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Magma

Otto anni fa ascoltavo a nastro il tema di Bastardi senza gloria, frignavo su quanto il destino fosse cinico e baro, sedevo su un finto Trono di spade durante una delle più brutte fiere del fumetto d’Italia (fiera a cui venni trascinata quasi a forza e dove, comunque, riuscii a divertirmi un sacco) acquistando una maglietta con lo stemma e il motto dei Targaryen che non ho mai messo per paura di rovinare la stampa.

Non voglio fare il gioco scemo di quanta acqua è passata sotto i ponti, né tirar fuori l’ennesima tiritera commemorativa di GoT: ciò che è morto non muoia mai credo che riassuma davvero tutto ciò che c’è da dire sull’argomento, finale a parte.

Come per Harry Potter o questa prima fase del MCU vale il principio che chi ci si è trovato in mezzo e ha seguito in scia dalla prima ora avrà, gioco-forza, sempre e comunque un rapporto privilegiato con l’opera, come a suo tempo fecero i fan di Guerre Stellari o Star Trek.

Indipendentemente dal finale (che, a freddo, ho comunque metabolizzato meglio di quanto mi aspettassi, soprattutto considerato che ho passato il lunedì successivo a scambiarmi vocali di sfogo con S.), GoT ha rappresentato per me l’unica incursione nel fantasy che ho amato davvero, e per questo gli sarò sempre grata.

E forse quello che mi ha fatta incazzare davvero è stata la considerazione che Daenerys, in fondo, è un Nerone al femminile costruita, però, non sull’immagine storica dell’imperatore, ma sugli stereotipi che, da sempre, lo accompagnano: la follia, l’incendio devastante, l’insofferenza nei confronti delle regole.

Nerone era più di questo e lo era anche Daenerys, e decisamente la storia romanda ci tramanda un passaggio al principato elettivo molto meno alla volemose bene di quanto non abbia mostrato l’epilogo.

Con buona pace di chi ha passato un decennio a cogliere tutti i riferimenti con la storia inglese (e come se già Martin non avesse usato il Vallo di Adriano e Caligola).

Ma non divaghiamo: transitare giornalmente per i Castelli Romani, ammirando il cratere del lago di Abano, con la tentazione sempre più forte di leggere Il ramo d’oro (versione integrale, perché se bisogna fare i matti è meglio andare fino in fondo) e con ancora negli occhi la potenza visiva de Il primo Re di Matteo Rovere, che proprio in quella zona è stato girato, che presto debutterà nel resto del mondo e che diventerà una serie tv che farà sembrare (giustamente) i Targaryen e compagnia cantante una banda di scappati di casa, non poteva non stimolare il mezzo neurone ancora sveglio a riprendere in mano Sorriso Arcaico, più che altro in forma di appunti di scene che dovrebbero costituire i punti cardine della storia.

Giulio che abborda una prostituta per scazzo, Flavio che si mette il cappio al collo da solo, i villini in stile liberty con vista sul lago.

L’energia di storie antiche che crepita sotto le suole dei personaggi come magma, una forza che Giulio percepisce da sempre al punto da convincersi che è lei a guidarne le azioni, anche se non è così, anche se nella realtà lo schianto diviene sempre più ineluttabile.

Perché Sorriso Arcaico è una storia di schianti e io sento di dover lavorare ancora molto sugli aspetti davvero sgradevoli dei miei personaggi.

Ma Sorriso Arcaico, Il Ramo d’oro, i Targaryen per come li ha descritti Martin nei libri non potevano inevitabilmente non portarmi a riprendere in mano anche il “progetto Nero”: un romanzo che per coerenza e prudenza non mi arrischio a definire storico.

La lucidità della follia, un uomo che uccide e fa uccidere a sangue freddo che però, al tempo stesso, sembra perennemente a caccia di altro.

Che ha tre mogli “ufficiali”, che si sposa da moglie a sua volta, che amerà fino all’ultimo quello che viene considerato il primo transgender documentato.

Il mio Nerone che è pansessuale senza sapere cosa sia la pansessualità, che vede Sporo come una donna noncurante del sesso biologico, che è affamato di approvazione, che non sopporta le gabbie.

Un bambino viziato e tremendamente solo, irrequieto e sempre più frustrato.

Lo sento in maniera chiarissima, preme nella testa e vorrebbe che gli dessi una voce.

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L’arancia incartata

Vede? È come se lei avesse una grossa arancia che in parte preme sulla vescica e in parte preme sulla parte interna dell’utero. Dovremo farle quattro buchi nella pancia, incartarla con un sacchetto, tagliarla a fette e triturarla all’interno del sacchetto stesso ed estrarlo. E solo una volta che sarà estratto e potremo analizzarlo potremo escludere con certezza che non si tratti di nulla di maligno.”

Ho sintetizzato molto il discorso lungo e complicato che mi ha fatto il chirurgo che mi opererà, ma gli esempi dell’arancia e del sacchetto sono suoi e mi sono sembrati talmente efficaci da volerli fissare qui in qualche modo.

Non che fossi andata lì impreparata, in parte mi aveva spiegato la ginecologa che mi ha in cura e in parte avevo fatto ricerche da sola.

Il rapporto medico/paziente, per funzionare davvero, deve basarsi su una fiducia reciproca: non sei solo tu che ti vedrai infilare tubi, sonde e altri strumenti da film di fantascienza nel basso ventre a doverti fidare di chi lo farà, ma è anche chi maneggia quegli strumenti a doversi fidare della persona che andrà a bucherellare a fin di bene.

E qui veniamo al perché ho deciso di scrivere un post sui miei problemi ginecologici: come già da un anno vado scrivendo sul mio profilo privato Facebook, io sono asessuale.

Vorrei e dovrei scendere nel dettaglio di cosa significa, sulle sfumature di cui è composto questo spettro amplissimo, e magari lo farò in futuro, chissà.

Quello che interessa sapere in questa sede è che io sono una di quelle persone che, pur non avendo necessariamente subito traumi, violenze sessuali esplicite, etc… non sono attratte dall’idea di fare sesso.

O meglio: nel mio caso specifico l’attrazione sessuale scatta, ma solo nei confronti di persone con cui ho un certo grado di confidenza (questa cosa, bambini, si chiama demisessualità).

Ma finora non mi è mai capitato che scattasse nei confronti di qualcuno con cui ho poi, effettivamente, avuto rapporti sessuali, cosa che fa sì che, in un’età in cui molte mie coetanee hanno già figli grandicelli, io sia ancora vergine.

Capirete che una situazione del genere non ti mette molto nelle condizioni di andare ad affrontare una visita ginecologica col massimo grado di serenità.

Non in questo paese, dove anni addietro una medica non volle prescrivermi una risonanza magnetica sostenendo che ero in età fertile, e quell’esame, a sua detta per un problema superficiale (cosa poi rivelatasi essere non vera, tra l’altro), avrebbe potuto compromettere la mia fertilità (altra stronzata sesquipedale).

La prima parte della prima visita con la ginecologa che mi ha in cura fu un disastro: io che di solito coi medici ho un rapporto rilassatissimo entrai in studio tesa, incapace di spiegarmi.

E proseguì con un problema che si rivelò presentare tutti i sintomi tipici di una gravidanza extrauterina.

Io, che avevo appena spiegato di essere vergine.

Capirete l’imbarazzo.

Fu però a quel punto che le cose cambiarono, perché trovai la forza di riprendermi dal panico e spiegare, con tutta la sicurezza che riuscii a raccogliere, che ero asessuale e la dottoressa, che per fortuna è una specialista di grande esperienza, capì la situazione e non solo mi disse che non mi dovevo vergognare (cazziandomi perché avrei dovuto spiegarle tutto subito), ma dopo la visita, vedendomi ancora frastornata (ma quello perché aveva appena finito di farmi rimpiangere la gravidanza extrauterina mettendo sul piatto una possibile isterectomia), mi ha confessato che i problemi più grossi che ha dovuto affrontare nella sua carriera li aveva generati la vergogna.

“Non ha idea di quante donne, non solo giovani e giovanissime, neghino l’evidenza di una gravidanza, o anche l’evidenza di un problema, per paura della reazione di mariti, compagni o parenti vari.”

E questo discorso sui danni generati dalla vergogna, se non proprio dalla paura di esporsi, me lo ha rifatto anche il chirurgo oggi, quando (stavolta con più tempestività e presenza di spirito), ho vuotato subito il sacco spiegando di essere vergine.

In questo caso, col carico di esami pregressi che mi portavo appresso nella cartellina che gli ho mollato appena entrata, il discorso sull’asessualità me lo sono risparmiato, ma in un certo senso lo ha comunque affrontato anche lui quando mi ha detto, alla fine della visita: “Se c’è una categoria di persone con cui non ci si dovrebbe vergognare di confessare ciò che si è sono i ginecologi.”

Queste parole mi hanno scaldato il cuore.

Perché la situazione la conosciamo tutti, tra medici obiettori, Congressi per la Famiglia, uno spingere sempre più forte un modello patriarcale di società.

Ma ogni tanto penso che sia bene anche riportare esempi virtuosi e storie positive, perché il rischio di chiudersi a riccio e non fidarsi di nessuno è elevatissimo.

Qualcuno oggi mi ha detto che è un bene vivere in modo positivo un evento negativo: in realtà non sono poi così positiva, questa arancia da incartare e fare a fette mi ha quasi uccisa psicologicamente in più di un’occasione (e pure a livello fisico, tra crampi e anemia, non è che mi stia proprio rendendo le cose semplici).

Ma era un problema che sapevo di dover affrontare e avergli dato finalmente un volto, una data di scadenza, accompagnata nel percorso da professionisti di cui mi posso fidare, è un risultato non da poco.

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Correzioni

Lo scrivevo giusto qualche giorno fa su Facebook: gli ultimi due acquisti che ho fatto per me stessa sono stati una bilancia elettronica e un correttore posturale per la schiena.

Due oggetti da catorcio messo male in arnese quale sono eppure, al tempo stesso, l’indice di una direzione sempre più netta presa dalla mia vita: la fase della riparazione.

In fondo, tutto questo lungo percorso è iniziato con l’acquisto di un tapis-roulant (o treadmill, per dirla all’inglese), che a sua volta costituiva la presa di coscienza di una lunga fase di trasandatezza e abbandono di sé che doveva inevitabilmente finire, per quanto a lungo sia durata.

Mancano ancora 24 kg per arrivare al peso forma ideale, ma sono comunque meno di quelli già persi, e avere di nuovo una bilancia che mi permette di tenere sotto controllo i progressi è un aiuto.

Così come un aiuto ai progressi fatti con lo yoga è il correttore, che è fastidioso, sì, ma nella maniera piacevolmente molesta in cui lo sono le cose che vanno a colpire quella stortura che devi raddrizzare.

Quando sento tirare e premere le spalle si raddrizzano automaticamente, e la schiena acquisisce la postura che avrebbe sempre dovuto avere.

Avevo trovato una definizione bellissima di sacrificio, tempo fa, che spiegava come non fosse un gesto fine a se stesso, ma il rinunciare a una parte per ottenere qualcosa di più grande.

Sacrificando il sonno (grazie, Lunga Notte di Game of Thrones, per avermi regalato un fomento tale da restare perfettamente sveglia fino a sera senza il bisogno di farmi nemmeno un goccio di caffè) alla fine sono riuscita a consegnare un articolo che non mi sembra nemmeno terribile, e che uscirà mercoledì.

Era una scommessa che volevo vincere con me stessa e l’ho fatto.

Così come sto anche finendo il libro e la relativa recensione che ho promesso a Yu, così come sto riprendendo in mano il lavoro sul saggio.

Così come, si spera, riuscirò finalmente a organizzarmi per scrivere una volta per tutte Sorriso Arcaico, e chiudere anche lì un altro cerchio.

Sembrano cose ovvie, e forse lo sono perché è equilibrato dal punto di vista psicologico: ero così anch’io prima che la depressione mi tirasse dentro il pozzo.

Sapere di aver riconquistato questa parte di me, di essere quella che adesso si mette pure a potare gerani per il semplice gusto di veder fiorire qualcosa di bello (amo il loro intenso color corallo), è forse il regalo più bello che potessi fare a me stessa.

L’ombra della depressione, i momenti da “sbronza triste”, lo “scazzo da anemia” nei giorni di mestruazioni tipo oggi, coi crampi che ti piegano in due dal dolore al punto da farti riconsiderare l’ipotesi isterectomia (e guardate che io sono una che ha la soglia del dolore piuttosto alta), quelli ci saranno sempre.

E non sempre sarò in grado di reagire prima che facciano danni.

Ma sono sempre più consapevole di non esserne più così dipendente, e questo è un vantaggio che, negli anni a venire, farà la differenza.

Correggere una stortura richiede tre cose: tempo (più di quello che ci è voluto per crearla), tenacia e pazienza.

E devono lavorare assieme, se si vogliono ottenere risultati concreti.

Ora, finalmente, li ho di nuovo tutti e tre.

Me lo faccio bastare, quel tanto che mi permetterà di portare a termine questi obiettivi da fase di transizione che mi sono data nei mesi a venire.

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Sbronza triste

Uno dei tanti motivi per cui non mi sono mai davvero ubriacata è che l’alcol mi fa sentire triste.

Davvero: mi bastano due-tre bicchieri di vino, magari un goccio di liquore, e mi monta addosso una tristezza pesante come un tappeto.

Un giorno guarderò a questo periodo e potrò dire, ridendo: “Nei giorni in cui il mondo rischiava di perdere Notre Dame, io rischiavo di perdere un organo interno.”

Può suonare melodrammatico ma, in fondo, entrambi gli elementi si bilanciano: i danni al simbolo di Francia sono più gravi di quello che la gente pensa, e la faccenda del restauro sarà lunga e complessa; mentre il mio utero per ora rimarrà dov’è, anche se sotto i ferri dovrò finirci lo stesso.

E permane sempre in me quel senso di alienazione dalla vita, quell’essere dall’altra parte di dove dovrei essere, in un posto freddo con la luce satura delle scene ambientate a Grande Inverno in Game of Thrones.

Quel senso di spossatezza derivante dalla difficoltà di centrare anche gli obiettivi più semplici, tipo festeggiare il compleanno nella città in cui avrei sempre voluto essere, viaggio che avevo prenotato perché ero convinta di avere sufficienti soldi da parte, e soldi che si sono volatilizzati perché la sfiga esiste eccome, e si tira appresso un sacco di spese impreviste.

Tipo ecografie, risonanze magnetiche, visite da fare in privato perché se proprio devi aspettare qualche mese (e tutto sommato non potresti e dovresti) allora preferisci farlo per l’intervento.

Poi certo, io sono ancora qui convinta che, tutto sommato, come per magia l’articolo che devo consegnare entro il 30 questa settimana si completerà da solo e io potrò dirmi che almeno sono una che non molla, ma la verità è che sono due giorni che apro il file e riesco solo a fissare quella manciata di pagine dove sono fissati due concetti in croce, e pure con un lessico rachitico e un tono tutt’altro che convinto.

Mi manca Palazzo Venezia.

Mi fa rabbia non riuscire ad andare a pranzo con Si e Yu.

Una parte di me almeno è convinta che sia sano, tutto sommato, reagire così, sentirsi di merda, che era peggio quando prendevo le cose con cinismo, digrignando i denti (arrivai a un punto in cui dovetti ripetere tipo mantra che ero migliore di così, e in un certo senso funzionò), che sarebbe stato peggio se avessi alzato le spalle e avessi detto “meglio così”, se avessi usato questo rischio per ergermi come paladina di un’istanza femminista che non è tale, perché non si è femministe mai rivendicando una privazione, che in fondo va bene anche aprire Wattpad e vomitarci dentro parole imperfette, o aprire WordPress e vomitare flussi di coscienza, perché quando ho fatto finta che il dolore non esistesse io sono andata in pezzi e in pezzi in quel modo non ci voglio andare più.

Io, a settembre, vorrei iscrivermi di nuovo all’università.

Di più: vorrei iscrivermi di nuovo e ripetere di nuovo e completare la specialistica che non ho completato.

Per l’insegnamento, certo.

Per me stessa.

Per chiudere i conti con questo cazzo di passato.

Perché io lo so che sono meglio di tutto questo, ma le convinzioni hanno bisogno di essere accompagnate dai fatti e il Master, gli articoli, le lezioni non mi bastano.

Posso e voglio essere molto di più.

Non meglio, quello già lo sono, ma di più.

È la fase due di questo lungo percorso.

Voglio questa cosa come non l’ho voluta nemmeno la prima volta, e la prima volta era stata quella in cui ero finita a preparare la tesi al CNR di Montelibretti.

Questo resta, sul fondo di questa sbronza.

La voglia di riscatto, il mal di testa, la carenza di sonno e l’ansia da scrittura.

Che anno di merda.

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Roots

La mail è arrivata l’ultimo giorno utile, in un orario in cui io avevo già archiviato il tutto nella categoria del “vabbe’, ci hai provato”, con l’umore sotto la suola delle scarpe per via dei postumi dell’ennesima febbre non richiesta.

Le prime righe sembravano confermare quello che la mia testa ripeteva già da un po’, qualcosa tipo: “È tutto bello ma no, grazie.”

E invece.

Scorrendo distrattamente il resto del testo l’occhio cattura la frase: “saremo lieti di ospitare il suo articolo nel prossimo numero della rivista etc.. etc…”, e lì non si blocca solo il respiro, ma un po’ tutto l’universo.

Ho cercato a lungo un modo di mettermi alla prova e uscire dalla mia comfort zone e, finalmente, è arrivato.

Un’opportunità che posso cogliere senza che la sindrome dell’impostore accampi scuse.

Mi sono chiesta spesso, in questi ultimi tempi, perché ci tenga davvero così tanto a veder pubblicata roba scientifica: certo, c’è la questione che non puoi metter su una carriera da consulente se non sei in grado di dimostrare di padroneggiare l’argomento, ma è una soddisfazione, anzi no, una gioia che va davvero molto oltre.

C’è la conferma dell’essere sulla strada giusta, e c’è anche quel senso di rivalsa che nasce dal poter dire finalmente a se stessi che sì, col senno di poi la carriera accademica era davvero quella a cui eri destinata, ma c’è anche l’orgoglio di poter fare, per la prima volta in vita mia, della vera opera di divulgazione scientifica.

La rivista che mi ospiterà è molto bella, e a quella call era interessata anche gente che vedo come anni luce avanti a me per preparazione, carriera, talento scrittorio; man mano che passano i giorni sapere che sarò lì anch’io col “mio” tema, valutata da chi aveva ben più di un motivo per rifiutarmi (questa la capisce solo chi ha letto il mio status su Facebook), è una medicina che rafforza convinzioni ed entusiasmo.

Sì, la lista delle pubblicazioni si allunga.

Sì, questo sarà solo il preludio di un lavoro più corposo prossimo a venire.

Sì, scrivere di tutto ciò mi piace da matti, più di tutto il resto, e se sono riuscita a portare il “mio” tema lì, forse sarebbe anche l’ora che cominciassi a proporlo anche altrove, come sempre mi ero ripromessa di fare.

È un buon periodo, di cambiamenti e azzardi, ma ho da tempo fatto pace con l’idea che l’azzardo faccia parte della mia natura, e forse ne costituisce uno degli elementi migliori.

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Ora e sempre Resilienza

Quest’estate, al culmine del delirio della ristrutturazione di casa e della relativa convivenza forzata (e assolutamente non voluta da noi) con zia avevo scovato su FutureLearn un piccolo corso sulla resilienza.

Il concetto da cui partiva, e che poi è praticamente l’unico che mi è rimasto impresso, è che la resilienza è una virtù che va coltivata prima che le difficoltà si palesino, perché ha a che fare, in realtà, più con la capacità organizzativa che non con la resistenza.

In pratica è una combinazione tra pensiero laterale e capacità di fare rete.

Io l’ho trovato un concetto talmente bello che nei commenti non ho potuto fare a meno di citare la mia parola talismano, architektoneuma, che quel concetto lì lo esprime in maniera visiva, anche se in greco antico.

L’arte di uscire dal labirinto, di trovare una direzione.

Tutto questo mi è tornato in mente proprio per via di quanto accaduto nell’ultimo mese.

Ma soprattutto per via di alcune considerazioni a cui sono giunta negli ultimi giorni, che forse hanno sciolto in maniera definitiva i lacci che bloccavano il mio rapporto con la narrativa, aprendo però voragini di altro tipo.

Se da un lato, infatti, ho capito cosa voglio davvero fare di Sorriso Arcaico, dall’altro lato mi rendo conto che farlo mi trascinerà in lande inesplorate, dove non ho uno straccio di coordinata che mi aiuti ad orientarmi.

E allora vediamoli, in buona sostanza, questi lacci, che un’altra cosa che ho capito è che se certe cose le fisso su carta mi è più facile archiviarle e passare oltre.

  • Io non sono un’autrice di romance. Non lo sono mai stata. Me lo disse anche (in senso buono) una delle admin del forum YSAL, quando inviai il mio primo racconto per un contest, appena iscritta.
  • Ma allora, se non sono un’autrice romance, perché voglio uniformarmi a tutti i costi ai canoni del romance? Risposta breve: perché è l’ambiente in cui mi sono formata, sostanzialmente, e a cui appartengono persone che stimo e a cui voglio bene. Persone con le quali vorrei ritrovarmi nella pubblicazione.
  • Non sono neanche una giallista. Di Flavio, Giulio e compagnia cantante mi frega relativamente dell’aspetto mistery: Sorriso Arcaico è una storia sull’ambizione, sulla vanità e sulla meschinità. Tre variabili che si riscontrano spessissimo proprio in chi l’arte antica se la procura, la vende ma, soprattutto, la colleziona.
  • Un concetto che ho amato molto tra quelli che ho appreso sul mondo dell’Art Crime, infatti, è quello legato alla psicologia del collezionista: nel desiderio smodato del possesso di un’opera d’arte, soprattutto antica, si nasconde il desiderio inconscio di un riconoscimento sociale. È un’esibizione di potere, ma al tempo stesso è anche un modo per riscrivere le proprie origini e nobilitarle.
  • Last but not least: Sorriso Arcaico non è neanche un romanzo LGBTQ+. Sì, un protagonista è pansessuale e l’altro asessuale, ma questo loro orientamento viene usato come un’arma contro il mondo. Non ha una valenza politica, non nel modo in cui Giulio la usa per costruire la sua immagine, soprattutto.

Detto questo, quindi, dove penso di collocare una storia simile?

Questa è la domanda a cui non so rispondere ancora. 

L’unica cosa che so è che il mio prologo doveva sfociare in una scena di sesso che non ne ha proprio voluto sapere di farsi scrivere. Anzi. Al suo posto sono uscite cose che mi ha fatto anche bene portare a galla.

Perché poi il problema vero, grosso, è che questa storia che ora si chiama Sorriso Arcaico ma ha avuto un sacco di nomi è una grossa catarsi, per me.

Non fine a se stessa, capiamoci: non voglio davvero essere la solita scrittrice ombelicale che crea un universo di meravigliosi sciroccati finto-decadenti che si muovono come degli ebeti su fondali dai colori acidi o pastello.

Io voglio gente vera, che fa cazzate anche grosse, e che a quelle cazzate cerca di porre rimedio non prima di soffrire, e pure tanto.

Non in senso fisico o sentimentale, ma in senso puramente intimo.

Che è un po’ anche quello che consigliava Tondelli in una citazione fantastica in cui sono incappata giusto oggi. 

“Scrivete non di ogni cosa che volete, ma di quello che fate. Astenetevi dai giudizi sul mondo in generale (ci sono già i filosofi, i politologi, gli scienziati ecc.), piuttosto raccontate storie che si possano oralmente riassumere in cinque minuti. Raccontate i vostri viaggi, le persone che avete incontrato all’estero, descrivete di chi vi siete innamorati, immaginatevi un lieto fine o una conclusione tragica, non fate piagnistei sulla vostra condizione e la famiglia e la scuola e i professori, ma provatevi a farli diventare dei personaggi e, quindi, a farli esprimere con dialoghi, tic, modi di dire. […] Raccontate di voi, dei vostri amici, delle vostre stanze, degli zaini, dell’università, delle aule scolastiche. Ricordate che quando vi mettete a scrivere, state facendo i conti con un linguaggio fluido e magmatico che dovrete adattare alla vostra storia senza incorrere nello stile caramelloso della pubblicità o in quello patetico del fumettone. Il modo più semplice è scrivere come si parla (e questo è già in sé un fatto nuovo, poiché la lingua cambia continuamente), ma non è il più facile. Non abbiate paura di buttare via. Riscrivete ogni pagina, finché siete soddisfatti. Vi accorgerete che ogni parola può essere sostituita con un’altra. Allora, scegliendo, lavorando, riscrivendo, tagliando, sarete già in pieno romanzo”.

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Rollercoaster

Dodici giorni di montagne russe.

Credo di aver toccato davvero ogni sfumatura dello spettro emotivo, cosa che mi ha pure procurato un bello sfogo di febbre di origine psicosomatica.

Però sono ancora in piedi, e non posso nemmeno dire che vada poi così male.

Cioè, no: va male, anzi malissimo, anzi proprio a monte, ma tra le macerie qualche pagliuzza d’oro da stringersi al petto si trova.

Tipo: oggi ho iniziato a scrivere seriamente il saggio, laddove per “seriamente” si intende con una direzione precisa, il taglio giusto, un’idea finalmente solida e chiara di cosa dovrà venir fuori.

Un titolo, un sottotitolo, un’indice, una sinossi e tre quarti del primo capitolo: direi che non mi posso lamentare.

Posso finirlo entro la primavera? Sì. Finalmente è una risposta che posso darmi con certezza.

E non è nemmeno l’unica.

Perché poi, oggi, ho rimuginato pure sulla faccenda dell’account Ko-fi, sulla possibilità di caricare lì qualche contenuto, per lo più racconti e, magari, proprio il primo capitolo di Archeocrimini (oh, davvero pensavate che gli avrei dato un titolo diverso? Quella parola è ormai il mio cavallo di battaglia).

Non mi pongo aspettative di alcun genere, giusto un modo per non continuare a sparpagliare roba a caso in siti a caso.

E poi c’è questo blog: per fortuna ho una discreta lista di articoli che voglio scrivere e postare, con la seconda puntata di Archeocrimini e Cultura Pop inaspettatamente dedicata a Black Panther, per dirne una.

Ma penso che, ogni tanto, continueranno a saltare fuori post intimisti e/o di sfogo tipo questo, perché un diario è un diario soprattutto se restituisce la dimensione umana di chi ci scrive.

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Social

Una mattina, non ricordo nemmeno più perché, mio padre aspettò con me l’arrivo del treno per Roma.

Durante quell’attesa mi chiese del mio profilo Facebook (quello con nome e cognome) e delle cose che ci scrivevo sopra.

Lo guardai come si guarda un alieno: non solo, di solito, mio padre si disinteressa completamente di quello che faccio, ma è pure molto difficile che mi chieda conto di qualcosa relativo alla mia vita privata.

Venni così a sapere che un suo collega di lavoro seguiva i miei post sul traffico di reperti e ne era affascinato, tanto da chiedergli di intercedere nei miei confronti per chiedermi di iscrivermi a non so più quale gruppo dedicato alla storia della nostra città.

Sorvolando sul fatto, piuttosto deprimente, che la storia della mia vita è tutta così, con i miei che sono sempre gli ultimi ad accorgersi che mi do da fare e faccio cose, e che è più facile che io ottenga complimenti da perfetti sconosciuti che da loro (sì, potrebbe esserci un pelo di rancore in queste righe, è tutto materiale che cedo a titolo gratuito a qualsiasi psicanalista di passaggio), il succo del discorso è che, in effetti, se penso a questi ultimi anni devo davvero molto ai social.

È grazie a Facebook che ho scoperto l’esistenza del Master, è grazie a Facebook che mi sono fatta notare da quelli del Centro Studi, è sempre grazie ai social che sono riuscita a entrare in contatto con personaggi che mai avrei creduto di poter conoscere di persona.

Sempre siano lodati i social, dunque, e le possibilità che offrono, ma è pur vero che ogni cosa ha il suo prezzo e quello richiesto da questi strumenti di comunicazione è, spesso, molto alto.

Non parlo solo del tempo che ti succhiano, o degli effetti negativi sulla psiche, costantemente esposta al confronto con vite costruite ad arte come sempre impeccabili, parlo proprio di salute fisica: ogni flame su Facebook mi ha fatta stare male fisicamente, a volte per giorni, togliendomi il sonno e rovinando l’appetito, aumentando l’ansia che già di mio è elevata.

E per cosa, poi?

Sinceramente, e so che la cosa in passato ha suscitato sconcerto quando l’ho confessata a muso duro, io non ho la minima intenzione di essere conciliante con gente di cui conosco a malapena la faccia.

Gente con cui non ho mangiato, gente con cui non sono mai uscita assieme, di cui non conosco la voce, il piatto preferito, il colore di tinta che vorrebbero farsi la prossima volta che andranno dal parrucchiere.

Che non vuol dire che non mi freghi niente in assoluto dei rapporti intrecciati in rete, eh? Ci tengo molto e ho una bella lista di persone che vorrei abbracciare personalmente (Micol, Sam, Lils, voi siete tre a caso).

C’è però il discorso di fondo, che per me dovrebbe essere sottinteso ma non lo è, che non solo i rapporti, per diventare reali, a un certo punto debbano fare un salto di qualità, ma che comunque non giustificano mai un piegarsi alle esigenze altrui, e quando dico esigenze altrui parlo soprattutto dell’immagine mentale che si fanno di noi.

Mi sono resa conto davvero dello scarto esistente tra ciò che la gente pensa io sia e ciò che sono realmente quando, l’anno scorso, Grace e Emi rimasero stupite vedendo che le ho abbracciate fortissimo saltellando.

Rega’, io non è che so’ un dobermann assetato di sangue, eh? Rido, tanto e spesso, e amo la compagnia.

Sono solitaria, non asociale.

Di contro, però, sono anche una persona con determinati principi e se capita che i miei principi si scontrino con i vostri… beh, non aspettatevi che cambi idea per compiacervi.

Lo faccio per qualcuno con cui ho mangiato, di cui so cose e che sa cose di me, non per chi è nella mia friendlist da qualche mese, e crede di conoscermi per un paio di post.

I rapporti umani non sono tutti uguali, e non sono eterni, e nel caso ve lo stesse chiedendo do altrettanto per scontato che accada che qualcuno, a un certo punto, decida che non sono più una persona di suo gradimento.

La differenza vera, umanamente parlando, la si fa in questi momenti: bisogna accettare serenamente questa decisione, andare avanti e imparare a convivere civilmente.

Ma senza ignorare la frattura, e senza fingere una voglia di riconciliazione che non c’è.

I rapporti umani sono belli proprio perché sono così sfaccettati.

Dove voglio andare a parare con questo lungo post?

In realtà al solito promemoria per me stessa.

I social mi piacciono, sono parte del mio lavoro, devo imparare a starci sopra (pure su quelle piattaforme che mi fanno schifo come Twitter o su quelle che non imparerò mai a usare come Linked In).

Ma devo dosarli, perché mi stanno succhiando l’anima.

E io tra un paio di settimane ho una lezione da fare, e subito dopo un saggio da iniziare a scrivere.

Come farò a conciliare tutto?

Non ne ho idea, improvviserò come al solito.

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Auguri&Bilanci

Numi Tutelari

Mentre scrivo ho il lettore aperto su un self M/M americano, It takes an archaeologist, che parla di scavi clandestini e ha per protagonisti un cacciatore di opere d’arte rubate e un archeologo. In chat sono con Yuko a parlare della prossima uscita della Dreamspinner, ambientata nel mondo della paleontologia, e giusto ieri ho cercato di aiutare Thea alle prese con una scena di banchetto ambientata nella Domus Aurea.

Parlare del mio mondo mi diverte, e non è un caso che, col prossimo post, inizierò sul serio una rubrica dedicata all’archeologia (e all’art crime in particolare) nei media.

Ma il prossimo post rimanda già all’anno nuovo, perché in questo scorcio di vecchio ci sono scadenze che incombono: devo preparare le slide per la lezione che terrò il 12 gennaio per il Master in Archeologia Giudiziaria.

Per il secondo anno di fila parlerò del ruolo delle collezioni private nelle dinamiche del traffico di reperti archeologici, usando esempi tratti dai casi di studio di cui mi sto occupando.

E poi c’è l’articolo per Archeomafie X in uscita.

Se devo abituarmi all’idea di iniziare l’anno con questi due riti, mi ci abituo molto volentieri, in un certo senso è divertente constatare la propria crescita di anno in anno, rapportandomi a un traguardo anziché a una scadenza.

Questo 2018 è stato un anno faticoso, più che tutto, sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Ma ho superato tutto, e l’ho fatto alla grande: le cattiverie gratuite di Persona Tossica, il trasloco coatto, la ristrutturazione con tutti i suoi problemi, la rottura dei rapporti con mio fratello.

Ma è stato anche l’anno del mio primo articolo scientifico, della mia prima lezione, del mio primo convegno: come potrei mai definirlo un anno negativo?

È stato l’anno in cui ho ricominciato a scrivere poesia (Studio di donna, certo, ma anche gli Haiku della doccia), l’anno in cui ho ripreso a fare yoga, l’anno in cui sono ufficialmente passata da una 54 a una 46, e cosa vuoi che sia scendere di altre due taglie.

L’anno in cui ho comprato un dominio, preso il mio primo certificato in inglese, iniziato a fumare (ogni tanto) qualche sigaro.

L’anno in cui mi sono innamorata di nuovo dopo tanto tempo.

L’anno in cui ho prenotato il mio primo viaggio all’estero da sola, fregandomene delle paure.

L’anno in cui ho capito che posso fare tutto, a patto di assecondare i miei ritmi e abbracciare i miei demoni.

Un anno speciale, a suo modo, in cui nel bene e nel male ho vissuto, e in cui ho collezionato aneddoti da raccontare negli anni a venire.

L’augurio che mi faccio e che giro anche a voi, lettori invisibili che non so mai quanto riusciate a starmi appresso senza pensare che sono pazza, è di viverne uno altrettanto intenso.

Per il 2019 ho pochi obiettivi, ma molto mirati: l’iscrizione all’albo dei periti del tribunale, il saggio per il quale ho passato gli ultimi due anni a raccogliere materiale, questo blog, Parigi.

Qualsiasi altra cosa arriverà, positiva o negativa che sia, sarà accolta o affrontata.

E voi? Che bilancio fate di questo anno?

Qualunque sia il vostro percorso: auguri, di cuore.

weltanschauung

Midnight in Paris

Mi ero rassegnata all’idea che non avrei mai avuto il coraggio di farlo, e invece.

Ho una camera prenotata per Parigi, per settembre del prossimo anno.

No, non è una cosa che forse, magari, un giorno: è una cosa che ho fatto.

Un letto in una stanza di un ostello con terrazza panoramica sul Sacro Cuore, a Montmartre.

Tre notti, un prezzo così basso che non potevo permettermi di ignorare.

Ora c’è da prenotare il volo (o il treno, perché l’idea di andare con Thello mi tenta, e sarebbe comoda per tante ragioni), e ci sono quattro giornate da organizzare, ma la sensazione che un grosso nodo si sia sciolto nel petto e stia inondando tutto, arti-sorriso-occhi (perfino le lacrime che sto versando mentre scrivo) e la scarica di adrenalina rilasciata dall’aver spezzato un altro anello della catena di disfattismo che, per anni, mi ha tenuto prigioniera è davvero impagabile.

Pensavo che alcuni compleanni passati a Roma e a Firenze non potessero essere più belli di così.

Ora si aggiungerà quello in cui brinderò guardando al Sacro Cuore.

Più che tutto, quello che ora mi scuote è la consapevolezza che, a volte, fare un passo azzardato spariglia le carte in senso buono, perché ci costringe al movimento.

Non so che anno sarà il 2019, ma so che sarà una lunga corsa verso quella terrazza a Montmartre.

Credevo di sapere che anno fosse stato questo 2018, ma un colpo di testa gli ha regalato un twist inaspettato.

Avrei potuto aspettare un momento migliore per parlarne qui sul blog, ma certi istanti vanno fissati per essere ricordati come esempio.