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Gli Archeocrimini sono un pacco?

“La Casta è un pacco, René, è un bluff. Non è un film. Sono numeri, dati, cifre, verbali…”

“Non c’è uno straccio di storia!”

Uno degli obiettivi che mi sto sforzando di centrare è quello di riuscire a scrivere un romanzo che abbia come tema centrale il traffico illecito di beni archeologici.

Non che mi manchi la materia prima, eh? Si avvicina il terzo anniversario da che ho preso a studiare il ruolo delle collezioni private come forma di riciclaggio, ovvero il ruolo svolto da collezionisti (e archeologi) più o meno compiacenti nell’immissione sul mercato di reperti provenienti da scavi clandestini spacciati per perfettamente legali.

È un tema sul quale tornerò quando parlerò del romanzo self di cui ho quasi concluso la lettura, per cui non mi dilungo più di tanto. Era solo per dire che già solo con le storie che ho maneggiato in questi tre anni potrei avere trame per una serie in dieci volumi.

E non lo dico per scherzo: Svizzera, Stati Uniti, Germania, perfino Giappone e, naturalmente, Italia: cambiano gli scenari e le tipologie specifiche di reperti, ma certi schemi, ormai, mi sono abbastanza chiari.

Eppure, ogni volta che provo a mettermi lì di buzzo buono per trarne uno straccio di trama convincente, mi blocco.

Ovviamente ci sta che la prima causa sia che io, come autrice, sia una pippa: lo metto in grassetto così ci togliamo subito il dente.

Eppure una certa difficoltà oggettiva l’ho riscontrata pure da parte di un’autrice blasonata e pluripremiata come Josh Lanyon, che per scrivere una serie di romanzi con protagonista un agente speciale della sezione Art Crime dell’FBI ha comunque dovuto deviare sui più “classici” omicidi e serial killer.

Incapace e pigra pure lei? Non credo.

E qui veniamo alla citazione in apertura, presa dal Boris – Il film: il regista René Ferretti deve girare una pellicola tratta dal libro-inchiesta La Casta, qualcosa che bissi il successo di Gomorra (all’epoca, ancora, “solo” un libro inchiesta di successo di Roberto Saviano e un film osannato di Matteo Garrone), ma quando arriva il momento di ingaggiare uno sceneggiatore che lo scriva i nodi vengono al pettine: La Casta, infatti, a differenza di Gomorra che è no-fiction novel, ovvero un genere che, di suo, parte dai dati per costruire un intreccio di storie al limite tra il reale e il verosimile, è un’inchiesta giornalistica pura, fatta di dati messi lì uno in fila all’altro: non c’è vera azione, non ci sono storie.

Per questo gli sceneggiatori più onesti suggeriscono a René due soluzioni: o il documentario di denuncia alla Michael Moore che, però, richiede mezzi e talenti che René non ha, oppure l’impepata di cozze, ovvero una storia solo vagamente ispirata al tema reale, spacciata per universale e senza tempo.

Mi sembra che la soluzione impepata di cozze sia quella attualmente più utilizzata dagli autori e dalle autrici che, finora, hanno scelto di cimentarsi con questo genere di reati: un po’ perché documentarsi come si deve richiede tempo, e un po’ pure perché rendere avvincente del materiale di partenza che tecnicamente è fatto di nomi, date e passaggi di mano è piuttosto difficile.

Certo, ci sono i tombaroli che sono figure grottesche, e ci sono sicuramente singoli casi che, da soli, varrebbero ben più di una serie televisiva, ma di per sé il traffico di reperti archeologici è fatto di una lunga catena di spostamenti da un paese all’altro, da un deposito all’altro, da una galleria d’arte all’altra.

È un po’ come le frodi finanziarie: o sei Scorsese, e ti inventi The wolf of Wall Street, oppure la butti in caciara come sta avvenendo nel -pur da me amatissimo lo stesso- Billions.

Magari un giorno qualcuno riuscirà a rendere lo schema Ponzi fictionabile, ma quel giorno è ancora in là da venire.

Tuttavia, nonostante io continui a essere una pippa e di capolavori sul tema non ne ho ancora visti/letti gran che, non mi sento di voler gettare vie alle ortiche tutto e anzi, di ogni singola opera vorrei provare a salvare quanto di buono ho trovato.

Nel tentativo, magari, di riuscire a tirare fuori la formula perfetta che mi aiuterà a completare il mio romanzo.

Vi va di seguirmi in questa carrellata?

L’appuntamento è qui, due volte al mese.

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Auguri&Bilanci

Numi Tutelari

Mentre scrivo ho il lettore aperto su un self M/M americano, It takes an archaeologist, che parla di scavi clandestini e ha per protagonisti un cacciatore di opere d’arte rubate e un archeologo. In chat sono con Yuko a parlare della prossima uscita della Dreamspinner, ambientata nel mondo della paleontologia, e giusto ieri ho cercato di aiutare Thea alle prese con una scena di banchetto ambientata nella Domus Aurea.

Parlare del mio mondo mi diverte, e non è un caso che, col prossimo post, inizierò sul serio una rubrica dedicata all’archeologia (e all’art crime in particolare) nei media.

Ma il prossimo post rimanda già all’anno nuovo, perché in questo scorcio di vecchio ci sono scadenze che incombono: devo preparare le slide per la lezione che terrò il 12 gennaio per il Master in Archeologia Giudiziaria.

Per il secondo anno di fila parlerò del ruolo delle collezioni private nelle dinamiche del traffico di reperti archeologici, usando esempi tratti dai casi di studio di cui mi sto occupando.

E poi c’è l’articolo per Archeomafie X in uscita.

Se devo abituarmi all’idea di iniziare l’anno con questi due riti, mi ci abituo molto volentieri, in un certo senso è divertente constatare la propria crescita di anno in anno, rapportandomi a un traguardo anziché a una scadenza.

Questo 2018 è stato un anno faticoso, più che tutto, sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Ma ho superato tutto, e l’ho fatto alla grande: le cattiverie gratuite di Persona Tossica, il trasloco coatto, la ristrutturazione con tutti i suoi problemi, la rottura dei rapporti con mio fratello.

Ma è stato anche l’anno del mio primo articolo scientifico, della mia prima lezione, del mio primo convegno: come potrei mai definirlo un anno negativo?

È stato l’anno in cui ho ricominciato a scrivere poesia (Studio di donna, certo, ma anche gli Haiku della doccia), l’anno in cui ho ripreso a fare yoga, l’anno in cui sono ufficialmente passata da una 54 a una 46, e cosa vuoi che sia scendere di altre due taglie.

L’anno in cui ho comprato un dominio, preso il mio primo certificato in inglese, iniziato a fumare (ogni tanto) qualche sigaro.

L’anno in cui mi sono innamorata di nuovo dopo tanto tempo.

L’anno in cui ho prenotato il mio primo viaggio all’estero da sola, fregandomene delle paure.

L’anno in cui ho capito che posso fare tutto, a patto di assecondare i miei ritmi e abbracciare i miei demoni.

Un anno speciale, a suo modo, in cui nel bene e nel male ho vissuto, e in cui ho collezionato aneddoti da raccontare negli anni a venire.

L’augurio che mi faccio e che giro anche a voi, lettori invisibili che non so mai quanto riusciate a starmi appresso senza pensare che sono pazza, è di viverne uno altrettanto intenso.

Per il 2019 ho pochi obiettivi, ma molto mirati: l’iscrizione all’albo dei periti del tribunale, il saggio per il quale ho passato gli ultimi due anni a raccogliere materiale, questo blog, Parigi.

Qualsiasi altra cosa arriverà, positiva o negativa che sia, sarà accolta o affrontata.

E voi? Che bilancio fate di questo anno?

Qualunque sia il vostro percorso: auguri, di cuore.

archeocrimini, scrittura, weltanschauung

Cattivi Maestri

Se questo fosse un blog serio e io la stimata professionista di crimini contro il patrimonio culturale che favoleggio di diventare questo post sarebbe una lunga disamina dell’intricata storia del papiro di Artemidoro, giunta oggi alla sua conclusione.

Ma io, nella realtà, sono una flaneur molto più incline alla speculazione e quindi facciamo che prendo spunto da una parte di quella storia per parlare d’altro.

Come al solito la prendo alla larga: da qualche parte sulle mensole che ho sopra la scrivania da cui sto scrivendo ho una cartellina dove tengo quegli articoli scientifici -scovati quasi sempre su Academia.edu- che ritengo possano essermi utili per il lavoro.

Li stampo perché mi è più comodo riempire di appunti il margine o il retro, che spesso uso come lavagna per fissare schemi e dare ordine alle idee, perché io continuerò a sentirmi sempre una neofita che di certi temi non sa ancora nulla.

Ma non divaghiamo.

Uno di questi articoli porta la firma di Oscar White Muscarella, un archeologo su cui dovrei decidermi a scrivere un bell’articolo perché ha avuto una vita da film: il ragazzino italo-americano che si diploma alle serali e riesce ad arrivare al Met, dove si incontra e si scontra coll’algido snob di nobili natali, medagliato durante la Seconda Guerra Mondiale, cullato e coccolato dalle meglio università del pianeta.

Un algido snob di nome Dietrich Von Bothmer, che se sabato sera avete visto Petrolio saprete essere il tizio che acquistò il cratere di Euphronios, primo reperto archeologico (e prima opera d’arte in genere) a toccare la soglia del milione di dollari.

Muscarella fu uno dei primi ad accorgersi degli intrallazzi del Met, provando a denunciarli, ma venne messo all’angolo, zittito e ostracizzato.

Ovviamente figuratevi se un ragazzotto cresciuto in uno dei quartieri più duri di New York si faceva mettere sotto per così poco e infatti eccolo tutt’oggi militare in SAFE (Save Antiquities for Everyone), una delle principali organizzazioni non-profit americane dedite alla lotta contro il traffico internazionale di reperti.

L’articolo che ho salvato risente di tutto ciò e la tocca pianissimo già a partire dal titolo: L’Archeologia come Quinta Colonna.

Quinta Colonna di cosa? Del traffico di opere d’arte, naturalmente.

E uno potrebbe pure dire che Muscarella esagera nei toni e nelle argomentazioni, ma poi si legge la storia del papiro di Artemidoro, di Canfora che provò a contrastare Settis e sventare una truffa miliardaria, e si dice che ecco, forse, dire certe cose come stanno, a volte pure con toni troppo fiammeggianti, fa più bene che male.

Che giusto ieri, provando a spiegare certi concetti a una persona totalmente estranea all’ambiente mi trovavo a dire che se ho scelto di fare quello che faccio è proprio perché certi mali sono nati con la complicità di certa archeologia, e solo all’interno dell’archeologia potranno venire debellati.

La contrapposizione Settis/Canfora non è un caso isolato, del resto: io stessa, durante la stesura della tesi di Master e la sua successiva rielaborazione in articolo scientifico, mi sono imbattuta nella diatriba Camporeale/Colonna a proposito di certi reperti che, dall’Etruria, sono finiti misteriosamente in Svizzera: secondo il primo per vie assolutamente casuali e legittime, secondo il secondo, ovviamente, no.

Anche qui: indovinate chi, dei due, aveva ragione.

E del resto anche Fiorella Cottier, l’archeologa e restauratrice che fu consulente tecnico di Giacomo Medici durante il processo, è una figura non priva di ombre: l’archeologia è una scienza e, come tale, ha un’etica, e chi sostiene che i confini non sono poi così netti o mente o è in malafede.

Questo concetto ha segnato talmente tanto il mio immaginario che sono sempre più convinta del fatto che, se dovessi scrivere un romanzo su questi temi, lo imposterei proprio su una contrapposizione tra due studenti di archeologia che, a distanza di anni, si ritrovano proprio su due fronti contrapposti: quello delle case d’aste e quello delle consulenze giudiziarie.

Insistere nel riproporre questo nodo, magari proponendo possibili soluzioni su come scioglierlo è, secondo me, uno dei punti cruciali su cui dovrà lavorare la ricerca nei prossimi anni.

Perché con l’economia globale sempre più in crisi e le autorità nazionali sempre più disinteressate, i privati si sentiranno sempre più autorizzati a razziare.

E, come nei film di Indiana Jones, ci sarà sempre un Belloq pronto a vendersi ai nazisti per portare avanti la sua ricerca.

 

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archeocrimini, weltanschauung

Di resti e macerie

Avevo scritto un post, qualche giorno fa, poi l’ho cancellato: non mi piace infilare troppo di fila post malmostosi, e men che meno mi va di replicare qui le dinamiche del vecchio livejournal, con post fatti di dovrebbe che non si concretizzano mai.

C’era una massima di Picasso -che ora non ricordo- sul creare e non dire, che si sposa perfettamente anche coi principi del Bushido che lentamente sto metabolizzando.

Ho cominciato a comporre haiku, e questo è un fatto.

Luce soffusa

buca la trama delle

foglie. Silenzio.

______

Acqua che scorre

su corpo immobile.

Tramonto rosso.

______

Io e la poesia non andiamo troppo d’accordo, ma comporre haiku ha solo marginalmente a che fare con la poesia: era un esercizio che veniva imposto anche ai guerrieri per allenare la gentilezza e mantenere viva l’empatia.

Un restare umani prima che divenisse uno slogan: uno delle colonne portanti della cultura giapponese, che sempre più è tornata ad attrarmi, proprio come ai tempi del liceo.

Colpa del mio riavvicinarmi alla meditazione.

Ottobre è stato un mese di battaglie sfiancanti tra me e la mia tendenza all’autodistruzione: non cedere è una questione di principio, è l’educarsi al costruire che è più difficile che disfare.

Dopotutto è proprio l’archeologia che mi insegna la differenza tra resto e rudere (che prima ancora è maceria): è una differenza semantica e di percezione. Resto è testimonianza, il segno del passaggio di qualcosa che è ancora vivo nella memoria collettiva e, di conseguenza, parte del tessuto connettivo della città; rudere è la maceria svuotata di ogni memoria e, di conseguenza, significato.

Il monumento è la base di partenza di un percorso di ricostruzione, un riannodare i fili della memoria intrecciandoli al presente. Il rudere è ciò che rimane di qualcosa che non tornerà più, uno scarto della vita, un rifiuto.

A volte dovrei ricordarmi più spesso quanto il percorso che ho scelto abbia una luce positiva, quanto mi faccia bene questo voler preservare che è innanzitutto preservare il significato delle cose.

Se dovessi definire quello che sto facendo in questo preciso momento, scherzando direi che è giocare una partita a Pokémon Go coi reperti archeologici al posto dei Pokémon.

Quello a cui sto dando la caccia in questo momento, il primo a cui il mio nome potrebbe essere associato a titolo ufficiale, ha un nome bellissimo, greco, che ne indica tutta la nobiltà che rappresenta.

È stata proprio la consapevolezza di quanto sia bello (sì, bello, perché la bellezza non è un limite e, anzi, alimenta quell’empatia che dona un senso alla parte noiosa del processo di ricostruzione della provenienza) a farmi aggrappare alla luce per non annegare nell’ombra per l’ennesima volta: una spirale virtuosa che dura, e che sto cercando di alimentare a qualunque costo.

L’articolo è stato completato con tutti i ritardi e la fatica del caso: ma è un fatto e, come insegna Picasso, è coi fatti che si fa l’Arte (o la Storia).

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La Bellezza non ha bisogno di cantori, ma di buoni narratori

Da persona che, da un paio d’anni, ha iniziato a occuparsi in maniera professionale di traffico internazionale di reperti tendo sempre ad accogliere con un certo entusiasmo opere di intrattenimento che toccano questo tema o, in generale, che parlano di Art Crime.

Ci sono volte in cui il mio entusiasmo viene ripagato, come nel caso della saga L’arte del delitto di Josh Lanyon, o come in queste ultime settimane, quando sono incappata nella serie televisiva francese L’art du Crime.

Più spesso, purtroppo, tocca recriminare, come nel caso della serie di Sky Atlantic Riviera, nata come thriller finanziario giocato sull’uso del collezionismo come mezzo per riciclare denaro e finita per diventare un pastrocchio senza senso, al punto da spingere perfino il suo creatore a disconoscerla.

E poi c’è il caso di Una storia senza nome, presentato ieri fuori concorso al Festival del Cinema di Venezia.

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Premessa: io amo il cinema. Alla follia. Guardo un sacco di film, cerco di leggere libri sul tema quando ne ho l’occasione, seguo una caterva di blog cinematografici.

Uno dei miei preferiti si chiamava Friday Prejudice, prendeva i trailer dei film in uscita in settimana e si divertiva (letteralmente) a darne un giudizio basandosi solo sulle poche informazioni a disposizione, stabilendo se valeva la pena o no fidarsi.

Ecco, guardando per la prima volta il trailer di Una storia senza nome e cercando un po’ di informazioni in giro mi sono fatta la stessa domanda: andrei al cinema a vederlo?

La risposta è stata un NO secco e adesso provo a spiegarvi anche il perché.

La trama, in breve: membro delle Forze dell’ordine in pensione contatta sceneggiatrice ghost writer per metterle in mano la storia del furto della Natività di Caravaggio, uno dei più tristemente famosi della storia dell’arte. Lei accetta l’incarico e da lì in poi iniziano a succedere brutte cose soprattutto ad Alessandro Gassmann, che sarebbe il tizio per cui lei (Micaela Ramazzotti) fa lo zerbino sia a livello professionale che sentimentale.

Premettendo che già su questa sinossi avrei un sacco, ma un sacco di cose da ridire, e anche un discreto numero di battutacce da fare (basate sul confronto con la mia esperienza personale, tra l’altro), ciò che mi ha spinto ad aprire la casella e scrivere questo post sono state le dichiarazioni del regista rilasciate durante la conferenza stampa a Venezia e riportate da Repubblica:

“Oggi la politica, che sia incarnata in Donald Trump o nei casi nostri, ha questo aspetto un po’ ridicolo  – spiega il regista – Questa storia viene da quell’insieme di ridicolo e tragico che rappresenta bene il potere nel nostro Paese da quell’idea di potere che nella storia del furto del Caravaggio, un capolavoro rubato e dato in pasto ai porci, come riferito da alcuni pentiti, è un racconto perfettamente aderente ai nostri trascorsi. Se custodire e tramandare la bellezza è la forma più elementare di civiltà, questo grado minimo in Italia è sempre stato a rischio”.

A parte che io faccio fatica a trovare qualcosa di ridicolo in tutta la faccenda del furto di questo dipinto, tagliato con un taglierino e portato via di notte dall’oratorio palermitano in cui era conservato nel 1969, intercettato e accalappiato dalla mafia con lo scopo di farne merce di scambio nell’ambito della trattativa Stato-Mafia, sarebbe stato carino far presente ad Andò che, semmai, nonostante questi episodi se c’è un paese al mondo che è sempre stato all’avanguardia e in prima linea per la lotta al contrasto del traffico di opere d’arte quel paese è proprio l’Italia.

Almeno dal 1820, anno di proclamazione dell’editto del Cardinal Pacca, primo provvedimento legislativo a tutela del nostro patrimonio archeologico ed artistico.

Senza voler proseguire il lungo elenco di leggi che gli sono succedute, sarebbe stato carino ricordare ad Andò  che l’Italia è stata anche il primo paese al mondo ad istituire un corpo dedito alla salvaguardia della nostra cultural heritage, quel Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri che, a tutt’oggi, è un modello di riferimento per le polizie di mezzo mondo.

E prima che mi si tacci di essere ultranazionalista (cosa che non sono, ma da qui a sputare a prescindere sul paese in cui sono nata e vivo ce ne corre), vorrei far presente che tra coloro che sono stati ispirati dall’operato del TPC c’è anche Matthew Bogdanos, ex Marine e procuratore di New York molto attivo contro il traffico illecito di reperti archeologici, tema a cui si è avvicinato dopo aver visto in Iraq, e proprio operando al fianco dei carabinieri.

Ma tutto questo al regista non pare interessare, nella sua visione della faccenda esiste solo il Male e l’unico rimedio è… il cinema.

Rega’, davvero, io avrei voluto provare a dare una chance a questo film, ma come si fa a fidarsi di una roba dove la ricostruzione di uno dei più importanti furti d’arte della storia viene affidata a una sceneggiatrice?

Storici dell’arte, questi sconosciuti. Cioè, i francesi sono riusciti a fare un (bel) telefilm partendo dalla figura di una ricercatrice del Louvre che, per riscattare tutta una serie di magagne sue personali si iscrive all’albo dei periti del tribunale per collaborare con il reparto della polizia dedito al contrasto del traffico di opere d’arte ma noi, che di questo settore siamo stati pionieri, lasciamo che una storia come quella del furto della Natività divenga un pretesto per celebrare la capacità narrativa del cinema.

Pensate che scemo Ben Affleck quando, per fare la stessa cosa, si è andato a cercare una storia vera in cui il cinema fu effettivamente d’aiuto al governo americano, vincendoci pure un Oscar.

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“Questo è un film sul cinema – spiega Andò – La storia di questo furto ci arriva attraverso i racconti dei pentiti che si sono contraddetti tra loro negli anni e questo mi sembrava uno spunto buono per parlare del rapporto che c’è tra il cinema e la realtà, volevo che il film fosse un dispositivo attraverso cui indagare la realtà. Ho pensato a una commedia che potesse raccontare come il cinema, nonostante la sua fragilità attuale, possa ancora attraverso l’immaginazione cogliere un frammento di verità”.

Cioè, capite?

Questo è un film sul cinema. Non sull’arte perduta, non sul potere che usa la bellezza come merce di scambio, no: viene presentata come l’ennesima pellicola ombelicale in cui il cinema italiano si da il cinque alto da solo.

E per carità, di motivi per cui il cinema italiano, oggi, debba essere fiero di se stesso ce ne sono tanti (Garrone, Sorrentino, Sollima, Guadagnino, Mainetti, tanto per fare un po’ di nomi a caso), ma sono abbastanza sicura che l’idea di prendere una storia per sentito dire e usarla per dirsi da soli quanto si è fighi non sia tra questi.

Che pure l’autoreferenzialità è un genere che bisogna saper girare, e usare una storia tanto complessa e dalle implicazioni tanto profonde tanto per far parlare di sé e darsi un’aria da film impegnato non è una grande idea.

Ripeto: io di film su questi temi ne vorrei uno al mese, tipo universo Marvel, son la prima ad avere interesse a che il grande pubblico capisca quanto un’opera d’arte e un reperto archeologico vengano visti da terroristi, criminali e uomini d’affari senza scrupoli come mezzi per far soldi rischiando relativamente poco (molto meno che a smerciare droga, armi ed esseri umani), ma mi piacerebbe anche che chi ne parla lo facesse nel pieno rispetto della tematica, non usandola solo come ambientazione cool o come lumino lampeggiante per attirare l’attenzione.

Il settore degli studi sull’Art Crime è in crescita costante: si moltiplicano i corsi post-laurea, le certificazioni, i Master.

Le case d’asta hanno sempre maggior interesse ad avere al proprio interno specialisti in provenienza delle collezioni, e le forze di polizia hanno sempre più bisogno di esperti che sappiano non solo stabilire l’autenticità o meno di un reperto, ma anche di aiutarli a trovare prove che possano consentire il rimpatrio di oggetti preziosi che si trovano in molti musei esteri, ad esempio.

Sarà che il mio compito è, attualmente, proprio quello di ricostruire la storia dell’acquisizione di un certo corredo funebre di grande importanza, mi ferisce vedere che questo compito non lo si reputa degno di uno specialista ma lo si ritiene roba da cantastorie, come fosse una mera faccenda narrativa.

E, tanto per essere chiari anche con chi ha chiuso l’articolo per Repubblica: la verità sulla Natività di Caravaggio si saprà.

C’è gente che ci sputa il sangue da decenni, per ritrovarla.

La versione di Andò non ha e non avrà mai lo stesso valore.

Perché il cinema è grande solo quando si concentra sulla storia, eliminando gli orpelli.

Per questo conto che, un giorno, anche la nostra “Grande Bellezza” troverà cantori migliori, gente che anziché star lì a frignare che o tempora, o mores! si prenda la briga di raccontare chi erano Rodolfo Siviero e il generale Roberto Conforti, del cratere di Eufronio e della Venere di Morgantina.

Che si ricordi, insomma, che oltre alle storie perdute c’è anche chi ha lottato per restituirne altrettante.

Lo so che sono tempi difficili, lo sconforto prende anche me e più di una volta.

Ma volersi concentrare solo sul nero non fa che peggiorare le cose.

L’Italia ha tante cicatrici, tante opere che le sono state strappate ingiustamente: ma in mezzo alle cicatrici sono stati piantati semi che, spesso, hanno fatto germogliare piante rigogliose.

 

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L’archeocriminologa consiglia: Il cardellino, di Donna Tartt

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Ci sono libri che possono essere recensiti a partire dalla copertina.

Questo è uno di quei casi.

Guardatela: un involucro di carta dove il titolo sembra una nota scritta a matita si strappa rivelando il dettaglio di un dipinto.

Non un dipinto qualsiasi, ma un autentico capolavoro, una delle pochissime opere sopravvissute di Carel Fabritius, importante maestro olandese.

L’essenza di questo libro sta tutta qua: un quadro piccolo, quasi insignificante se paragonato ad altre opere più grandi e più appariscenti, sopravvive a una prima tragedia, reale, e poi a una seconda, quella inventata dall’autrice, divenendo l’ancora di salvezza di un altro piccolo, apparentemente insignificante essere umano.

È un romanzo corale, Il cardellino, un romanzo di intrecci e frammenti di memoria che riemergono confusi e si incastrano per restituire una verità parziale di cui il lettore non può fare a meno di fidarsi come un credente.

A questa colonna principale, che sostiene e giustifica le precise scelte narrative (la struttura dickensiana, la prima persona sotto forma di flusso di coscienza), se ne affiancano altre che, come le cupole laterali delle moschee aiutano a distribuire e scaricare il peso delle volta di tematiche di cui il romanzo è pregno.

Sarebbe piuttosto facile dire, infatti, che è un romanzo che celebra il ruolo salvifico dell’arte, ma non è esattamente così perché la complessità degli eventi narrati consente a Donna Tartt (esattamente come in Dio di illusioni) di esplorare tutte le sfumature del caso: l’arte è salvezza ma anche ossessione, e dall’ossessione discende l’avidità, che a sua volta può spingere chi ne è ossessionato al furto e alla truffa.

Più ancora, e per fortuna, Il cardellino è un romanzo che parla di arte ma non di artisti: piuttosto i veri protagonisti sono gli emarginati, gente che di un dipinto sa cogliere soprattutto l’aspetto emotivo, quel senso di autenticità e purezza in contrasto con la miseria e lo squallore del contesto in cui vive.

Per questo chi, come me, si occupa di art crime sorriderà nel leggere alcuni passaggi e nel riconoscere alcuni riferimenti (primo fra tutti quello alla Natività di Caravaggio), e si commuoverà leggendo le righe finali, che in un certo senso omaggiano le storie incredibili di chi, realmente, si è speso e si spende per salvaguardare la nostra eredità culturale, non credo che si possa definire questo romanzo né un vero thriller né, tanto meno, un vero thriller su questo tema.

E badate che per me è un pregio, non un difetto, perché ciò che trasmette, quel bisogno disperato di qualcosa che dia un senso a un’esistenza che apparentemente non sembra averne, è qualcosa di ancora più prezioso.

 

archeocrimini, weltanschauung

Memento

Può essere che i déja-vu siano un modo che ha il cervello di dirci che un cerchio si è chiuso?

Io credo di sì, o almeno è quello che ho pensato oggi pomeriggio di ritorno da Roma, sul treno.

Quello che mi piace della professione che mi sto costruendo è che esiste un prima e un dopo, momenti topici che, con la loro nettezza, tracciano un orizzonte preciso, una linea che mi consente di ricostruire con precisione la portata del mio cambiamento.

Ci vuole pazienza, per occuparsi di crimini contro il patrimonio, una pazienza da monaco. Scartabellare, controllare e incrociare date e dati è alienante, e oltretutto non puoi neanche raccontare quello che stai facendo.

Una volta a settimana mi vado a rintanare nella Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte di Palazzo Venezia col portatile e un taccuino dove segno man mano le collocazioni dei volumi che prendo (e dove annoto domande e teorie).

Non posso spiegare i miei esattamente il perché.

Eppure la biblioteca è diventata una sorta di ufficio, la routine dello strisciare il badge, il pranzo sulle panchine del giardino, i bibliotecari che ti danno del tu e ti riservano quelle piccole gentilezze tipo l’armadietto su perché ha la borsa pesante e poi è tanto che ci conosciamo, che bello che è tornata a lavorare qua.

Anni fa, in quelle stanze, ci ho scritto la bozza sbilenca di un romanzo ambientato altrove perché volevo fuggire da me stessa.

Oggi mi circondo di pile di cataloghi in tre lingue diverse (maledetto tedesco e maledetta me che ai tempi mi sono rifiutata di studiarlo), e progetto cose che non so nemmeno io dove mi porteranno.

Dopotutto esiste un prima e un dopo, ho detto.

E lo so che questo non suona come il post celebrativo che avrei voluto scrivere, ma non volevo che la giornata morisse senza aver rinnovato la promessa fatta a me stessa in un giorno simile di una vita diversa: non lasciare che ti portino via questo.

È il tuo spazio, il tuo respiro, la parte migliore di te.

E sta funzionando, anche se c’è stato chi ha tentato di portartelo via.

Sta funzionando perché hai deciso che la paura non vale più il rischio di perdere il gioco.

Questo diario di bordo riapre i battenti, e lo fa ponendosi il difficile obiettivo di limitare il racconto di me a ciò che può essere messo a fuoco senza svelare il quadro generale.

Come nei mosaici, dove il colore delle tessere acquisiva senso solo allargando lo sguardo.