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Camere separate

L’immobilità forzata mi sta facendo leggere tantissimo. Forse troppo.

Sicuramente dovrei fare un po’ il punto di tutto questo materiale accumulato: a volte lo faccio scrivendo post su Facebook, per un paio di titoli dovrò scrivere delle recensioni vere e proprie, ma da un altro punto di vista non mi dispiace godermi questa bulimia indisciplinata, visto che era da tanto che non riuscivo a concedermela.

C’è però un testo che, per forza di cose, mi è rimasto incastrato dentro in maniera diversa dalle altre, e non in maniera positiva, e sento che a questo testo devo dedicare qualcosa di più di una manciata di righe su Facebook: quel testo è Camere separate di Pier Vittorio Tondelli.

Sarà che sono arrivata alla lettura spinta dall’entusiasmo di un paio di persone che per Tondelli provano una vera e propria venerazione. Sarà che ci si aspettava da me che lo amassi allo stesso modo ma, ecco, devo dire che raramente un testo è stato capace di irritarmi quanto c’è riuscito questo libro.

Capiamoci: Tondelli è un grandissimo scrittore, non voglio osare nemmeno per sbaglio negarne l’importanza o il valore letterario.

Non voglio nemmeno rigettare in toto, in maniera infantile, tutto l’impianto filosofico che sta alla base del libro: nell’edizione che ho io c’è una raccolta di lettere e altri testi di Tondelli che mostra bene la genesi del concetto di Camere separate, a cui è approdato dopo un lungo percorso di studio e riflessione.

Solo che mi chiedo sinceramente come possa essere passato per la testa a qualcuno che pensava di conoscermi, e conoscermi bene, che una roba del genere potesse piacermi, perché davvero è quanto c’è di più distante dal mio modo di concepire la vita, le relazioni, il mondo in generale.

So che è tutto più complesso di così, ma ho trovato Leo un manipolatore patetico, e Thomas un manipolato che cerca di sopravvivere come può.

Esattamente il genere di relazione in cui prego che nessuno incappi mai.

Ripeto: razionalmente riconosco il valore del lavoro di Tondelli, so cosa lo ha spinto a elaborare questa “teoria” e credo che questo romanzo rappresenti un tassello importante del Novecento letterario italiano, ma non sono riuscita a empatizzare neanche mezzo secondo con Leo, e credo che sia la prima volta che mi accade.

Leggere un libro e provare disgusto per il suo protagonista.

Perché disgusto è ciò che Leo in più punti mi ha suscitato, disgusto per il suo modo di intendere Thomas come una marionetta, quasi più un elemento ideale, parte di un’equazione che vive solo nella sua testa, che una persona reale.

E non posso farci niente, è stata una reazione quasi fisica alla lettura, qualcosa che davvero non mi era mai successo prima.

Nemmeno Céline era riuscito a tanto.

Nemmeno Mishima nelle pagine in cui ci faccio a botte (ce ne sono tante, soprattutto in Colori proibiti).

Ed è strano pensare che io possa provare affetto per autori tanto distanti da me nel modo di pensare, mentre sia stata così intransigente con un autore che invece, sì, per quella che è stata la sua parabola umana e letteraria, mi ha suscitato empatia.

Sono sentimenti che dovrei psicanalizzare, se avessi voglia di aggiungere uno psicanalista alla lunga lista di medici che sto consultando in questo periodo.

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Consigli di lettura: Colori proibiti, di Yukio Mishima

Uno dei concetti che più mi è rimasto appiccicato tra quelli appresi negli anni del liceo classico è l’etimologia della parola perfezione: è un derivato del verbo perficere che significa, letteralmente, portare a compimento.
Ne deriva che la perfezione è il compimento di qualcosa, e che l’aggettivo perfetto, accostato a un qualsiasi termine, indica che quell’oggetto non ha bisogno di ulteriori ritocchi.
Sta bene così, ha toccato il punto più alto della sua parabola, del suo aspetto, della sua conformazione.
Perché inizio una recensione di un testo di Mishima con una digressione sul concetto di perfezione?
Perché non credo che esista un altro termine che possa descrivere meglio il percorso umano e artistico di quest’uomo fuori dal comune.
25 novembre 1970: una data che in Giappone è diventata un pezzo di storia.
Yukio Mishima, assieme a quattro fidati uomini del Take no Kai, una specie di milizia da lui stesso creata, occupa il Ministero della Difesa e, dopo un discorso celebrato di fronte all’esercito e alla stampa, si toglie la vita secondo le regole del suicidio rituale.
Sul significato politico di tale gesto è stato scritto di tutto di più, quasi sempre tentando di incasellarlo all’interno di schemi politici ben lontani dalla visione che aveva l’autore: il nazionalismo di Mishima, la critica all’occidentalizzazione del Giappone poco hanno a che spartire con l’etichetta di “fascista” che gli è stata appiccicata addosso da certa critica nostrana.
Fa tutto parte di una precisa visione filosofica che l’autore ha costruito nell’arco di una vita intera, e che tocca la sfera politica solo parzialmente (e marginalmente).
Perché ho scelto di tirare in mezzo un discorso tanto scomodo e sgradevole?
Per due ragioni: la prima è che quel suicidio così eclatante è stato il punto di arrivo di tutto il percorso e umano e artistico di Mishima, e volente o nolente non si può intavolare un discorso che sia uno su questo autore senza affrontarlo; due: perché la morte in generale, e il suicidio in particolare, è solo uno dei tanti temi affrontati dall’autore in Colori Proibiti.
Partiamo, infatti, da una considerazione essenziale: Colori Proibiti è un libro che contiene in sé svariati libri: il tema della “maschera”, tanto caro alla cultura giapponese; il tema della condizione dei maschi omosessuali nella Tokyo del dopoguerra; il dualismo vecchiaia/giovinezza, ma anche quello cultura occidentale/orientale; la misoginia, la maternità, l’amore che si realizza solo attraverso la sua stessa negazione; una certa visione della politica, della società e della sua ipocrisia, etc…
C’è una forte componente autobiografica, certo, vale per tutte le opere di questo scrittore ma qui, tutto sommato, è meno “evidente” rispetto al più famoso Confessioni di una maschera.
Come nella mostra sulla sua vita che venne organizzata poco prima del suicidio, in cui il percorso era diviso in quattro “fiumi” che solo percorrendo assieme restituivano un’immagine completa dell’uomo e dell’artista, così l’unione di tutte le sotto-trame e le tematiche restituisce il quadro completo della mente di un uomo incredibile e incredibilmente colto.
Già un riassunto di massima della trama la dice lunga sulla complessità di questo libro: Shunsuke è un anziano scrittore che segue la giovane amante Yasuko in una località balneare. Sospetta, infatti, che lei sia l’ennesima donna che lo abbia tradito. Arrivato lì scopre che Yasuko è in effetti innamorata di un altro uomo, un ragazzo bellissimo e apparentemente incapace di provare amore, Yuichi.
Facendo leva sull’ingenuità del giovane e offrendosi di aiutarlo economicamente Shunsuke, un uomo che è sempre stato brutto e sgradevole, fa di Yuichi il suo strumento di vendetta nei confronti delle donne che lo hanno fatto soffrire.
Qui parte un romanzo quasi parallelo che, seguendo lo schema classico del romanzo di formazione, segue Yuichi nell’esplorazione della propria omosessualità: dalla scoperta delle coppie clandestine nei parchi pubblici alla frequentazione di locali e party sempre più esclusivi; dalle prime esperienze con giovani di pari età a relazioni con uomini sempre più altolocati.
Si intrecciano a questi due filoni l’evoluzione di alcuni altri personaggi, perfettamente definita, tra cui spiccano i coniugi Kaburagi (lei in particolare, forse il più bel personaggio di tutto il libro) e Yasuko, la giovane ingenua che nel corso della storia diviene sempre più consapevole del suo ruolo al fianco dell’indecifrabile Yuichi e, successivamente, di madre.
Ma tutti i personaggi, anche quelli più infimi, sono cesellati con cura, emergendo dalla pagina quasi come persone in carne e ossa.
L’elemento che più mi ha colpita del libro, però, è il modo armonioso e perfettamente coerente con cui Mishima mescola filosofia orientale e occidentale: è la prima volta che mi capita di imbattermi in un romanziere che citi con tanta cognizione di causa Winckelmann, la filosofia e i fondamenti della storia dell’arte greca: la descrizione dell’attimo in cui gli occhi di Shunsuke si posano sulla figura di Yuichi che emerge dalle onde del mare di ritorno da una nuotata mi ha ricordato il modo accorato in cui Winckelmann descrive l’Apollo del Belvedere, che tanto mi colpì il primo anno di università.
Yuichi è l’incarnazione fisica del concetto di Kouros, una tipologia piuttosto importante di statua greca arcaica che rappresentava il giovane ideale (Kore è il corrispettivo femminile): come una statua, come un’idea che deve essere sviluppata, all’inizio è vuoto, privo di pensieri ed emozioni. Sono le esperienze che lo riempiranno, le parole di Shunsuke ma anche gli incontri al Rudon (un locale che rappresenta una delle ambientazioni principali del romanzo) che lo plasmeranno, rendendolo finalmente una persona vera, con proprie ambizioni e desideri e obiettivi.
Solo allora potrà liberarsi dal vincolo che lo tiene legato a Shunsuke.
E però anche il vecchio scrittore, che è tutto meno che un “villain” inteso alla maniera occidentale, seguirà un proprio percorso evolutivo, plasmato da ciò che vivrà di riflesso grazie a Yuichi, in una lunga riflessione spirituale e artistica, colma di riferimenti alla letteratura giapponese, sulla bellezza e la crudeltà della giovinezza.
Colori Proibiti non è una lettura facile, e sotto un certo punto di vista neanche piacevole.
È un libro denso, dove ogni riga ha un peso specifico, ogni parola usata un significato preciso.
Richiede pazienza, ma ripaga dello sforzo.
Perché la lettura è anche questo: una sfida, e i libri montagne da scalare.
Lungi da me voler attaccare una filippica sull’importanza di leggere “alta letteratura”, discorso scemo che ha poco senso, dirò più banalmente che, a volte, è necessario mettersi alla prova, vedere fin dove l’intelletto è in grado di arrivare, fin dove siamo in grado di comprendere qualcosa che è più grande di noi.
È grazie a questo tipo di sfide che possiamo definire meglio noi stessi, i nostri “contorni”, i nostri campi di interesse e le nostre priorità.
Non è questione di cultura, o di superiorità morale: è l’equivalente per la mente del fare sport.
Ogni tanto bisogna alzare l’asticella per vedere fin dove si riesce a saltare: Mishima può essere un bel traguardo.
Non fosse altro che, per una volta, vi troverete di fronte a veri omosessuali maschi giapponesi, e non alle loro rappresentazioni stereotipate da manga.

libri, scrittura

Purezza

Chica 02

Golondrina, di Est Em.

Non so perché abbia bisogno di aspettare un certo tempo prima di leggere qualcosa di cui mi innamoro a pelle.

Il lavoro di Est Em fa parte della lista di punti di riferimento che ho accumulato negli anni per via de Il mondo nuovo: Est Em è una mangaka che conosce bene la corrida e sa raccontarla con quella raffinatezza propria dello stile narrativo giapponese.

Ai tempi recuperai le due storie più propriamente M/M lasciando in disparte questo manga, che in qualche modo mi ricorda il film Blancanieves, forse per via della resa volutamente androgina della protagonista.

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Ma le due trame sono completamente diverse, pur nell’essere accomunate nella scelta della corrida come mezzo di vendetta.

Su Chica, la protagonista del manga, la corrida grava come una sorta di predestinazione: il giorno del suo quinto compleanno un famoso torero perde la vita nell’arena e la notizia riempie ossessivamente i palinsesti, avvelenandole la festa.

Anni dopo il tradimento da parte della donna che ama spinge Chica a scegliere il suicidio: l’incontro più o meno fortuito con un anziano torero, tuttavia, e il ricordo di quel compleanno, le faranno decidere di perseguire la via del toro per ottenere una morte tragica nell’arena.

Solo così, spettacolarizzando al massimo il suo profondo dolore, è convinta che riuscirà a far capire all’amata il dolore che le ha procurato.

Sembra una premessa melodrammatica, ma vi assicuro che è la fusione perfetta tra Sangue e Arena e Confessioni di una Maschera: la filosofia tragica della corrida si sposa perfettamente con l’eleganza minimale dei disegni, con l’ermetismo dello stile narrativo giapponese.

È quasi destabilizzante ritrovare in una stessa vignetta, quasi stessero dialogando assieme, Lorca e Mishima, il duende e la purezza di intenti.

Il tragico e l’essenziale.

E poi c’è Hemingway.

Quando, anni fa, visitai a Roma la mostra che esponeva Gli orrori della guerra di Goya, mi dissi che c’era qualcosa, in quel suo modo di dire solo ciò che è necessario, ponendolo di fronte agli occhi dello spettatore come fosse un’operazione chirurgica, che mi ricordava il modo di scrivere di Hemingway.

Avevo dimenticato che è stato proprio Hemingway, nelle prime due pagine di Morte nel pomeriggio, a dire di aver scelto come oggetto di scrittura i tori per raggiungere quella “purezza” tipica di Goya nel raccontare la morte.

Che io non so perché associamo la purezza a ciò che è nuovo, vergine, intonso, avvolto nella pellicola del tempo futuro.

Purezza è l’attimo presente, la capacità di catturarlo e renderlo con precisione.

Purezza è lucidità, consapevolezza, capacità di controllo e di esatta comprensione del momento.

Purezza ha a che fare con l’esperienza, fatta con tutti noi stessi, vissuta senza sconti.

È imparare a rendere le parole affilate come acciaio dopo aver lasciato che lame vere affondassero nella carne fino a scheggiare le ossa.

Una parte di me sa che ha avuto bisogno di questi anni di stacco emotivo, per tornare agli uomini e ai tori.

Un’altra parte di me, però, sa anche che quel distacco non è e non sarà mai abbastanza.

E allora tocca fare come Hemingway, decidersi a fare le cose ora meglio che si può, e non pensare troppo a quello che si potrebbe sapere tra qualche tempo.

Fare come Katsuya, che dai marchi incisi col coltello sulla schiena sta imparando a schiudere le ali.

È pericoloso accettare di versare sangue (metaforico) per raggiungere la verità delle cose, ma è anche l’unico modo davvero efficace di vivere fino in fondo.

Ci saranno anche ferite nuove, in questo mondo che sto costruendo.

Dolori recenti.

Parti di me che avevo seppellito credendole morte.

Il difficile sta nel raccontarle nella maniera più pura possibile, cosa non facile, quando ciò che provi non ti rende obiettiva.

 

 

archeocrimini, libri

L’archeocriminologa consiglia: Il cardellino, di Donna Tartt

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Ci sono libri che possono essere recensiti a partire dalla copertina.

Questo è uno di quei casi.

Guardatela: un involucro di carta dove il titolo sembra una nota scritta a matita si strappa rivelando il dettaglio di un dipinto.

Non un dipinto qualsiasi, ma un autentico capolavoro, una delle pochissime opere sopravvissute di Carel Fabritius, importante maestro olandese.

L’essenza di questo libro sta tutta qua: un quadro piccolo, quasi insignificante se paragonato ad altre opere più grandi e più appariscenti, sopravvive a una prima tragedia, reale, e poi a una seconda, quella inventata dall’autrice, divenendo l’ancora di salvezza di un altro piccolo, apparentemente insignificante essere umano.

È un romanzo corale, Il cardellino, un romanzo di intrecci e frammenti di memoria che riemergono confusi e si incastrano per restituire una verità parziale di cui il lettore non può fare a meno di fidarsi come un credente.

A questa colonna principale, che sostiene e giustifica le precise scelte narrative (la struttura dickensiana, la prima persona sotto forma di flusso di coscienza), se ne affiancano altre che, come le cupole laterali delle moschee aiutano a distribuire e scaricare il peso delle volta di tematiche di cui il romanzo è pregno.

Sarebbe piuttosto facile dire, infatti, che è un romanzo che celebra il ruolo salvifico dell’arte, ma non è esattamente così perché la complessità degli eventi narrati consente a Donna Tartt (esattamente come in Dio di illusioni) di esplorare tutte le sfumature del caso: l’arte è salvezza ma anche ossessione, e dall’ossessione discende l’avidità, che a sua volta può spingere chi ne è ossessionato al furto e alla truffa.

Più ancora, e per fortuna, Il cardellino è un romanzo che parla di arte ma non di artisti: piuttosto i veri protagonisti sono gli emarginati, gente che di un dipinto sa cogliere soprattutto l’aspetto emotivo, quel senso di autenticità e purezza in contrasto con la miseria e lo squallore del contesto in cui vive.

Per questo chi, come me, si occupa di art crime sorriderà nel leggere alcuni passaggi e nel riconoscere alcuni riferimenti (primo fra tutti quello alla Natività di Caravaggio), e si commuoverà leggendo le righe finali, che in un certo senso omaggiano le storie incredibili di chi, realmente, si è speso e si spende per salvaguardare la nostra eredità culturale, non credo che si possa definire questo romanzo né un vero thriller né, tanto meno, un vero thriller su questo tema.

E badate che per me è un pregio, non un difetto, perché ciò che trasmette, quel bisogno disperato di qualcosa che dia un senso a un’esistenza che apparentemente non sembra averne, è qualcosa di ancora più prezioso.