come Hemingway, decidersi a fare le cose ora meglio che si può, e non pensare troppo a quello che si potrebbe sapere tra qualche tempo.

Fare come Katsuya, che dai marchi incisi col coltello sulla schiena sta imparando a schiudere le ali.

È pericoloso accettare di versare sangue (metaforico) per raggiungere la verità delle cose, ma è anche l’unico modo davvero efficace di vivere fino in fondo.

Ci saranno anche ferite nuove, in questo mondo che sto costruendo.

Dolori recenti.

Parti di me che avevo seppellito credendole morte.

Il difficile sta nel raccontarle nella maniera più pura possibile, cosa non facile, quando ciò che provi non ti rende obiettiva.

 

 

weltanschauung

Prima sera di scrittura seduta alla mia scrivania: libreria piena circa a metà, borsoni sparsi per la stanza, cassetti pieni ancora dei vestiti invernali.

Tre mesi fuori sono più lunghi se li passi a cinque minuti di macchina in una casa ostile che se li passi fuori, lontano, ad accumulare esperienze e metter su una nuova vita.

Che poi dio solo lo sa quanto la vorrei, una nuova vita.

Ci pensavo giusto stamattina: nei miei profili ci sono diversi expats, tutti con storie diversissime alle spalle, non tutte a lieto fine, ma tutte, davvero tutte, interessanti da seguire.

E l’istinto fortissimo di voler provare almeno una volta un’esperienza simile, magari per poco, l’ennesimo scrupolo da togliersi per non avere rimpianti.

Il punto è che con la via accademica ho già tentato una volta e non è andata bene, non posso fare l’insegnante di lingue e se devo badare a pargoli urlanti o servire ai tavoli di una pizzeria posso farlo benissimo qui.

Quindi boh, da un lato mi tengo impegnata progettando il viaggio dell’anno prossimo (Atene), ma dall’altro tengo a bada l’istinto di andare a fare il passaporto, che la stazione di polizia ce l’ho giusto giusto dietro casa.

(No, è che a New York hanno un procuratore generale che è un ex marine che ha prestato servizio in Iraq assieme al TPC dei Carabinieri, e ne è rimasto talmente folgorato da dichiarare guerra alle grandi case d’asta, guerra per combattere la quale va reclutando archeologi come interns. Problema: come ci campi coi quattro spicci dell’internship, sempre ammesso di arrivarci, nella seconda o terza metropoli più cara del pianeta?)

E poi mi lancio in conversazioni sull’Art Crime in inglese in cui sembra che la gente mi capisca, sia mai che riesca a rassegnarmi all’idea che lo so meglio di quanto creda.

Poi, certo, passati questi giorni di pressione bassa ci sarebbe la revisione da finire (da luglio l’ho già fatta slittare ad agosto e ora settembre) e il saggio, ma lì la prima battaglia da vincere è contro l’umore altalenante che mi fa dire un giorno su due: “Ma chi cavolo me lo sta facendo fare?”

Che è un po’ il grande dilemma esistenziale del periodo.

Forse, semplicemente, a volte dovrei ricordarmi che sono umana ed è normale essere stanchi e frustrati e magari staccare anche un po’ davvero, giusto per tirare un po’ il fiato.

Pe questo ho deciso che almeno il blog ripartirà a settembre.

 

 

 

weltanschauung

Odio Capitale

Non c’è nulla di peggio del veder deludere una nostra aspettativa: un film che non ci ha soddisfatto, un cibo che non ha appagato il palato, un’esperienza che non ha suscitato le emozioni che ci saremmo aspettati.

Accade continuamente, perfino con le persone: credi che la relazione andrà in un modo e invece no.

Imparare a scendere a patti con le aspettative è lo scoglio più grosso da superare per approdare appieno all’età adulta: sì, le cose non sempre vanno come vorremmo; no, frignare ad libitum non contribuirà a cambiare lo status quo.

Non mi stupisce che accada anche con i luoghi, soprattutto quando si tratta di grandi città, più ancora quando si tratta di grandi città in cui si sceglie di andare a vivere: in quel caso a fallire è un progetto di vita e sono la prima a comprendere il senso di rigurgito che anche solo il ricordo di quel luogo riesce a provocare.

Dopotutto, state pur sempre parlando con una che per anni non è riuscita a mettere piede in zona Colosseo per il sacro terrore di incrociare chi aveva contribuito a renderle l’ultima parte della vita universitaria un inferno.

E che per compensare si era immersa anima e corpo nello studio della cultura di un paese che manco la interessava e su cui si era incaponita a scrivere un romanzo.

Questa premessa per dire che: sì, Roma è una città terribile che sta distruggere chi prova a viverci e inserirsi.

È sporca, trasandata, culturalmente morta, invivibile per chiunque non sia sufficientemente ricco da potersi permettere una casa in centro (o un taxi anche per brevi spostamenti).

Roma sta vivendo una stagione nera, sia politicamente che culturalmente, una stagione le cui cause affondano le radici molto indietro nel tempo, e le cui cause di degrado sono estremamente complesse.

Questo non è un post di difesa senza se e senza ma della capitale: amare Roma, amarla fin nella parte più profonda dell’anima non significa essere ciechi.

Se per andare da Piazza Venezia a Termini e sperare di prendere il treno in orario e, magari, con posto a sedere libero, devo uscire circa un’ora prima quando basterebbero una ventina di minuti vuol dire che il problema è enorme.

Anche perché sia la stazione Termini che Piazza Venezia sono due nodi nevralgici del trasporto urbano, il centro del centro storico.

No, quello di cui vorrei parlare è altro: è un odio quasi atavico, che mi è capitato di leggere più di una volta anche tra le righe di persone che stim(av)o molto, tipo la nota scrittrice di fanfiction approdata a Mondadori che su un giornale online pubblicò un pezzo che suonava più o meno così:

“Roma è meglio di Milano perché una volta sono entrata in una pizzeria con un’amica e la proprietaria (o una cameriera?) si era permessa di farmi una domanda fuori luogo.”

Ora, non è per dire: io un barista del genere l’ho incrociata a Bologna, ma a parte che non mi permetterei mai di prenderlo a esempio del comportamento tipico della popolazione media della città, men che meno mi azzarderei di portare un episodio del genere come argomentazione portante di un articolo giornalistico.

Soprattutto quando di motivi per cui Roma è, al momento, una città più vivibile di Milano che ne sono svariati, e tutti piuttosto ovvi.

Il punto è che non è nemmeno l’unico caso simile in cui mi è capitato di imbattermi: giusto oggi, sulla bacheca di una persona che seguo, una simpatica fanciulla si è permessa di scrivere (peraltro nei commenti di uno status pubblico) che, se potesse, a Roma darebbe fuoco col napalm e si augurava che venisse rasa al suolo e resa desertica col sale come è stato fatto millenni fa con Cartagine.

Un commento che va un pelo oltre il: “malimortacci dell’ATAC, della Sindaca, degli assessori e di chi l’ha amministrata dalla caduta dell’Impero Romano a oggi.

Il punto è che mi pare che Roma goda di una categoria di haters che hanno solo lei e Napoli, gente che la odia in quanto tale, gente che odia il fatto che nonostante sia come è abbia tutta quell’arte, gente che boh, magari se ne è sentita tradita ma spesso anche no, è gente che non l’ha visitata manco da turista.

Un sentimento che a volte alle sfumature dell’insofferenza, ma più spesso ha proprio il sapore di un rancore viscerale, animalesco, profondo.

Un sentimento che il più delle volte mi fa ridere, qualche volte mi turba (perché mi odi senza manco conoscermi di persona?), qualcun’altra mi fa incazzare ma sostanzialmente sempre, e dico sempre, mi lascia perplessa.

Da dove nasce, se tu a Roma non ci sei nato, non ci vivi, magari manco l’hai mai visitata o se l’hai visitata ci sei stato una manciata di giorni appena?

Sulla base di cosa fondi questo bisogno di vomitare rancore nei confronti non di una singola persona ma di un posto che fa tre milioni e rotti di abitanti?

Perché insomma: con un campione così vasto, così eterogeneo, peraltro composto in percentuali piuttosto elevate di emigrati (non necessariamente stranieri, anzi), continuare a reiterare lo stereotipo del romano cafone mi pare un po’, come dire, un luogo comune.

I romani sono abbruttiti e incattiviti, stronzi e arroganti, ma non lo sono tutti e non lo sono più da un pezzo con le modalità con cui li dipingevano Carlo Verdone e Christian De Sica.

Se avete visto film come ACAB o Lo chiamavano Jeeg Robot avrete un quadro molto più attuale e contestualizzato del livello di abbruttimento della città, con tanto di spiegazione delle cause.

E insomma: io vorrei che mi aiutaste a capire.

Perché credo che certe manifestazioni d’odio quando appartieni alla categoria odiata non le puoi capire, o almeno non del tutto.

Anche perché, per dire, parlare di Roma è parlare di molte cose diverse: non so se ci avete mai fatto caso, ma il dialetto parlato da Alessandro Borghese è molto diverso da quello di Chef Rubio.

Io da parte mia cercherò di impegnarmi per scriverne e descriverla anche per i suoi lati buoni, la sua bellezza che davvero è grande, la sua ricchezza, la sua arte.

E non solo per una questione di orgoglio (non credo nel campanilismo fine a se stesso): ma perché penso che in tempi di rancore come questi, la bellezza sia la miglior risposta.

O almeno è quello che mi ha insegnato proprio nascere, crescere, studiare e amare Roma.

 

archeocrimini, libri

L’archeocriminologa consiglia: Il cardellino, di Donna Tartt

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Ci sono libri che possono essere recensiti a partire dalla copertina.

Questo è uno di quei casi.

Guardatela: un involucro di carta dove il titolo sembra una nota scritta a matita si strappa rivelando il dettaglio di un dipinto.

Non un dipinto qualsiasi, ma un autentico capolavoro, una delle pochissime opere sopravvissute di Carel Fabritius, importante maestro olandese.

L’essenza di questo libro sta tutta qua: un quadro piccolo, quasi insignificante se paragonato ad altre opere più grandi e più appariscenti, sopravvive a una prima tragedia, reale, e poi a una seconda, quella inventata dall’autrice, divenendo l’ancora di salvezza di un altro piccolo, apparentemente insignificante essere umano.

È un romanzo corale, Il cardellino, un romanzo di intrecci e frammenti di memoria che riemergono confusi e si incastrano per restituire una verità parziale di cui il lettore non può fare a meno di fidarsi come un credente.

A questa colonna principale, che sostiene e giustifica le precise scelte narrative (la struttura dickensiana, la prima persona sotto forma di flusso di coscienza), se ne affiancano altre che, come le cupole laterali delle moschee aiutano a distribuire e scaricare il peso delle volta di tematiche di cui il romanzo è pregno.

Sarebbe piuttosto facile dire, infatti, che è un romanzo che celebra il ruolo salvifico dell’arte, ma non è esattamente così perché la complessità degli eventi narrati consente a Donna Tartt (esattamente come in Dio di illusioni) di esplorare tutte le sfumature del caso: l’arte è salvezza ma anche ossessione, e dall’ossessione discende l’avidità, che a sua volta può spingere chi ne è ossessionato al furto e alla truffa.

Più ancora, e per fortuna, Il cardellino è un romanzo che parla di arte ma non di artisti: piuttosto i veri protagonisti sono gli emarginati, gente che di un dipinto sa cogliere soprattutto l’aspetto emotivo, quel senso di autenticità e purezza in contrasto con la miseria e lo squallore del contesto in cui vive.

Per questo chi, come me, si occupa di art crime sorriderà nel leggere alcuni passaggi e nel riconoscere alcuni riferimenti (primo fra tutti quello alla Natività di Caravaggio), e si commuoverà leggendo le righe finali, che in un certo senso omaggiano le storie incredibili di chi, realmente, si è speso e si spende per salvaguardare la nostra eredità culturale, non credo che si possa definire questo romanzo né un vero thriller né, tanto meno, un vero thriller su questo tema.

E badate che per me è un pregio, non un difetto, perché ciò che trasmette, quel bisogno disperato di qualcosa che dia un senso a un’esistenza che apparentemente non sembra averne, è qualcosa di ancora più prezioso.

 

weltanschauung

Io, il femminismo, la femminilità

Non credo nelle generalizzazioni, quindi dico subito che non credo che quando mia madre mi ha cresciuta pretendendo da me molto più che da mio fratello lo abbia fatto perché è il comportamento tipico delle madri.

Lo ha fatto semplicemente perché voleva che diventassi una sua versione ulteriormente migliorata, ma soprattutto perché voleva che non diventassi come sua sorella.

Per quanto, però, già questa sarebbe di per sé una storia interessante, il post non verterà su questo.

Ricominciamo daccapo: mia madre mi ha cresciuta pretendendo da me molto più che da mio fratello.

Non in termini di studio, quanto in termini proprio di educazione alla vita: ha sempre dato più o meno per scontato che non avrei trovato qualcuno alla mia altezza, e quindi mi sarei dovuta arrangiare a fare benissimo tutto e contemporaneamente.

Non dovrebbe stupirvi se confesso che l’unico, vero risultato che ha ottenuto è stato farmi odiare il fatto di essere nata donna: odiavo le mestruazioni dolorose e abbondanti, odiavo dovermi sobbarcare le faccende domestiche, odiavo il dover star zitta “perché non sta bene” e il dover sedere, durante le feste, dal lato del tavolo dove si facevano discorsi che non mi interessavano affatto (problemi di casa e figliolanza anziché calcio e politica).

Se c’è una certezza che, per decenni, ha costituito la piattaforma in granito su cui il mio mondo era fondato era che non mi sarei mai sposata, non avrei mia partorito e soprattutto, soprattutto, non avrei mai sacrificato me stessa per qualcun altro, men che meno per un marito.

Oltretutto, a differenza di molte mie amiche e compagne di classe, non ero attratta dal sesso anche se, ovviamente, ho avuto la mia dose di amori platonici.

Ma anche questa è un’altra storia.

Flashforward fin verso i 30: una serie di problemi di salute costringono mia madre a subire un certo numero di interventi (più o meno importanti) alle gambe.

Mio padre fa la spola tra cliniche e ospedali, mio fratello evapora abbandonandoci letteralmente e io mi ritrovo incastrata nel ruolo di caregiver.

Per anni.

Con la “carriera” archeologica che, per altri motivi, va in frantumi lasciandomi depressa e priva di prospettive professionali.

Mi ritrovo sola, biasimata da un parentado quando non indifferente ostile, frustrata e rancorosa.

Comincio a odiare ancora di più il mio essere nata donna, reagendo come la quindicenne scema che non sono stata ai tempi.

Provo un senso di liberazione nel lasciare i piatti abbandonati nel lavello, vivendo il gesto come fosse chissà quale simbolo di emancipazione.

Divento lamentosa e vittimista, mi sento tradita da tutto e da tutti, comincio a trascurarmi anche fisicamente, mettendo su peso.

Mi guardo attorno e mi percepisco squallida, circondata da poche amiche che, nel frattempo, invece, si sposano e fanno figli.

E no, non sono di quelle che poi finiscono per rincretinire come vorrebbe la vulgata delle mamme pancine, sono donne che vedo fiorire, che raggiungono traguardi e brillano di luce propria.

Per fortuna in questo periodo buio qualcosa di buono c’è ed è il mio avvicinarmi, complici i social, al femminismo militante.

Lipperatura, Se non ora quando?, Giulia Blasi, Costanza Jesurum che all’epoca ancora si faceva chiamare zauberei, ma anche mamme blogger come Barbara Summa e Claudia De Lillo.

Il mondo delle donne comincia ad apparirmi vario, l’idea che per affermare la propria libertà ci si debba incattivire, mascolinizzare e privare di tutto comincia ad apparirmi una stronzata sesquipedale.

Perfino la Disney ci arriva, innescando quel percorso di rinnovamento che, partendo da Mulan, la principessa che deve farsi uomo per proteggere il suo paese, porta a Merida, Rapunzel, Elsa e, soprattutto, Moana.

Comincio a lavorare a una mia dimensione femminista, un punto di equilibrio tra le istanze da super-donna di mia madre e la Fantaghirò de’ noantri elaborata dalla mia fantasia infantile.

Riparto da quello che ho intorno: la casa.

No, decisamente non voglio essere Bree Van De Kamp, ma mi piace vivere in un posto accogliente e ordinato.

Le faccende domestiche non sono il male, se le fai perché vuoi farle e non te ne lasci ossessionare.

Mi piace che i vetri delle finestre brillino perché ho un bel panorama da guardare, mi piace che la cucina sia in ordine quando la mattina vado a preparare la colazione perché un ambiente accogliente ti mette di buonumore e ti predispone a vivere meglio la giornata.

No, non so fare la riversina perfetta col copriletto e no, non mi preoccupo che le penne siano perfettamente allineate sul mio scrittoio stile provenzale, ma ci tengo a che l’ambiente dove vivo e scrivo sia accogliente, per me e per i miei.

Accetto l’idea che se sei l’unica rimasta che può accollarsi una responsabilità, lo devi fare e basta, e fanculo le recriminazioni.

Ovviamente mando a fare in culo anche chi mi ha abbandonata, ma questo è un altro discorso.

Riprendo a curare il fisico, a fare sport, a sforzarmi di creare una prospettiva di vita lì dove sembrava che non ci fosse più speranza.

Contemporaneamente rivedo le mie posizioni anche sulla maternità: non è un limite e maledetto sia chiunque abbia fatto credere alle donne che lo fosse.

Mi sento tremendamente in soggezione nei confronti delle amiche e conoscenti che hanno figli, perché una parte di me si rende conto che hanno qualcosa che a me manca e a cui non credo di poter avere più accesso.

Una possibilità di crescere e di dare affetto, ma anche di fare del mondo un posto migliore dando forma alla generazione che verrà.

Sono cose che la ventenne orgogliosa e la neotrentenne incattivita non avrebbero mai potuto comprendere.

Faccio pace col mio essere donna, con l’endometriosi e i fianchi larghi, coi personaggi femminili e coi tacchi alti anche se so che non imparerò mai a camminarci sopra.

Comprendo gli errori e li ammetto, sforzandomi di capire in cosa posso rimediare, in qualche modo.

Penso che se non posso adottare forse posso comunque farlo a distanza, e penso che scrivere e occuparmi di traffico internazionale di reperti può essere un modo per lasciare il mondo un posto un po’ migliore per i figli e le figlie delle persone che amo.

Ciò che non possiamo fare da singoli individui possiamo farlo ragionando in termini di sopravvivenza della specie.

Ridefinisco anche il mio rapporto col sesso e i sentimenti, accettando che quel non interesse per saltare addosso agli sconosciuti che vedo ha un nome.

E che sì, se pensi che potresti trascorrere il resto della tua vita accanto a una donna anche senza volerci per forza fare sesso fa di te una bisessuale.

Mi rendo conto che questo lungo sfogo è impreciso, confuso e omette un sacco di cose ma era un primo passo, uno dei tanti primi passi che ho mosso quest’anno.

Certe cose avrei dovuto scriverle da un sacco di tempo.

Ho scelto il giorno conclusivo del mese del Pride perché penso che sia una data simbolica.

Il mese che si apre domani sarà ricco di novità importanti.

Ma temo che questa sia una storia che, come molte altre accennate qui, vada raccontata un’altra volta.

scrittura

Il ballo della debuttante

Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con l’idea di pubblicare un romanzo: una parte di me lo vorrebbe  molto, spinta anche dalle varie lusinghe che, nel corso degli anni, mi sono giunte dal mondo editoriale; ma un’altra parte, la più insicura, ci ha fatto e ci fa, invece, a botte.

Perché il mercato italiano è piccolo e saturo, il mio nome non avrebbe fatto la diffrenza e le storie che scrivevo erano sempre un po’ troppo fuori dai canoni per essere incasellate in una qualche logica di vendita.

Perché, per molto tempo, semplicemente non mi sono sentita all’altezza.

Perché quando mi sono sentita all’altezza non avevo la storia giusta e ora che ho la storia giusta… non so se la stesura un romanzo sia un impegno che mi posso permettere.

Eppure, nel frattempo, quel magma confuso che cerco di elaborare da anni in qualche modo ha preso una sua forma: dall’idea di un serial killer scultore sono passata ad Amor vincit omnia, e da lì, ancora, a Sorriso Arcaico.

Che immagino addirittura come primo capitolo di una serie più ampia.

All’inizio cercavo solo un modo per fare ordine e liberarmi definitivamente dei demoni che hanno avvelenato l’ultima parte della mia (non) carriera universitaria, salvando quanto c’era stato di buono (tanto, mi reputo privilegiata ad aver fatto il percorso che ho fatto) ed elaborando una volta per tutte il lutto.

Poi c’è stato di mezzo il Master, e le cose sono cambiate abbastanza di colpo e molto in fretta: nel giro di poche settimane, tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, mi sono ritrovata catapultata di colpo in una dimensione a cui non avrei mai immaginato poter avere accesso.

Il tutto mentre l’ultima nonna ancora in vita moriva, un altro pezzo di famiglia si disgregava e la solita girandola di persone che entrano ed escono dalla mia vita continuava il suo giro.

In questo scenario ha fatto il suo ingresso nella mia vita la Madame, una figura poco nota ma piuttosto centrale di una vasta rete di trafficanti di reperti.

Archeologa e collezionista, donna colta e carismatica, legatissima al figlio che ha iniziato allo stesso percorso, la Madame ha suscitato da subito in me sentimenti contrastanti: razionalmente, certo, c’era il disprezzo, ma dal punto di vista dell’immaginazione… lei era una creatura assolutamente perfetta.

E così è nata la figura di Altea De Nittis, madre di Giulio, co-protagonista del romanzo in fieri.

Le figure femminili negli M/M (quando ci sono) sono, di solito, figure marginali, di supporto: sorelle, amiche, madri più o meno benevole o amorevoli.

Ho dovuto aspettare Rosa dei Venti per leggere di figure affascinanti come Megan (che ho amato molto) e Magda.

Parlando di autori stranieri, l’unico esempio che mi è piaciuto finora è la Donata di Dark Soul di Voinov, figura che acquista un peso crescente man mano che la saga procede, rivelandosi determinante.

E io? Che cosa voglio fare di Altea, che ruolo voglio darle nella mia (intricata) storia?

Inizialmente pensavo a una madre soffocante e ossessiva, morbosa nel suo attaccamente per quell’unico figlio fortemente voluto e prediletto.

Poi ci ho ripensato: una madre esigente sì, e ossessiva, ma complice di un figlio a cui insegna a fare della sua asessualità un elemento fondante della propria immagine pubblica.

Funzionerà?

E chi lo sa: dopotutto non è detto che il romanzo andrà effettivamente in porto.

Quello che so è che ogni tanto butto giù una pagina, una specie di ritratto abbozzato dell’uno o dell’altro personaggio, e che una parte di me, in fondo, li ama davvero molto.

 

 

 

archeocrimini, weltanschauung

Memento

Può essere che i déja-vu siano un modo che ha il cervello di dirci che un cerchio si è chiuso?

Io credo di sì, o almeno è quello che ho pensato oggi pomeriggio di ritorno da Roma, sul treno.

Quello che mi piace della professione che mi sto costruendo è che esiste un prima e un dopo, momenti topici che, con la loro nettezza, tracciano un orizzonte preciso, una linea che mi consente di ricostruire con precisione la portata del mio cambiamento.

Ci vuole pazienza, per occuparsi di crimini contro il patrimonio, una pazienza da monaco. Scartabellare, controllare e incrociare date e dati è alienante, e oltretutto non puoi neanche raccontare quello che stai facendo.

Una volta a settimana mi vado a rintanare nella Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte di Palazzo Venezia col portatile e un taccuino dove segno man mano le collocazioni dei volumi che prendo (e dove annoto domande e teorie).

Non posso spiegare i miei esattamente il perché.

Eppure la biblioteca è diventata una sorta di ufficio, la routine dello strisciare il badge, il pranzo sulle panchine del giardino, i bibliotecari che ti danno del tu e ti riservano quelle piccole gentilezze tipo l’armadietto su perché ha la borsa pesante e poi è tanto che ci conosciamo, che bello che è tornata a lavorare qua.

Anni fa, in quelle stanze, ci ho scritto la bozza sbilenca di un romanzo ambientato altrove perché volevo fuggire da me stessa.

Oggi mi circondo di pile di cataloghi in tre lingue diverse (maledetto tedesco e maledetta me che ai tempi mi sono rifiutata di studiarlo), e progetto cose che non so nemmeno io dove mi porteranno.

Dopotutto esiste un prima e un dopo, ho detto.

E lo so che questo non suona come il post celebrativo che avrei voluto scrivere, ma non volevo che la giornata morisse senza aver rinnovato la promessa fatta a me stessa in un giorno simile di una vita diversa: non lasciare che ti portino via questo.

È il tuo spazio, il tuo respiro, la parte migliore di te.

E sta funzionando, anche se c’è stato chi ha tentato di portartelo via.

Sta funzionando perché hai deciso che la paura non vale più il rischio di perdere il gioco.

Questo diario di bordo riapre i battenti, e lo fa ponendosi il difficile obiettivo di limitare il racconto di me a ciò che può essere messo a fuoco senza svelare il quadro generale.

Come nei mosaici, dove il colore delle tessere acquisiva senso solo allargando lo sguardo.