archeocrimini, scrittura, weltanschauung

Roots

La mail è arrivata l’ultimo giorno utile, in un orario in cui io avevo già archiviato il tutto nella categoria del “vabbe’, ci hai provato”, con l’umore sotto la suola delle scarpe per via dei postumi dell’ennesima febbre non richiesta.

Le prime righe sembravano confermare quello che la mia testa ripeteva già da un po’, qualcosa tipo: “È tutto bello ma no, grazie.”

E invece.

Scorrendo distrattamente il resto del testo l’occhio cattura la frase: “saremo lieti di ospitare il suo articolo nel prossimo numero della rivista etc.. etc…”, e lì non si blocca solo il respiro, ma un po’ tutto l’universo.

Ho cercato a lungo un modo di mettermi alla prova e uscire dalla mia comfort zone e, finalmente, è arrivato.

Un’opportunità che posso cogliere senza che la sindrome dell’impostore accampi scuse.

Mi sono chiesta spesso, in questi ultimi tempi, perché ci tenga davvero così tanto a veder pubblicata roba scientifica: certo, c’è la questione che non puoi metter su una carriera da consulente se non sei in grado di dimostrare di padroneggiare l’argomento, ma è una soddisfazione, anzi no, una gioia che va davvero molto oltre.

C’è la conferma dell’essere sulla strada giusta, e c’è anche quel senso di rivalsa che nasce dal poter dire finalmente a se stessi che sì, col senno di poi la carriera accademica era davvero quella a cui eri destinata, ma c’è anche l’orgoglio di poter fare, per la prima volta in vita mia, della vera opera di divulgazione scientifica.

La rivista che mi ospiterà è molto bella, e a quella call era interessata anche gente che vedo come anni luce avanti a me per preparazione, carriera, talento scrittorio; man mano che passano i giorni sapere che sarò lì anch’io col “mio” tema, valutata da chi aveva ben più di un motivo per rifiutarmi (questa la capisce solo chi ha letto il mio status su Facebook), è una medicina che rafforza convinzioni ed entusiasmo.

Sì, la lista delle pubblicazioni si allunga.

Sì, questo sarà solo il preludio di un lavoro più corposo prossimo a venire.

Sì, scrivere di tutto ciò mi piace da matti, più di tutto il resto, e se sono riuscita a portare il “mio” tema lì, forse sarebbe anche l’ora che cominciassi a proporlo anche altrove, come sempre mi ero ripromessa di fare.

È un buon periodo, di cambiamenti e azzardi, ma ho da tempo fatto pace con l’idea che l’azzardo faccia parte della mia natura, e forse ne costituisce uno degli elementi migliori.

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Ora e sempre Resilienza

Quest’estate, al culmine del delirio della ristrutturazione di casa e della relativa convivenza forzata (e assolutamente non voluta da noi) con zia avevo scovato su FutureLearn un piccolo corso sulla resilienza.

Il concetto da cui partiva, e che poi è praticamente l’unico che mi è rimasto impresso, è che la resilienza è una virtù che va coltivata prima che le difficoltà si palesino, perché ha a che fare, in realtà, più con la capacità organizzativa che non con la resistenza.

In pratica è una combinazione tra pensiero laterale e capacità di fare rete.

Io l’ho trovato un concetto talmente bello che nei commenti non ho potuto fare a meno di citare la mia parola talismano, architektoneuma, che quel concetto lì lo esprime in maniera visiva, anche se in greco antico.

L’arte di uscire dal labirinto, di trovare una direzione.

Tutto questo mi è tornato in mente proprio per via di quanto accaduto nell’ultimo mese.

Ma soprattutto per via di alcune considerazioni a cui sono giunta negli ultimi giorni, che forse hanno sciolto in maniera definitiva i lacci che bloccavano il mio rapporto con la narrativa, aprendo però voragini di altro tipo.

Se da un lato, infatti, ho capito cosa voglio davvero fare di Sorriso Arcaico, dall’altro lato mi rendo conto che farlo mi trascinerà in lande inesplorate, dove non ho uno straccio di coordinata che mi aiuti ad orientarmi.

E allora vediamoli, in buona sostanza, questi lacci, che un’altra cosa che ho capito è che se certe cose le fisso su carta mi è più facile archiviarle e passare oltre.

  • Io non sono un’autrice di romance. Non lo sono mai stata. Me lo disse anche (in senso buono) una delle admin del forum YSAL, quando inviai il mio primo racconto per un contest, appena iscritta.
  • Ma allora, se non sono un’autrice romance, perché voglio uniformarmi a tutti i costi ai canoni del romance? Risposta breve: perché è l’ambiente in cui mi sono formata, sostanzialmente, e a cui appartengono persone che stimo e a cui voglio bene. Persone con le quali vorrei ritrovarmi nella pubblicazione.
  • Non sono neanche una giallista. Di Flavio, Giulio e compagnia cantante mi frega relativamente dell’aspetto mistery: Sorriso Arcaico è una storia sull’ambizione, sulla vanità e sulla meschinità. Tre variabili che si riscontrano spessissimo proprio in chi l’arte antica se la procura, la vende ma, soprattutto, la colleziona.
  • Un concetto che ho amato molto tra quelli che ho appreso sul mondo dell’Art Crime, infatti, è quello legato alla psicologia del collezionista: nel desiderio smodato del possesso di un’opera d’arte, soprattutto antica, si nasconde il desiderio inconscio di un riconoscimento sociale. È un’esibizione di potere, ma al tempo stesso è anche un modo per riscrivere le proprie origini e nobilitarle.
  • Last but not least: Sorriso Arcaico non è neanche un romanzo LGBTQ+. Sì, un protagonista è pansessuale e l’altro asessuale, ma questo loro orientamento viene usato come un’arma contro il mondo. Non ha una valenza politica, non nel modo in cui Giulio la usa per costruire la sua immagine, soprattutto.

Detto questo, quindi, dove penso di collocare una storia simile?

Questa è la domanda a cui non so rispondere ancora. 

L’unica cosa che so è che il mio prologo doveva sfociare in una scena di sesso che non ne ha proprio voluto sapere di farsi scrivere. Anzi. Al suo posto sono uscite cose che mi ha fatto anche bene portare a galla.

Perché poi il problema vero, grosso, è che questa storia che ora si chiama Sorriso Arcaico ma ha avuto un sacco di nomi è una grossa catarsi, per me.

Non fine a se stessa, capiamoci: non voglio davvero essere la solita scrittrice ombelicale che crea un universo di meravigliosi sciroccati finto-decadenti che si muovono come degli ebeti su fondali dai colori acidi o pastello.

Io voglio gente vera, che fa cazzate anche grosse, e che a quelle cazzate cerca di porre rimedio non prima di soffrire, e pure tanto.

Non in senso fisico o sentimentale, ma in senso puramente intimo.

Che è un po’ anche quello che consigliava Tondelli in una citazione fantastica in cui sono incappata giusto oggi. 

“Scrivete non di ogni cosa che volete, ma di quello che fate. Astenetevi dai giudizi sul mondo in generale (ci sono già i filosofi, i politologi, gli scienziati ecc.), piuttosto raccontate storie che si possano oralmente riassumere in cinque minuti. Raccontate i vostri viaggi, le persone che avete incontrato all’estero, descrivete di chi vi siete innamorati, immaginatevi un lieto fine o una conclusione tragica, non fate piagnistei sulla vostra condizione e la famiglia e la scuola e i professori, ma provatevi a farli diventare dei personaggi e, quindi, a farli esprimere con dialoghi, tic, modi di dire. […] Raccontate di voi, dei vostri amici, delle vostre stanze, degli zaini, dell’università, delle aule scolastiche. Ricordate che quando vi mettete a scrivere, state facendo i conti con un linguaggio fluido e magmatico che dovrete adattare alla vostra storia senza incorrere nello stile caramelloso della pubblicità o in quello patetico del fumettone. Il modo più semplice è scrivere come si parla (e questo è già in sé un fatto nuovo, poiché la lingua cambia continuamente), ma non è il più facile. Non abbiate paura di buttare via. Riscrivete ogni pagina, finché siete soddisfatti. Vi accorgerete che ogni parola può essere sostituita con un’altra. Allora, scegliendo, lavorando, riscrivendo, tagliando, sarete già in pieno romanzo”.

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Social

Una mattina, non ricordo nemmeno più perché, mio padre aspettò con me l’arrivo del treno per Roma.

Durante quell’attesa mi chiese del mio profilo Facebook (quello con nome e cognome) e delle cose che ci scrivevo sopra.

Lo guardai come si guarda un alieno: non solo, di solito, mio padre si disinteressa completamente di quello che faccio, ma è pure molto difficile che mi chieda conto di qualcosa relativo alla mia vita privata.

Venni così a sapere che un suo collega di lavoro seguiva i miei post sul traffico di reperti e ne era affascinato, tanto da chiedergli di intercedere nei miei confronti per chiedermi di iscrivermi a non so più quale gruppo dedicato alla storia della nostra città.

Sorvolando sul fatto, piuttosto deprimente, che la storia della mia vita è tutta così, con i miei che sono sempre gli ultimi ad accorgersi che mi do da fare e faccio cose, e che è più facile che io ottenga complimenti da perfetti sconosciuti che da loro (sì, potrebbe esserci un pelo di rancore in queste righe, è tutto materiale che cedo a titolo gratuito a qualsiasi psicanalista di passaggio), il succo del discorso è che, in effetti, se penso a questi ultimi anni devo davvero molto ai social.

È grazie a Facebook che ho scoperto l’esistenza del Master, è grazie a Facebook che mi sono fatta notare da quelli del Centro Studi, è sempre grazie ai social che sono riuscita a entrare in contatto con personaggi che mai avrei creduto di poter conoscere di persona.

Sempre siano lodati i social, dunque, e le possibilità che offrono, ma è pur vero che ogni cosa ha il suo prezzo e quello richiesto da questi strumenti di comunicazione è, spesso, molto alto.

Non parlo solo del tempo che ti succhiano, o degli effetti negativi sulla psiche, costantemente esposta al confronto con vite costruite ad arte come sempre impeccabili, parlo proprio di salute fisica: ogni flame su Facebook mi ha fatta stare male fisicamente, a volte per giorni, togliendomi il sonno e rovinando l’appetito, aumentando l’ansia che già di mio è elevata.

E per cosa, poi?

Sinceramente, e so che la cosa in passato ha suscitato sconcerto quando l’ho confessata a muso duro, io non ho la minima intenzione di essere conciliante con gente di cui conosco a malapena la faccia.

Gente con cui non ho mangiato, gente con cui non sono mai uscita assieme, di cui non conosco la voce, il piatto preferito, il colore di tinta che vorrebbero farsi la prossima volta che andranno dal parrucchiere.

Che non vuol dire che non mi freghi niente in assoluto dei rapporti intrecciati in rete, eh? Ci tengo molto e ho una bella lista di persone che vorrei abbracciare personalmente (Micol, Sam, Lils, voi siete tre a caso).

C’è però il discorso di fondo, che per me dovrebbe essere sottinteso ma non lo è, che non solo i rapporti, per diventare reali, a un certo punto debbano fare un salto di qualità, ma che comunque non giustificano mai un piegarsi alle esigenze altrui, e quando dico esigenze altrui parlo soprattutto dell’immagine mentale che si fanno di noi.

Mi sono resa conto davvero dello scarto esistente tra ciò che la gente pensa io sia e ciò che sono realmente quando, l’anno scorso, Grace e Emi rimasero stupite vedendo che le ho abbracciate fortissimo saltellando.

Rega’, io non è che so’ un dobermann assetato di sangue, eh? Rido, tanto e spesso, e amo la compagnia.

Sono solitaria, non asociale.

Di contro, però, sono anche una persona con determinati principi e se capita che i miei principi si scontrino con i vostri… beh, non aspettatevi che cambi idea per compiacervi.

Lo faccio per qualcuno con cui ho mangiato, di cui so cose e che sa cose di me, non per chi è nella mia friendlist da qualche mese, e crede di conoscermi per un paio di post.

I rapporti umani non sono tutti uguali, e non sono eterni, e nel caso ve lo stesse chiedendo do altrettanto per scontato che accada che qualcuno, a un certo punto, decida che non sono più una persona di suo gradimento.

La differenza vera, umanamente parlando, la si fa in questi momenti: bisogna accettare serenamente questa decisione, andare avanti e imparare a convivere civilmente.

Ma senza ignorare la frattura, e senza fingere una voglia di riconciliazione che non c’è.

I rapporti umani sono belli proprio perché sono così sfaccettati.

Dove voglio andare a parare con questo lungo post?

In realtà al solito promemoria per me stessa.

I social mi piacciono, sono parte del mio lavoro, devo imparare a starci sopra (pure su quelle piattaforme che mi fanno schifo come Twitter o su quelle che non imparerò mai a usare come Linked In).

Ma devo dosarli, perché mi stanno succhiando l’anima.

E io tra un paio di settimane ho una lezione da fare, e subito dopo un saggio da iniziare a scrivere.

Come farò a conciliare tutto?

Non ne ho idea, improvviserò come al solito.

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Cattivi Maestri

Se questo fosse un blog serio e io la stimata professionista di crimini contro il patrimonio culturale che favoleggio di diventare questo post sarebbe una lunga disamina dell’intricata storia del papiro di Artemidoro, giunta oggi alla sua conclusione.

Ma io, nella realtà, sono una flaneur molto più incline alla speculazione e quindi facciamo che prendo spunto da una parte di quella storia per parlare d’altro.

Come al solito la prendo alla larga: da qualche parte sulle mensole che ho sopra la scrivania da cui sto scrivendo ho una cartellina dove tengo quegli articoli scientifici -scovati quasi sempre su Academia.edu- che ritengo possano essermi utili per il lavoro.

Li stampo perché mi è più comodo riempire di appunti il margine o il retro, che spesso uso come lavagna per fissare schemi e dare ordine alle idee, perché io continuerò a sentirmi sempre una neofita che di certi temi non sa ancora nulla.

Ma non divaghiamo.

Uno di questi articoli porta la firma di Oscar White Muscarella, un archeologo su cui dovrei decidermi a scrivere un bell’articolo perché ha avuto una vita da film: il ragazzino italo-americano che si diploma alle serali e riesce ad arrivare al Met, dove si incontra e si scontra coll’algido snob di nobili natali, medagliato durante la Seconda Guerra Mondiale, cullato e coccolato dalle meglio università del pianeta.

Un algido snob di nome Dietrich Von Bothmer, che se sabato sera avete visto Petrolio saprete essere il tizio che acquistò il cratere di Euphronios, primo reperto archeologico (e prima opera d’arte in genere) a toccare la soglia del milione di dollari.

Muscarella fu uno dei primi ad accorgersi degli intrallazzi del Met, provando a denunciarli, ma venne messo all’angolo, zittito e ostracizzato.

Ovviamente figuratevi se un ragazzotto cresciuto in uno dei quartieri più duri di New York si faceva mettere sotto per così poco e infatti eccolo tutt’oggi militare in SAFE (Save Antiquities for Everyone), una delle principali organizzazioni non-profit americane dedite alla lotta contro il traffico internazionale di reperti.

L’articolo che ho salvato risente di tutto ciò e la tocca pianissimo già a partire dal titolo: L’Archeologia come Quinta Colonna.

Quinta Colonna di cosa? Del traffico di opere d’arte, naturalmente.

E uno potrebbe pure dire che Muscarella esagera nei toni e nelle argomentazioni, ma poi si legge la storia del papiro di Artemidoro, di Canfora che provò a contrastare Settis e sventare una truffa miliardaria, e si dice che ecco, forse, dire certe cose come stanno, a volte pure con toni troppo fiammeggianti, fa più bene che male.

Che giusto ieri, provando a spiegare certi concetti a una persona totalmente estranea all’ambiente mi trovavo a dire che se ho scelto di fare quello che faccio è proprio perché certi mali sono nati con la complicità di certa archeologia, e solo all’interno dell’archeologia potranno venire debellati.

La contrapposizione Settis/Canfora non è un caso isolato, del resto: io stessa, durante la stesura della tesi di Master e la sua successiva rielaborazione in articolo scientifico, mi sono imbattuta nella diatriba Camporeale/Colonna a proposito di certi reperti che, dall’Etruria, sono finiti misteriosamente in Svizzera: secondo il primo per vie assolutamente casuali e legittime, secondo il secondo, ovviamente, no.

Anche qui: indovinate chi, dei due, aveva ragione.

E del resto anche Fiorella Cottier, l’archeologa e restauratrice che fu consulente tecnico di Giacomo Medici durante il processo, è una figura non priva di ombre: l’archeologia è una scienza e, come tale, ha un’etica, e chi sostiene che i confini non sono poi così netti o mente o è in malafede.

Questo concetto ha segnato talmente tanto il mio immaginario che sono sempre più convinta del fatto che, se dovessi scrivere un romanzo su questi temi, lo imposterei proprio su una contrapposizione tra due studenti di archeologia che, a distanza di anni, si ritrovano proprio su due fronti contrapposti: quello delle case d’aste e quello delle consulenze giudiziarie.

Insistere nel riproporre questo nodo, magari proponendo possibili soluzioni su come scioglierlo è, secondo me, uno dei punti cruciali su cui dovrà lavorare la ricerca nei prossimi anni.

Perché con l’economia globale sempre più in crisi e le autorità nazionali sempre più disinteressate, i privati si sentiranno sempre più autorizzati a razziare.

E, come nei film di Indiana Jones, ci sarà sempre un Belloq pronto a vendersi ai nazisti per portare avanti la sua ricerca.

 

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Purezza

Chica 02

Golondrina, di Est Em.

Non so perché abbia bisogno di aspettare un certo tempo prima di leggere qualcosa di cui mi innamoro a pelle.

Il lavoro di Est Em fa parte della lista di punti di riferimento che ho accumulato negli anni per via de Il mondo nuovo: Est Em è una mangaka che conosce bene la corrida e sa raccontarla con quella raffinatezza propria dello stile narrativo giapponese.

Ai tempi recuperai le due storie più propriamente M/M lasciando in disparte questo manga, che in qualche modo mi ricorda il film Blancanieves, forse per via della resa volutamente androgina della protagonista.

blancanieves-large

Ma le due trame sono completamente diverse, pur nell’essere accomunate nella scelta della corrida come mezzo di vendetta.

Su Chica, la protagonista del manga, la corrida grava come una sorta di predestinazione: il giorno del suo quinto compleanno un famoso torero perde la vita nell’arena e la notizia riempie ossessivamente i palinsesti, avvelenandole la festa.

Anni dopo il tradimento da parte della donna che ama spinge Chica a scegliere il suicidio: l’incontro più o meno fortuito con un anziano torero, tuttavia, e il ricordo di quel compleanno, le faranno decidere di perseguire la via del toro per ottenere una morte tragica nell’arena.

Solo così, spettacolarizzando al massimo il suo profondo dolore, è convinta che riuscirà a far capire all’amata il dolore che le ha procurato.

Sembra una premessa melodrammatica, ma vi assicuro che è la fusione perfetta tra Sangue e Arena e Confessioni di una Maschera: la filosofia tragica della corrida si sposa perfettamente con l’eleganza minimale dei disegni, con l’ermetismo dello stile narrativo giapponese.

È quasi destabilizzante ritrovare in una stessa vignetta, quasi stessero dialogando assieme, Lorca e Mishima, il duende e la purezza di intenti.

Il tragico e l’essenziale.

E poi c’è Hemingway.

Quando, anni fa, visitai a Roma la mostra che esponeva Gli orrori della guerra di Goya, mi dissi che c’era qualcosa, in quel suo modo di dire solo ciò che è necessario, ponendolo di fronte agli occhi dello spettatore come fosse un’operazione chirurgica, che mi ricordava il modo di scrivere di Hemingway.

Avevo dimenticato che è stato proprio Hemingway, nelle prime due pagine di Morte nel pomeriggio, a dire di aver scelto come oggetto di scrittura i tori per raggiungere quella “purezza” tipica di Goya nel raccontare la morte.

Che io non so perché associamo la purezza a ciò che è nuovo, vergine, intonso, avvolto nella pellicola del tempo futuro.

Purezza è l’attimo presente, la capacità di catturarlo e renderlo con precisione.

Purezza è lucidità, consapevolezza, capacità di controllo e di esatta comprensione del momento.

Purezza ha a che fare con l’esperienza, fatta con tutti noi stessi, vissuta senza sconti.

È imparare a rendere le parole affilate come acciaio dopo aver lasciato che lame vere affondassero nella carne fino a scheggiare le ossa.

Una parte di me sa che ha avuto bisogno di questi anni di stacco emotivo, per tornare agli uomini e ai tori.

Un’altra parte di me, però, sa anche che quel distacco non è e non sarà mai abbastanza.

E allora tocca fare come Hemingway, decidersi a fare le cose ora meglio che si può, e non pensare troppo a quello che si potrebbe sapere tra qualche tempo.

Fare come Katsuya, che dai marchi incisi col coltello sulla schiena sta imparando a schiudere le ali.

È pericoloso accettare di versare sangue (metaforico) per raggiungere la verità delle cose, ma è anche l’unico modo davvero efficace di vivere fino in fondo.

Ci saranno anche ferite nuove, in questo mondo che sto costruendo.

Dolori recenti.

Parti di me che avevo seppellito credendole morte.

Il difficile sta nel raccontarle nella maniera più pura possibile, cosa non facile, quando ciò che provi non ti rende obiettiva.

 

 

scrittura

Il ballo della debuttante

Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con l’idea di pubblicare un romanzo: una parte di me lo vorrebbe  molto, spinta anche dalle varie lusinghe che, nel corso degli anni, mi sono giunte dal mondo editoriale; ma un’altra parte, la più insicura, ci ha fatto e ci fa, invece, a botte.

Perché il mercato italiano è piccolo e saturo, il mio nome non avrebbe fatto la diffrenza e le storie che scrivevo erano sempre un po’ troppo fuori dai canoni per essere incasellate in una qualche logica di vendita.

Perché, per molto tempo, semplicemente non mi sono sentita all’altezza.

Perché quando mi sono sentita all’altezza non avevo la storia giusta e ora che ho la storia giusta… non so se la stesura un romanzo sia un impegno che mi posso permettere.

Eppure, nel frattempo, quel magma confuso che cerco di elaborare da anni in qualche modo ha preso una sua forma: dall’idea di un serial killer scultore sono passata ad Amor vincit omnia, e da lì, ancora, a Sorriso Arcaico.

Che immagino addirittura come primo capitolo di una serie più ampia.

All’inizio cercavo solo un modo per fare ordine e liberarmi definitivamente dei demoni che hanno avvelenato l’ultima parte della mia (non) carriera universitaria, salvando quanto c’era stato di buono (tanto, mi reputo privilegiata ad aver fatto il percorso che ho fatto) ed elaborando una volta per tutte il lutto.

Poi c’è stato di mezzo il Master, e le cose sono cambiate abbastanza di colpo e molto in fretta: nel giro di poche settimane, tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, mi sono ritrovata catapultata di colpo in una dimensione a cui non avrei mai immaginato poter avere accesso.

Il tutto mentre l’ultima nonna ancora in vita moriva, un altro pezzo di famiglia si disgregava e la solita girandola di persone che entrano ed escono dalla mia vita continuava il suo giro.

In questo scenario ha fatto il suo ingresso nella mia vita la Madame, una figura poco nota ma piuttosto centrale di una vasta rete di trafficanti di reperti.

Archeologa e collezionista, donna colta e carismatica, legatissima al figlio che ha iniziato allo stesso percorso, la Madame ha suscitato da subito in me sentimenti contrastanti: razionalmente, certo, c’era il disprezzo, ma dal punto di vista dell’immaginazione… lei era una creatura assolutamente perfetta.

E così è nata la figura di Altea De Nittis, madre di Giulio, co-protagonista del romanzo in fieri.

Le figure femminili negli M/M (quando ci sono) sono, di solito, figure marginali, di supporto: sorelle, amiche, madri più o meno benevole o amorevoli.

Ho dovuto aspettare Rosa dei Venti per leggere di figure affascinanti come Megan (che ho amato molto) e Magda.

Parlando di autori stranieri, l’unico esempio che mi è piaciuto finora è la Donata di Dark Soul di Voinov, figura che acquista un peso crescente man mano che la saga procede, rivelandosi determinante.

E io? Che cosa voglio fare di Altea, che ruolo voglio darle nella mia (intricata) storia?

Inizialmente pensavo a una madre soffocante e ossessiva, morbosa nel suo attaccamente per quell’unico figlio fortemente voluto e prediletto.

Poi ci ho ripensato: una madre esigente sì, e ossessiva, ma complice di un figlio a cui insegna a fare della sua asessualità un elemento fondante della propria immagine pubblica.

Funzionerà?

E chi lo sa: dopotutto non è detto che il romanzo andrà effettivamente in porto.

Quello che so è che ogni tanto butto giù una pagina, una specie di ritratto abbozzato dell’uno o dell’altro personaggio, e che una parte di me, in fondo, li ama davvero molto.