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Soglie

URdC, ieri, ha insistito molto sulla dolorosità della terapia, anche e soprattutto tenendo conto che, al momento, non posso fare infiltrazioni di antinfiammatori. La terapia inizia tra tre ore e io non so bene cosa aspettarmi.

Ripenso a quel passaggio di quel racconto delle Guilt in cui M spiega a David che il dolore è l’unica emozione umana fissa, immutabile, ineluttabile: la rabbia può accecarti, l’amore e la passione tradirti, la paura paralizzarti.

Ma il dolore no, lui resta lì e l’unica cosa che puoi imparare a fare è accettarlo.

Soprattutto il dolore fisico.

L’idea che qualcuno faccia del BDSM più un esercizio di autocontrollo che una pratica erotica mi affascina, e non a caso M è il personaggio che mi intriga di più.

Ma il pensiero di dover applicare quel pensiero a me stessa, il dolore fisico come grimaldello per aprire se stessi, per scoprire ciò che si è davvero anche no, grazie.

Poi, per carità, il piano è che se la terapia si rivelerà troppo dolorosa andremo di artoscopia, ma io l’artoscopia vorrei risparmiarmela, visto che ho già un intervento prenotato all’utero.

E insomma, domani la giornata la passerò così, tra telefonate fastidiose, terapie moleste e la voglia di seppellire la testa sotto il cuscino.

Il mio corpo ha deciso di boicottarmi un pezzo alla volta, e non lo biasimo.

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Camere separate

L’immobilità forzata mi sta facendo leggere tantissimo. Forse troppo.

Sicuramente dovrei fare un po’ il punto di tutto questo materiale accumulato: a volte lo faccio scrivendo post su Facebook, per un paio di titoli dovrò scrivere delle recensioni vere e proprie, ma da un altro punto di vista non mi dispiace godermi questa bulimia indisciplinata, visto che era da tanto che non riuscivo a concedermela.

C’è però un testo che, per forza di cose, mi è rimasto incastrato dentro in maniera diversa dalle altre, e non in maniera positiva, e sento che a questo testo devo dedicare qualcosa di più di una manciata di righe su Facebook: quel testo è Camere separate di Pier Vittorio Tondelli.

Sarà che sono arrivata alla lettura spinta dall’entusiasmo di un paio di persone che per Tondelli provano una vera e propria venerazione. Sarà che ci si aspettava da me che lo amassi allo stesso modo ma, ecco, devo dire che raramente un testo è stato capace di irritarmi quanto c’è riuscito questo libro.

Capiamoci: Tondelli è un grandissimo scrittore, non voglio osare nemmeno per sbaglio negarne l’importanza o il valore letterario.

Non voglio nemmeno rigettare in toto, in maniera infantile, tutto l’impianto filosofico che sta alla base del libro: nell’edizione che ho io c’è una raccolta di lettere e altri testi di Tondelli che mostra bene la genesi del concetto di Camere separate, a cui è approdato dopo un lungo percorso di studio e riflessione.

Solo che mi chiedo sinceramente come possa essere passato per la testa a qualcuno che pensava di conoscermi, e conoscermi bene, che una roba del genere potesse piacermi, perché davvero è quanto c’è di più distante dal mio modo di concepire la vita, le relazioni, il mondo in generale.

So che è tutto più complesso di così, ma ho trovato Leo un manipolatore patetico, e Thomas un manipolato che cerca di sopravvivere come può.

Esattamente il genere di relazione in cui prego che nessuno incappi mai.

Ripeto: razionalmente riconosco il valore del lavoro di Tondelli, so cosa lo ha spinto a elaborare questa “teoria” e credo che questo romanzo rappresenti un tassello importante del Novecento letterario italiano, ma non sono riuscita a empatizzare neanche mezzo secondo con Leo, e credo che sia la prima volta che mi accade.

Leggere un libro e provare disgusto per il suo protagonista.

Perché disgusto è ciò che Leo in più punti mi ha suscitato, disgusto per il suo modo di intendere Thomas come una marionetta, quasi più un elemento ideale, parte di un’equazione che vive solo nella sua testa, che una persona reale.

E non posso farci niente, è stata una reazione quasi fisica alla lettura, qualcosa che davvero non mi era mai successo prima.

Nemmeno Céline era riuscito a tanto.

Nemmeno Mishima nelle pagine in cui ci faccio a botte (ce ne sono tante, soprattutto in Colori proibiti).

Ed è strano pensare che io possa provare affetto per autori tanto distanti da me nel modo di pensare, mentre sia stata così intransigente con un autore che invece, sì, per quella che è stata la sua parabola umana e letteraria, mi ha suscitato empatia.

Sono sentimenti che dovrei psicanalizzare, se avessi voglia di aggiungere uno psicanalista alla lunga lista di medici che sto consultando in questo periodo.

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Cibo

In queste ultime tre settimane il mio rapporto col cibo è radicalmente mutato. Prima c’è stata la fase del trauma, quella in cui anche una fetta biscottata vuota poteva scatenare conati di vomito. Poi c’è stata l’ansia da defecazione, perché provateci voi a dire a un corpo evidentemente in stato di anarchia di produrre campioni di feci a comando. Tre giorni tremendi, in cui avevo una cura ma non potevo assumerla, in cui il corpo continuava a rantolare, la lingua a essere felpata e il palato secco. Poi c’è stata la fase della delusione, in cui a cura sembrava quella giusta e invece no, in cui la febbre tornava a salire a 39, e l’incubo tachipirina tornava ad aggiungersi al resto. Poi siamo arrivati a ieri, tra risultati persi e ritrovati, un diagnosi mirata e una cura che, finalmente, a cominciare a fare il suo effetto. Solo che mangiare è diventato da incubo a fatica, il dover soddisfare la sottile pressione di mia madre, che sorride ma rinfaccia il minimo sgarro. E vorrei lagnarmi per l’ennesima volta di lei ma stavolta ha ragione, se non esco da questo pantano e mi rimetto in forze non supererò mai davvero questa crisi. Di cosa si è trattato? Un infiammazione dell’ultimo tratto dell’intestino: per il mio medico curante potrebbe essere partita dai polmoni, non a caso uno degli esami che mi si prospettano è una lastra ai polmoni (e non a caso uno dei sintomi più strani è una sorta di tosse che mi rende difficoltoso parlare), per la mia gastroenterologa (bellissima e dottoranda di ricerca), invece, l’infezione dovrebbe riguardare l’intestino e basta ma dopo un’isteroscopia una colonscopia cosa sarà mai? Come sempre, come coi problemi con l’utero, mi basta che il nemico abbia un nome per sentirmi più tranquilla. 24 ore fa avevo la febbre a 39 e vomitavo una tachipirina: ora non ho febbre da ieri sera e a piccoli bocconi, nonostante l’ansia, cerco di rimettermi in forze). Ultima cosa che mi sento di dire: smettetela di denigrare il servizio sanitario nazionale. Non è perfetto e non funziona ovunque, ma io ho un medico curante che mi chiede aggiornamenti ogni giorno via messaggio, e che si è offerto di lavorare in tandem con la specialista (la quale mi ha esortata ad aggiornarla anche quando sarà in ferie). Magari ho avuto particolarmente culo, ma non mi pare di avere tutto questo fascino e non credo che la gente si preoccupi per me per questo motivo. Semplicemente: la narrazione negativa, il pessimismo e lo sconforto ogni tanto ci fanno dimenticare che anche nel nostro paese chi fa il suo dovere c’è.

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Magma

Otto anni fa ascoltavo a nastro il tema di Bastardi senza gloria, frignavo su quanto il destino fosse cinico e baro, sedevo su un finto Trono di spade durante una delle più brutte fiere del fumetto d’Italia (fiera a cui venni trascinata quasi a forza e dove, comunque, riuscii a divertirmi un sacco) acquistando una maglietta con lo stemma e il motto dei Targaryen che non ho mai messo per paura di rovinare la stampa.

Non voglio fare il gioco scemo di quanta acqua è passata sotto i ponti, né tirar fuori l’ennesima tiritera commemorativa di GoT: ciò che è morto non muoia mai credo che riassuma davvero tutto ciò che c’è da dire sull’argomento, finale a parte.

Come per Harry Potter o questa prima fase del MCU vale il principio che chi ci si è trovato in mezzo e ha seguito in scia dalla prima ora avrà, gioco-forza, sempre e comunque un rapporto privilegiato con l’opera, come a suo tempo fecero i fan di Guerre Stellari o Star Trek.

Indipendentemente dal finale (che, a freddo, ho comunque metabolizzato meglio di quanto mi aspettassi, soprattutto considerato che ho passato il lunedì successivo a scambiarmi vocali di sfogo con S.), GoT ha rappresentato per me l’unica incursione nel fantasy che ho amato davvero, e per questo gli sarò sempre grata.

E forse quello che mi ha fatta incazzare davvero è stata la considerazione che Daenerys, in fondo, è un Nerone al femminile costruita, però, non sull’immagine storica dell’imperatore, ma sugli stereotipi che, da sempre, lo accompagnano: la follia, l’incendio devastante, l’insofferenza nei confronti delle regole.

Nerone era più di questo e lo era anche Daenerys, e decisamente la storia romanda ci tramanda un passaggio al principato elettivo molto meno alla volemose bene di quanto non abbia mostrato l’epilogo.

Con buona pace di chi ha passato un decennio a cogliere tutti i riferimenti con la storia inglese (e come se già Martin non avesse usato il Vallo di Adriano e Caligola).

Ma non divaghiamo: transitare giornalmente per i Castelli Romani, ammirando il cratere del lago di Abano, con la tentazione sempre più forte di leggere Il ramo d’oro (versione integrale, perché se bisogna fare i matti è meglio andare fino in fondo) e con ancora negli occhi la potenza visiva de Il primo Re di Matteo Rovere, che proprio in quella zona è stato girato, che presto debutterà nel resto del mondo e che diventerà una serie tv che farà sembrare (giustamente) i Targaryen e compagnia cantante una banda di scappati di casa, non poteva non stimolare il mezzo neurone ancora sveglio a riprendere in mano Sorriso Arcaico, più che altro in forma di appunti di scene che dovrebbero costituire i punti cardine della storia.

Giulio che abborda una prostituta per scazzo, Flavio che si mette il cappio al collo da solo, i villini in stile liberty con vista sul lago.

L’energia di storie antiche che crepita sotto le suole dei personaggi come magma, una forza che Giulio percepisce da sempre al punto da convincersi che è lei a guidarne le azioni, anche se non è così, anche se nella realtà lo schianto diviene sempre più ineluttabile.

Perché Sorriso Arcaico è una storia di schianti e io sento di dover lavorare ancora molto sugli aspetti davvero sgradevoli dei miei personaggi.

Ma Sorriso Arcaico, Il Ramo d’oro, i Targaryen per come li ha descritti Martin nei libri non potevano inevitabilmente non portarmi a riprendere in mano anche il “progetto Nero”: un romanzo che per coerenza e prudenza non mi arrischio a definire storico.

La lucidità della follia, un uomo che uccide e fa uccidere a sangue freddo che però, al tempo stesso, sembra perennemente a caccia di altro.

Che ha tre mogli “ufficiali”, che si sposa da moglie a sua volta, che amerà fino all’ultimo quello che viene considerato il primo transgender documentato.

Il mio Nerone che è pansessuale senza sapere cosa sia la pansessualità, che vede Sporo come una donna noncurante del sesso biologico, che è affamato di approvazione, che non sopporta le gabbie.

Un bambino viziato e tremendamente solo, irrequieto e sempre più frustrato.

Lo sento in maniera chiarissima, preme nella testa e vorrebbe che gli dessi una voce.

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L’arancia incartata

Vede? È come se lei avesse una grossa arancia che in parte preme sulla vescica e in parte preme sulla parte interna dell’utero. Dovremo farle quattro buchi nella pancia, incartarla con un sacchetto, tagliarla a fette e triturarla all’interno del sacchetto stesso ed estrarlo. E solo una volta che sarà estratto e potremo analizzarlo potremo escludere con certezza che non si tratti di nulla di maligno.”

Ho sintetizzato molto il discorso lungo e complicato che mi ha fatto il chirurgo che mi opererà, ma gli esempi dell’arancia e del sacchetto sono suoi e mi sono sembrati talmente efficaci da volerli fissare qui in qualche modo.

Non che fossi andata lì impreparata, in parte mi aveva spiegato la ginecologa che mi ha in cura e in parte avevo fatto ricerche da sola.

Il rapporto medico/paziente, per funzionare davvero, deve basarsi su una fiducia reciproca: non sei solo tu che ti vedrai infilare tubi, sonde e altri strumenti da film di fantascienza nel basso ventre a doverti fidare di chi lo farà, ma è anche chi maneggia quegli strumenti a doversi fidare della persona che andrà a bucherellare a fin di bene.

E qui veniamo al perché ho deciso di scrivere un post sui miei problemi ginecologici: come già da un anno vado scrivendo sul mio profilo privato Facebook, io sono asessuale.

Vorrei e dovrei scendere nel dettaglio di cosa significa, sulle sfumature di cui è composto questo spettro amplissimo, e magari lo farò in futuro, chissà.

Quello che interessa sapere in questa sede è che io sono una di quelle persone che, pur non avendo necessariamente subito traumi, violenze sessuali esplicite, etc… non sono attratte dall’idea di fare sesso.

O meglio: nel mio caso specifico l’attrazione sessuale scatta, ma solo nei confronti di persone con cui ho un certo grado di confidenza (questa cosa, bambini, si chiama demisessualità).

Ma finora non mi è mai capitato che scattasse nei confronti di qualcuno con cui ho poi, effettivamente, avuto rapporti sessuali, cosa che fa sì che, in un’età in cui molte mie coetanee hanno già figli grandicelli, io sia ancora vergine.

Capirete che una situazione del genere non ti mette molto nelle condizioni di andare ad affrontare una visita ginecologica col massimo grado di serenità.

Non in questo paese, dove anni addietro una medica non volle prescrivermi una risonanza magnetica sostenendo che ero in età fertile, e quell’esame, a sua detta per un problema superficiale (cosa poi rivelatasi essere non vera, tra l’altro), avrebbe potuto compromettere la mia fertilità (altra stronzata sesquipedale).

La prima parte della prima visita con la ginecologa che mi ha in cura fu un disastro: io che di solito coi medici ho un rapporto rilassatissimo entrai in studio tesa, incapace di spiegarmi.

E proseguì con un problema che si rivelò presentare tutti i sintomi tipici di una gravidanza extrauterina.

Io, che avevo appena spiegato di essere vergine.

Capirete l’imbarazzo.

Fu però a quel punto che le cose cambiarono, perché trovai la forza di riprendermi dal panico e spiegare, con tutta la sicurezza che riuscii a raccogliere, che ero asessuale e la dottoressa, che per fortuna è una specialista di grande esperienza, capì la situazione e non solo mi disse che non mi dovevo vergognare (cazziandomi perché avrei dovuto spiegarle tutto subito), ma dopo la visita, vedendomi ancora frastornata (ma quello perché aveva appena finito di farmi rimpiangere la gravidanza extrauterina mettendo sul piatto una possibile isterectomia), mi ha confessato che i problemi più grossi che ha dovuto affrontare nella sua carriera li aveva generati la vergogna.

“Non ha idea di quante donne, non solo giovani e giovanissime, neghino l’evidenza di una gravidanza, o anche l’evidenza di un problema, per paura della reazione di mariti, compagni o parenti vari.”

E questo discorso sui danni generati dalla vergogna, se non proprio dalla paura di esporsi, me lo ha rifatto anche il chirurgo oggi, quando (stavolta con più tempestività e presenza di spirito), ho vuotato subito il sacco spiegando di essere vergine.

In questo caso, col carico di esami pregressi che mi portavo appresso nella cartellina che gli ho mollato appena entrata, il discorso sull’asessualità me lo sono risparmiato, ma in un certo senso lo ha comunque affrontato anche lui quando mi ha detto, alla fine della visita: “Se c’è una categoria di persone con cui non ci si dovrebbe vergognare di confessare ciò che si è sono i ginecologi.”

Queste parole mi hanno scaldato il cuore.

Perché la situazione la conosciamo tutti, tra medici obiettori, Congressi per la Famiglia, uno spingere sempre più forte un modello patriarcale di società.

Ma ogni tanto penso che sia bene anche riportare esempi virtuosi e storie positive, perché il rischio di chiudersi a riccio e non fidarsi di nessuno è elevatissimo.

Qualcuno oggi mi ha detto che è un bene vivere in modo positivo un evento negativo: in realtà non sono poi così positiva, questa arancia da incartare e fare a fette mi ha quasi uccisa psicologicamente in più di un’occasione (e pure a livello fisico, tra crampi e anemia, non è che mi stia proprio rendendo le cose semplici).

Ma era un problema che sapevo di dover affrontare e avergli dato finalmente un volto, una data di scadenza, accompagnata nel percorso da professionisti di cui mi posso fidare, è un risultato non da poco.

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Correzioni

Lo scrivevo giusto qualche giorno fa su Facebook: gli ultimi due acquisti che ho fatto per me stessa sono stati una bilancia elettronica e un correttore posturale per la schiena.

Due oggetti da catorcio messo male in arnese quale sono eppure, al tempo stesso, l’indice di una direzione sempre più netta presa dalla mia vita: la fase della riparazione.

In fondo, tutto questo lungo percorso è iniziato con l’acquisto di un tapis-roulant (o treadmill, per dirla all’inglese), che a sua volta costituiva la presa di coscienza di una lunga fase di trasandatezza e abbandono di sé che doveva inevitabilmente finire, per quanto a lungo sia durata.

Mancano ancora 24 kg per arrivare al peso forma ideale, ma sono comunque meno di quelli già persi, e avere di nuovo una bilancia che mi permette di tenere sotto controllo i progressi è un aiuto.

Così come un aiuto ai progressi fatti con lo yoga è il correttore, che è fastidioso, sì, ma nella maniera piacevolmente molesta in cui lo sono le cose che vanno a colpire quella stortura che devi raddrizzare.

Quando sento tirare e premere le spalle si raddrizzano automaticamente, e la schiena acquisisce la postura che avrebbe sempre dovuto avere.

Avevo trovato una definizione bellissima di sacrificio, tempo fa, che spiegava come non fosse un gesto fine a se stesso, ma il rinunciare a una parte per ottenere qualcosa di più grande.

Sacrificando il sonno (grazie, Lunga Notte di Game of Thrones, per avermi regalato un fomento tale da restare perfettamente sveglia fino a sera senza il bisogno di farmi nemmeno un goccio di caffè) alla fine sono riuscita a consegnare un articolo che non mi sembra nemmeno terribile, e che uscirà mercoledì.

Era una scommessa che volevo vincere con me stessa e l’ho fatto.

Così come sto anche finendo il libro e la relativa recensione che ho promesso a Yu, così come sto riprendendo in mano il lavoro sul saggio.

Così come, si spera, riuscirò finalmente a organizzarmi per scrivere una volta per tutte Sorriso Arcaico, e chiudere anche lì un altro cerchio.

Sembrano cose ovvie, e forse lo sono perché è equilibrato dal punto di vista psicologico: ero così anch’io prima che la depressione mi tirasse dentro il pozzo.

Sapere di aver riconquistato questa parte di me, di essere quella che adesso si mette pure a potare gerani per il semplice gusto di veder fiorire qualcosa di bello (amo il loro intenso color corallo), è forse il regalo più bello che potessi fare a me stessa.

L’ombra della depressione, i momenti da “sbronza triste”, lo “scazzo da anemia” nei giorni di mestruazioni tipo oggi, coi crampi che ti piegano in due dal dolore al punto da farti riconsiderare l’ipotesi isterectomia (e guardate che io sono una che ha la soglia del dolore piuttosto alta), quelli ci saranno sempre.

E non sempre sarò in grado di reagire prima che facciano danni.

Ma sono sempre più consapevole di non esserne più così dipendente, e questo è un vantaggio che, negli anni a venire, farà la differenza.

Correggere una stortura richiede tre cose: tempo (più di quello che ci è voluto per crearla), tenacia e pazienza.

E devono lavorare assieme, se si vogliono ottenere risultati concreti.

Ora, finalmente, li ho di nuovo tutti e tre.

Me lo faccio bastare, quel tanto che mi permetterà di portare a termine questi obiettivi da fase di transizione che mi sono data nei mesi a venire.

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Sbronza triste

Uno dei tanti motivi per cui non mi sono mai davvero ubriacata è che l’alcol mi fa sentire triste.

Davvero: mi bastano due-tre bicchieri di vino, magari un goccio di liquore, e mi monta addosso una tristezza pesante come un tappeto.

Un giorno guarderò a questo periodo e potrò dire, ridendo: “Nei giorni in cui il mondo rischiava di perdere Notre Dame, io rischiavo di perdere un organo interno.”

Può suonare melodrammatico ma, in fondo, entrambi gli elementi si bilanciano: i danni al simbolo di Francia sono più gravi di quello che la gente pensa, e la faccenda del restauro sarà lunga e complessa; mentre il mio utero per ora rimarrà dov’è, anche se sotto i ferri dovrò finirci lo stesso.

E permane sempre in me quel senso di alienazione dalla vita, quell’essere dall’altra parte di dove dovrei essere, in un posto freddo con la luce satura delle scene ambientate a Grande Inverno in Game of Thrones.

Quel senso di spossatezza derivante dalla difficoltà di centrare anche gli obiettivi più semplici, tipo festeggiare il compleanno nella città in cui avrei sempre voluto essere, viaggio che avevo prenotato perché ero convinta di avere sufficienti soldi da parte, e soldi che si sono volatilizzati perché la sfiga esiste eccome, e si tira appresso un sacco di spese impreviste.

Tipo ecografie, risonanze magnetiche, visite da fare in privato perché se proprio devi aspettare qualche mese (e tutto sommato non potresti e dovresti) allora preferisci farlo per l’intervento.

Poi certo, io sono ancora qui convinta che, tutto sommato, come per magia l’articolo che devo consegnare entro il 30 questa settimana si completerà da solo e io potrò dirmi che almeno sono una che non molla, ma la verità è che sono due giorni che apro il file e riesco solo a fissare quella manciata di pagine dove sono fissati due concetti in croce, e pure con un lessico rachitico e un tono tutt’altro che convinto.

Mi manca Palazzo Venezia.

Mi fa rabbia non riuscire ad andare a pranzo con Si e Yu.

Una parte di me almeno è convinta che sia sano, tutto sommato, reagire così, sentirsi di merda, che era peggio quando prendevo le cose con cinismo, digrignando i denti (arrivai a un punto in cui dovetti ripetere tipo mantra che ero migliore di così, e in un certo senso funzionò), che sarebbe stato peggio se avessi alzato le spalle e avessi detto “meglio così”, se avessi usato questo rischio per ergermi come paladina di un’istanza femminista che non è tale, perché non si è femministe mai rivendicando una privazione, che in fondo va bene anche aprire Wattpad e vomitarci dentro parole imperfette, o aprire WordPress e vomitare flussi di coscienza, perché quando ho fatto finta che il dolore non esistesse io sono andata in pezzi e in pezzi in quel modo non ci voglio andare più.

Io, a settembre, vorrei iscrivermi di nuovo all’università.

Di più: vorrei iscrivermi di nuovo e ripetere di nuovo e completare la specialistica che non ho completato.

Per l’insegnamento, certo.

Per me stessa.

Per chiudere i conti con questo cazzo di passato.

Perché io lo so che sono meglio di tutto questo, ma le convinzioni hanno bisogno di essere accompagnate dai fatti e il Master, gli articoli, le lezioni non mi bastano.

Posso e voglio essere molto di più.

Non meglio, quello già lo sono, ma di più.

È la fase due di questo lungo percorso.

Voglio questa cosa come non l’ho voluta nemmeno la prima volta, e la prima volta era stata quella in cui ero finita a preparare la tesi al CNR di Montelibretti.

Questo resta, sul fondo di questa sbronza.

La voglia di riscatto, il mal di testa, la carenza di sonno e l’ansia da scrittura.

Che anno di merda.

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Roots

La mail è arrivata l’ultimo giorno utile, in un orario in cui io avevo già archiviato il tutto nella categoria del “vabbe’, ci hai provato”, con l’umore sotto la suola delle scarpe per via dei postumi dell’ennesima febbre non richiesta.

Le prime righe sembravano confermare quello che la mia testa ripeteva già da un po’, qualcosa tipo: “È tutto bello ma no, grazie.”

E invece.

Scorrendo distrattamente il resto del testo l’occhio cattura la frase: “saremo lieti di ospitare il suo articolo nel prossimo numero della rivista etc.. etc…”, e lì non si blocca solo il respiro, ma un po’ tutto l’universo.

Ho cercato a lungo un modo di mettermi alla prova e uscire dalla mia comfort zone e, finalmente, è arrivato.

Un’opportunità che posso cogliere senza che la sindrome dell’impostore accampi scuse.

Mi sono chiesta spesso, in questi ultimi tempi, perché ci tenga davvero così tanto a veder pubblicata roba scientifica: certo, c’è la questione che non puoi metter su una carriera da consulente se non sei in grado di dimostrare di padroneggiare l’argomento, ma è una soddisfazione, anzi no, una gioia che va davvero molto oltre.

C’è la conferma dell’essere sulla strada giusta, e c’è anche quel senso di rivalsa che nasce dal poter dire finalmente a se stessi che sì, col senno di poi la carriera accademica era davvero quella a cui eri destinata, ma c’è anche l’orgoglio di poter fare, per la prima volta in vita mia, della vera opera di divulgazione scientifica.

La rivista che mi ospiterà è molto bella, e a quella call era interessata anche gente che vedo come anni luce avanti a me per preparazione, carriera, talento scrittorio; man mano che passano i giorni sapere che sarò lì anch’io col “mio” tema, valutata da chi aveva ben più di un motivo per rifiutarmi (questa la capisce solo chi ha letto il mio status su Facebook), è una medicina che rafforza convinzioni ed entusiasmo.

Sì, la lista delle pubblicazioni si allunga.

Sì, questo sarà solo il preludio di un lavoro più corposo prossimo a venire.

Sì, scrivere di tutto ciò mi piace da matti, più di tutto il resto, e se sono riuscita a portare il “mio” tema lì, forse sarebbe anche l’ora che cominciassi a proporlo anche altrove, come sempre mi ero ripromessa di fare.

È un buon periodo, di cambiamenti e azzardi, ma ho da tempo fatto pace con l’idea che l’azzardo faccia parte della mia natura, e forse ne costituisce uno degli elementi migliori.

scrittura, weltanschauung

Ora e sempre Resilienza

Quest’estate, al culmine del delirio della ristrutturazione di casa e della relativa convivenza forzata (e assolutamente non voluta da noi) con zia avevo scovato su FutureLearn un piccolo corso sulla resilienza.

Il concetto da cui partiva, e che poi è praticamente l’unico che mi è rimasto impresso, è che la resilienza è una virtù che va coltivata prima che le difficoltà si palesino, perché ha a che fare, in realtà, più con la capacità organizzativa che non con la resistenza.

In pratica è una combinazione tra pensiero laterale e capacità di fare rete.

Io l’ho trovato un concetto talmente bello che nei commenti non ho potuto fare a meno di citare la mia parola talismano, architektoneuma, che quel concetto lì lo esprime in maniera visiva, anche se in greco antico.

L’arte di uscire dal labirinto, di trovare una direzione.

Tutto questo mi è tornato in mente proprio per via di quanto accaduto nell’ultimo mese.

Ma soprattutto per via di alcune considerazioni a cui sono giunta negli ultimi giorni, che forse hanno sciolto in maniera definitiva i lacci che bloccavano il mio rapporto con la narrativa, aprendo però voragini di altro tipo.

Se da un lato, infatti, ho capito cosa voglio davvero fare di Sorriso Arcaico, dall’altro lato mi rendo conto che farlo mi trascinerà in lande inesplorate, dove non ho uno straccio di coordinata che mi aiuti ad orientarmi.

E allora vediamoli, in buona sostanza, questi lacci, che un’altra cosa che ho capito è che se certe cose le fisso su carta mi è più facile archiviarle e passare oltre.

  • Io non sono un’autrice di romance. Non lo sono mai stata. Me lo disse anche (in senso buono) una delle admin del forum YSAL, quando inviai il mio primo racconto per un contest, appena iscritta.
  • Ma allora, se non sono un’autrice romance, perché voglio uniformarmi a tutti i costi ai canoni del romance? Risposta breve: perché è l’ambiente in cui mi sono formata, sostanzialmente, e a cui appartengono persone che stimo e a cui voglio bene. Persone con le quali vorrei ritrovarmi nella pubblicazione.
  • Non sono neanche una giallista. Di Flavio, Giulio e compagnia cantante mi frega relativamente dell’aspetto mistery: Sorriso Arcaico è una storia sull’ambizione, sulla vanità e sulla meschinità. Tre variabili che si riscontrano spessissimo proprio in chi l’arte antica se la procura, la vende ma, soprattutto, la colleziona.
  • Un concetto che ho amato molto tra quelli che ho appreso sul mondo dell’Art Crime, infatti, è quello legato alla psicologia del collezionista: nel desiderio smodato del possesso di un’opera d’arte, soprattutto antica, si nasconde il desiderio inconscio di un riconoscimento sociale. È un’esibizione di potere, ma al tempo stesso è anche un modo per riscrivere le proprie origini e nobilitarle.
  • Last but not least: Sorriso Arcaico non è neanche un romanzo LGBTQ+. Sì, un protagonista è pansessuale e l’altro asessuale, ma questo loro orientamento viene usato come un’arma contro il mondo. Non ha una valenza politica, non nel modo in cui Giulio la usa per costruire la sua immagine, soprattutto.

Detto questo, quindi, dove penso di collocare una storia simile?

Questa è la domanda a cui non so rispondere ancora. 

L’unica cosa che so è che il mio prologo doveva sfociare in una scena di sesso che non ne ha proprio voluto sapere di farsi scrivere. Anzi. Al suo posto sono uscite cose che mi ha fatto anche bene portare a galla.

Perché poi il problema vero, grosso, è che questa storia che ora si chiama Sorriso Arcaico ma ha avuto un sacco di nomi è una grossa catarsi, per me.

Non fine a se stessa, capiamoci: non voglio davvero essere la solita scrittrice ombelicale che crea un universo di meravigliosi sciroccati finto-decadenti che si muovono come degli ebeti su fondali dai colori acidi o pastello.

Io voglio gente vera, che fa cazzate anche grosse, e che a quelle cazzate cerca di porre rimedio non prima di soffrire, e pure tanto.

Non in senso fisico o sentimentale, ma in senso puramente intimo.

Che è un po’ anche quello che consigliava Tondelli in una citazione fantastica in cui sono incappata giusto oggi. 

“Scrivete non di ogni cosa che volete, ma di quello che fate. Astenetevi dai giudizi sul mondo in generale (ci sono già i filosofi, i politologi, gli scienziati ecc.), piuttosto raccontate storie che si possano oralmente riassumere in cinque minuti. Raccontate i vostri viaggi, le persone che avete incontrato all’estero, descrivete di chi vi siete innamorati, immaginatevi un lieto fine o una conclusione tragica, non fate piagnistei sulla vostra condizione e la famiglia e la scuola e i professori, ma provatevi a farli diventare dei personaggi e, quindi, a farli esprimere con dialoghi, tic, modi di dire. […] Raccontate di voi, dei vostri amici, delle vostre stanze, degli zaini, dell’università, delle aule scolastiche. Ricordate che quando vi mettete a scrivere, state facendo i conti con un linguaggio fluido e magmatico che dovrete adattare alla vostra storia senza incorrere nello stile caramelloso della pubblicità o in quello patetico del fumettone. Il modo più semplice è scrivere come si parla (e questo è già in sé un fatto nuovo, poiché la lingua cambia continuamente), ma non è il più facile. Non abbiate paura di buttare via. Riscrivete ogni pagina, finché siete soddisfatti. Vi accorgerete che ogni parola può essere sostituita con un’altra. Allora, scegliendo, lavorando, riscrivendo, tagliando, sarete già in pieno romanzo”.

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Rollercoaster

Dodici giorni di montagne russe.

Credo di aver toccato davvero ogni sfumatura dello spettro emotivo, cosa che mi ha pure procurato un bello sfogo di febbre di origine psicosomatica.

Però sono ancora in piedi, e non posso nemmeno dire che vada poi così male.

Cioè, no: va male, anzi malissimo, anzi proprio a monte, ma tra le macerie qualche pagliuzza d’oro da stringersi al petto si trova.

Tipo: oggi ho iniziato a scrivere seriamente il saggio, laddove per “seriamente” si intende con una direzione precisa, il taglio giusto, un’idea finalmente solida e chiara di cosa dovrà venir fuori.

Un titolo, un sottotitolo, un’indice, una sinossi e tre quarti del primo capitolo: direi che non mi posso lamentare.

Posso finirlo entro la primavera? Sì. Finalmente è una risposta che posso darmi con certezza.

E non è nemmeno l’unica.

Perché poi, oggi, ho rimuginato pure sulla faccenda dell’account Ko-fi, sulla possibilità di caricare lì qualche contenuto, per lo più racconti e, magari, proprio il primo capitolo di Archeocrimini (oh, davvero pensavate che gli avrei dato un titolo diverso? Quella parola è ormai il mio cavallo di battaglia).

Non mi pongo aspettative di alcun genere, giusto un modo per non continuare a sparpagliare roba a caso in siti a caso.

E poi c’è questo blog: per fortuna ho una discreta lista di articoli che voglio scrivere e postare, con la seconda puntata di Archeocrimini e Cultura Pop inaspettatamente dedicata a Black Panther, per dirne una.

Ma penso che, ogni tanto, continueranno a saltare fuori post intimisti e/o di sfogo tipo questo, perché un diario è un diario soprattutto se restituisce la dimensione umana di chi ci scrive.