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Soglie

URdC, ieri, ha insistito molto sulla dolorosità della terapia, anche e soprattutto tenendo conto che, al momento, non posso fare infiltrazioni di antinfiammatori. La terapia inizia tra tre ore e io non so bene cosa aspettarmi.

Ripenso a quel passaggio di quel racconto delle Guilt in cui M spiega a David che il dolore è l’unica emozione umana fissa, immutabile, ineluttabile: la rabbia può accecarti, l’amore e la passione tradirti, la paura paralizzarti.

Ma il dolore no, lui resta lì e l’unica cosa che puoi imparare a fare è accettarlo.

Soprattutto il dolore fisico.

L’idea che qualcuno faccia del BDSM più un esercizio di autocontrollo che una pratica erotica mi affascina, e non a caso M è il personaggio che mi intriga di più.

Ma il pensiero di dover applicare quel pensiero a me stessa, il dolore fisico come grimaldello per aprire se stessi, per scoprire ciò che si è davvero anche no, grazie.

Poi, per carità, il piano è che se la terapia si rivelerà troppo dolorosa andremo di artoscopia, ma io l’artoscopia vorrei risparmiarmela, visto che ho già un intervento prenotato all’utero.

E insomma, domani la giornata la passerò così, tra telefonate fastidiose, terapie moleste e la voglia di seppellire la testa sotto il cuscino.

Il mio corpo ha deciso di boicottarmi un pezzo alla volta, e non lo biasimo.

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Cibo

In queste ultime tre settimane il mio rapporto col cibo è radicalmente mutato. Prima c’è stata la fase del trauma, quella in cui anche una fetta biscottata vuota poteva scatenare conati di vomito. Poi c’è stata l’ansia da defecazione, perché provateci voi a dire a un corpo evidentemente in stato di anarchia di produrre campioni di feci a comando. Tre giorni tremendi, in cui avevo una cura ma non potevo assumerla, in cui il corpo continuava a rantolare, la lingua a essere felpata e il palato secco. Poi c’è stata la fase della delusione, in cui a cura sembrava quella giusta e invece no, in cui la febbre tornava a salire a 39, e l’incubo tachipirina tornava ad aggiungersi al resto. Poi siamo arrivati a ieri, tra risultati persi e ritrovati, un diagnosi mirata e una cura che, finalmente, a cominciare a fare il suo effetto. Solo che mangiare è diventato da incubo a fatica, il dover soddisfare la sottile pressione di mia madre, che sorride ma rinfaccia il minimo sgarro. E vorrei lagnarmi per l’ennesima volta di lei ma stavolta ha ragione, se non esco da questo pantano e mi rimetto in forze non supererò mai davvero questa crisi. Di cosa si è trattato? Un infiammazione dell’ultimo tratto dell’intestino: per il mio medico curante potrebbe essere partita dai polmoni, non a caso uno degli esami che mi si prospettano è una lastra ai polmoni (e non a caso uno dei sintomi più strani è una sorta di tosse che mi rende difficoltoso parlare), per la mia gastroenterologa (bellissima e dottoranda di ricerca), invece, l’infezione dovrebbe riguardare l’intestino e basta ma dopo un’isteroscopia una colonscopia cosa sarà mai? Come sempre, come coi problemi con l’utero, mi basta che il nemico abbia un nome per sentirmi più tranquilla. 24 ore fa avevo la febbre a 39 e vomitavo una tachipirina: ora non ho febbre da ieri sera e a piccoli bocconi, nonostante l’ansia, cerco di rimettermi in forze). Ultima cosa che mi sento di dire: smettetela di denigrare il servizio sanitario nazionale. Non è perfetto e non funziona ovunque, ma io ho un medico curante che mi chiede aggiornamenti ogni giorno via messaggio, e che si è offerto di lavorare in tandem con la specialista (la quale mi ha esortata ad aggiornarla anche quando sarà in ferie). Magari ho avuto particolarmente culo, ma non mi pare di avere tutto questo fascino e non credo che la gente si preoccupi per me per questo motivo. Semplicemente: la narrazione negativa, il pessimismo e lo sconforto ogni tanto ci fanno dimenticare che anche nel nostro paese chi fa il suo dovere c’è.

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Architektóneuma

È la mia parola greca preferita: indica il gesto con cui l’architetto spiega al capomastro come seguire le indicazioni del progetto, trasformandolo in un edificio vero.

In senso astratto, però, indica anche la capacità di guardarsi attorno e cercare nuove soluzioni.

L’ho scelta come talismano nel momento, forse, più buio della mia vita e da allora non mi ha mai abbandonato.

Seguirla (ma sarebbe meglio dire inseguirla) non è stato sempre facile ma oggi, finalmente, posso dire che mi ha finalmente trascinato in uno specchio di mare dove la bussola ha ripreso a funzionare e il sestante mi ha aiutato a tracciare una rotta precisa.

Il mese prossimo uscirà il mio primo articolo scientifico: è qualcosa che non credevo possibile, un sogno a cui avevo rinunciato per mille ragioni.

Eppure: sta per accadere.

L’articolo presenterà in forma estremamente sintetica quello che è stato il mio lavoro dell’ultimo anno: partendo dalla notizia dell’acquisizione di una certa collezione archeologica da parte di una fondazione filantropica, ho ricostruito le vicende e l’operato della sua proprietaria, figura il cui nome ricorre più volte, e a vario titolo, in alcune delle più importanti inchieste giudiziarie degli ultimi anni relative al traffico internazionale di reperti.

È stato ed è un lavoro al tempo stesso esaltante e frustrante, il mio primo, vero approccio non solo allo studio dell’antiquities trafficking ma anche, in generale, al mondo giuridico: ho dovuto imparare a rapportarmi alle forze dell’ordine e a un magistrato.

Sono cose fighissime se le vedi messe in scena in un telefilm, ma estremamente complicate se ti ritrovi a viverle in prima persona.

Soprattutto perché non esistono manuali di comportamento, ma tutto si basa su un codice di regole non scritte di cui la prima e più importante è: “Impara ad arrangiarti“.

Non trattandosi di scuola o università, infatti, nessuno ti deve nulla e anzi sei tu, ultima arrivata, a dover dimostrare di valere la fiducia che chiedi, che è anche l’unica moneta che puoi spendere per avere in cambio informazioni e/o materiale di studio.

La fiducia che riesci a guadagnarti è tutto, e chi te la concede ti mette, anche giustamente, alla prova di continuo, a volte in maniera quasi impercettibile.

 

Può venire spontaneo a voi che leggete (quindi figuratevi a me che scrivo) chiedersi per cosa si faccia tutto questo: la tesi che ho prodotto a marzo e discusso ad aprile non valeva di certo tutto quello sforzo.

Ma le tesi, quale che siano, sono sempre punti di partenza ed ecco che nei mesi successivi quel lavoro è diventato scrittura più strutturata, affinata, fino a venire condensata in un primo articolo.

A cui ne seguirà un secondo che, però, presenterò l’anno prossimo e, forse, una monografia.

E poi?

E poi c’è il progetto, l’idea folle di un dottorato da chiedere all’estero, nell’unica università che ha un programma di ricerca apposito (in Criminologia, peraltro!), di cui questo primo anno di lavoro è stato un tassello.

Ho in mente un’idea piuttosto ambiziosa, che mi è venuta ragionando sul quadro generale che il mio lavoro andava componendo di fronte ai miei occhi, un filo conduttore che si è fatto, via via, scenario concreto.

Riuscire a dimostrarlo richiederà un lavoro mastodontico che, al momento, non so neanche bene come organizzare, ma ne varrebbe la pena perché sarebbe davvero una prima volta in senso assoluto.

Un lavoro da archeocriminologa, parola che avevo creato per scherzo ma che sento sempre più appiccicata addosso, non tanto come un’etichetta, ma quasi come una seconda pelle.

Per fortuna sono circondata da persone splendide che si sono già offerte di darmi una mano, mentori e colleghe con cui mi sento al sicuro, capita e valorizzata.

E questa è stata l’altra grande sorpresa di questo anno, l’aspetto umano, l’amicizia che nasce e si rafforza quando non lo credevi più possibile.

La fiducia che non credevi ti sarebbe più stata accordata, anche se di tipo diverso da quella di cui parlavo prima a proposito del rapportarsi con le forze dell’ordine.

Io non so se l’anno prossimo riuscirò davvero ad arrivare così in alto, ma so che non c’è alcun motivo valido per non tentare.

Questo tema suscita in me una passione che nient’altro, in archeologia, era riuscito a coinvolgermi a un tale livello: lo sa bene chi mi circonda, che mi sente sproloquiare sul tema una volta sì e una volta pure l’altra.

Amo quello che faccio e amo gettarmi in qualsiasi impresa mi possa aiutare a raggiungere i miei obiettivi: so che suona ridicolo, quasi uno sloga preconfezionato, ma non ci posso fare niente.

Sono così, sono felice così, con tanti fogli su cui è appuntato un disegno che un capomastro interiore mi aiuterà a trasformare in realtà.

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Diario di un’aspirante (archeo)criminologa

In principio fu una pagina Facebook.

La aprii come si avviano sempre queste cose: da incosciente.

Stavo frequentando un Master e avevo bisogno di un luogo che fosse un incrocio tra una palestra e un pensatoio, come spesso avviene quando devi metabolizzare in fretta un sacco di nozioni nuove, e usarle per costruirci un nuovo modo di pensare.

Diario di una criminologa è il sottotitolo di un fumetto Bonelli che apprezzo molto, Julia, e mi divertii a giocare con questa definizione per cucirne un’altra che mi permettesse di indossare a mio agio i panni dell’archeologa giudiziaria.

In realtà credo che uno dei miei doveri prossimi venturi sia quello di dare una descrizione scientifica che validi questa etichetta, ma non andiamo troppo lontano, almeno per ora.

Partiamo dalle basi: di cosa si occupa un archeologo giudiziario?

Di tante cose, in realtà: tutto ciò che riguarda l’intersezione tra scienze archeologiche e scienze giuridiche.

Volendo restringere il campo in maniera concreta, l’archeologia giudiziaria è un campo che va dall’archeologia forense (di cui magari avrete sentire parlare in una delle tante serie crime che circolano per i palinsesti televisivi) a tutto ciò che è tutela, prevenzione e contrasto dei crimini contro il Patrimonio Culturale: atti vandalici, calamità naturali, guerre ma, soprattutto, scavi clandestini.

Dato che questo blog non è un trattato scientifico ma un diario personale, andando al sodo: di cosa mi occupo io, nello specifico?

A me interessa tutto ciò che ruota attorno al concetto di mecenatismo.

Sono convinta che pubblico e privato possano e debbano cooperare per la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio, ma sono altresì convinta che i confini delle rispettive competenze vadano tracciati in maniera netta e inequivocabile, e fatti rispettare.

Soprattutto: sono convinta che la comunicazione debba essere trasparente e veicolare contenuti reali, slogan che attirino il pubblico senza raggirarlo.

Che il nostro patrimonio sia un bene comune non ci piove, ma la fruizione non può e non deve essere indiscriminata, dato che il nostro primo obiettivo è proteggerlo per garantirne il passaggio alle prossime generazioni.

Dietro questo concetto apparentemente così semplice c’è un sistema complesso di equilibri: tutte le voci vanno ascoltate, ma nessuna azione deve andare a vantaggio di una a scapito di un’altra.

So che sto mettendo sul piatto molti elementi su cui riflettere che, magari, per voi che leggete sono poco chiari ma, come vi ho detto, questo post è soltanto l’inizio di un’avventura (per voi e per me).

Il mio obiettivo è quello di scrivere un post a settimana, magari provando a rispondere a qualcuna delle vostre domande.

Quindi, se vi va: usate la casellina commenti per “rompermi le scatole”.

Io, nel dubbio, vado a rimettermi a scrivere.