scrittura, weltanschauung

Ora e sempre Resilienza

Quest’estate, al culmine del delirio della ristrutturazione di casa e della relativa convivenza forzata (e assolutamente non voluta da noi) con zia avevo scovato su FutureLearn un piccolo corso sulla resilienza.

Il concetto da cui partiva, e che poi è praticamente l’unico che mi è rimasto impresso, è che la resilienza è una virtù che va coltivata prima che le difficoltà si palesino, perché ha a che fare, in realtà, più con la capacità organizzativa che non con la resistenza.

In pratica è una combinazione tra pensiero laterale e capacità di fare rete.

Io l’ho trovato un concetto talmente bello che nei commenti non ho potuto fare a meno di citare la mia parola talismano, architektoneuma, che quel concetto lì lo esprime in maniera visiva, anche se in greco antico.

L’arte di uscire dal labirinto, di trovare una direzione.

Tutto questo mi è tornato in mente proprio per via di quanto accaduto nell’ultimo mese.

Ma soprattutto per via di alcune considerazioni a cui sono giunta negli ultimi giorni, che forse hanno sciolto in maniera definitiva i lacci che bloccavano il mio rapporto con la narrativa, aprendo però voragini di altro tipo.

Se da un lato, infatti, ho capito cosa voglio davvero fare di Sorriso Arcaico, dall’altro lato mi rendo conto che farlo mi trascinerà in lande inesplorate, dove non ho uno straccio di coordinata che mi aiuti ad orientarmi.

E allora vediamoli, in buona sostanza, questi lacci, che un’altra cosa che ho capito è che se certe cose le fisso su carta mi è più facile archiviarle e passare oltre.

  • Io non sono un’autrice di romance. Non lo sono mai stata. Me lo disse anche (in senso buono) una delle admin del forum YSAL, quando inviai il mio primo racconto per un contest, appena iscritta.
  • Ma allora, se non sono un’autrice romance, perché voglio uniformarmi a tutti i costi ai canoni del romance? Risposta breve: perché è l’ambiente in cui mi sono formata, sostanzialmente, e a cui appartengono persone che stimo e a cui voglio bene. Persone con le quali vorrei ritrovarmi nella pubblicazione.
  • Non sono neanche una giallista. Di Flavio, Giulio e compagnia cantante mi frega relativamente dell’aspetto mistery: Sorriso Arcaico è una storia sull’ambizione, sulla vanità e sulla meschinità. Tre variabili che si riscontrano spessissimo proprio in chi l’arte antica se la procura, la vende ma, soprattutto, la colleziona.
  • Un concetto che ho amato molto tra quelli che ho appreso sul mondo dell’Art Crime, infatti, è quello legato alla psicologia del collezionista: nel desiderio smodato del possesso di un’opera d’arte, soprattutto antica, si nasconde il desiderio inconscio di un riconoscimento sociale. È un’esibizione di potere, ma al tempo stesso è anche un modo per riscrivere le proprie origini e nobilitarle.
  • Last but not least: Sorriso Arcaico non è neanche un romanzo LGBTQ+. Sì, un protagonista è pansessuale e l’altro asessuale, ma questo loro orientamento viene usato come un’arma contro il mondo. Non ha una valenza politica, non nel modo in cui Giulio la usa per costruire la sua immagine, soprattutto.

Detto questo, quindi, dove penso di collocare una storia simile?

Questa è la domanda a cui non so rispondere ancora. 

L’unica cosa che so è che il mio prologo doveva sfociare in una scena di sesso che non ne ha proprio voluto sapere di farsi scrivere. Anzi. Al suo posto sono uscite cose che mi ha fatto anche bene portare a galla.

Perché poi il problema vero, grosso, è che questa storia che ora si chiama Sorriso Arcaico ma ha avuto un sacco di nomi è una grossa catarsi, per me.

Non fine a se stessa, capiamoci: non voglio davvero essere la solita scrittrice ombelicale che crea un universo di meravigliosi sciroccati finto-decadenti che si muovono come degli ebeti su fondali dai colori acidi o pastello.

Io voglio gente vera, che fa cazzate anche grosse, e che a quelle cazzate cerca di porre rimedio non prima di soffrire, e pure tanto.

Non in senso fisico o sentimentale, ma in senso puramente intimo.

Che è un po’ anche quello che consigliava Tondelli in una citazione fantastica in cui sono incappata giusto oggi. 

“Scrivete non di ogni cosa che volete, ma di quello che fate. Astenetevi dai giudizi sul mondo in generale (ci sono già i filosofi, i politologi, gli scienziati ecc.), piuttosto raccontate storie che si possano oralmente riassumere in cinque minuti. Raccontate i vostri viaggi, le persone che avete incontrato all’estero, descrivete di chi vi siete innamorati, immaginatevi un lieto fine o una conclusione tragica, non fate piagnistei sulla vostra condizione e la famiglia e la scuola e i professori, ma provatevi a farli diventare dei personaggi e, quindi, a farli esprimere con dialoghi, tic, modi di dire. […] Raccontate di voi, dei vostri amici, delle vostre stanze, degli zaini, dell’università, delle aule scolastiche. Ricordate che quando vi mettete a scrivere, state facendo i conti con un linguaggio fluido e magmatico che dovrete adattare alla vostra storia senza incorrere nello stile caramelloso della pubblicità o in quello patetico del fumettone. Il modo più semplice è scrivere come si parla (e questo è già in sé un fatto nuovo, poiché la lingua cambia continuamente), ma non è il più facile. Non abbiate paura di buttare via. Riscrivete ogni pagina, finché siete soddisfatti. Vi accorgerete che ogni parola può essere sostituita con un’altra. Allora, scegliendo, lavorando, riscrivendo, tagliando, sarete già in pieno romanzo”.

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6 pensieri riguardo “Ora e sempre Resilienza”

  1. ” […] il mio prologo doveva sfociare in una scena di sesso che non ne ha proprio voluto sapere di farsi scrivere.”

    C’è una suprema verità in queste parole.
    La gente pensa che siano gli scrittori a decidere, pianificare, scrivere. Invece no. Molti lo fanno, certo, ma è una scrittura studiata, calcolata, poco intima. Poco personale, autentica. È quasi una forma di studio.
    La scrittura dev’essere, soprattutto, fluire. Di cosa? Di quel che ci abita. Non siamo noi a raccontare le storie, sono loro che ci abitano e che ci chiedono di essere raccontate, ma per cosa sono, e non alterate in favore del pubblico o del mercato. Ed è nostro dovere rispettarle. Dar loro voce e vita per come sono. Storie, personaggi, ambienti, sentimenti: tutto viene da dentro non perché nostro, ma solo perché ne siamo il portale. E, stando così le cose, dobbiamo rispettarlo.
    Infinite volte ho cercato di pilotare i personaggi e gli eventi, ma mi si sono rivoltati contro: tornandomi in mente la notte, impedendomi il sonno, bloccando ogni stesura decente perché c’era una forza che si opponeva con tutta se stessa. Stavo tradendo quelle storie, quei personaggi. E, quando l’ho sentito, ho chiesto scusa e sono corsa ai ripari.
    Farlo può costare meno popolarità, lettori, riscontri; meno commerciabilità. Ma tu avrai dato voce a quelle storie al di là di te, e credimi: non c’è sollievo più grande, nessuna soddisfazione migliore. Potrai capirlo quando l’avrai vissuto pienamente (anche se penso tu ne abbia già provato degli assaggi).
    Ne riparleremo allora.
    Buon lavoro!
    ~M~

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  2. Allora. A parte l’abbraccio generico in risposta un po’ a tutto il post.^^ (E il ringraziamento sentito per quella bellissima definizione di resilienza. <3)

    Volevo dire due parole sul discorso dello spaesamento che viene quando ti accorgi di aver cercato di incasellare il tuo lavoro in un genere che non è davvero quello in cui senti di appartenere, perché è un paio d'anni che ci faccio i conti e OVVIAMENTE non sono ancora giunta a nessuna conclusione utile, ma… un paio di considerazioni in cui al momento credo abbastanza le ho fatte, e potrebbero essere tasselli utili, forse.^^ Perché insomma. È possibile che io sia un po' più teoricamente attratta dai capisaldi del romance di te – nel senso, le relazioni tra i personaggi restano il principale motore che mi porta a scrivere, e questo farebbe pensare al romance come il terreno ideale – ma mi trovo altrettanto stretta nella definizione, e le reazioni che ho ricevuto per le cose pubblicate finora tendono a confermare la mia impressione: le cose che scrivo piacciono soprattutto a chi legge altro (anche o solo), e lasciano tiepido chi è appassionato soprattutto del genere in cui cercherei di inserirmi. Il che ecco. Dal punto di vista del marketing, è un po' un casino.^^ (E sostanzialmente credo che i generi e le etichette servano soprattutto a questo, comunque.)

    Ho passato un bel po' di tempo ad arrovellarmi al riguardo, anche perché ogni volta che inizi a fare questi pensieri senti sul collo il fiato del mostricciattolo che ti accusa di essere soltanto snob, di farne una questione di livello – e non è questo il punto, non davvero. Ma di fatto, quando la principale ragione che trovi per questo tuo restare fuori dal giro è che a te interessa la scrittura in quanto tale, musicalità della prosa e altre robe del genere, sei su una china scivolosa. Anche se non ne fai neanche un discorso di valore/risultato, ma proprio di focus e tentativo.
    Qualche mese fa però mi è capitato davanti su Tumblr un lungo thread che parlava di ciò che caratterizza non tanto il romance quanto le fanfiction, come genere, ed è stato abbastanza illuminante, per me, perché sottolineava il fatto che sono storie *incentrate sui personaggi*. Tutto – la trama, i temi, i tempi – origina da loro, e questo crea un ritmo di lettura molto diverso, difficile da esportare in generi che non utilizzano personaggi già conosciuti, ma che offre al lettore un tipo di soddisfazione emotiva particolare che non riesce quasi mai a trovare altrove. E boh, volevo metterti il link – nel caso avessi tempo/voglia di leggerlo – ma c'è il rischio che mi flaggino il commento come spam, quindi se ti interessa dimmelo e te lo passo.^^ (È… molto più interessante della banalità che ho riassunto, ma è davvero lunghetto. rolls)
    Per farla breve, però, ci ho ritrovato molto quello che mi aveva attirata tanto della scrittura online – e mi ha aiutato a chiarire perché, se l'etichetta del romance mi va davvero stretta, paradossalmente quella di fic writer la sento più mia anche se sono tipo dodici anni che non scrivo una fanfiction e anche quando lo facevo erano più original con nomi altrui che altro. rolls E boh. Penso che a parte tutto, ci siano davvero parecchie persone che magari hanno cominciato a scrivere online in community affini alle fanfiction e sono finite al romance perché quando pensi a una storia originale e pubblicabile che ha al centro i personaggi, e personaggi che interagiscono tra loro e di solito finiscono per innamorarsi, quel genere sembrerebbe l'ideale, ma poi si trovano un po' confuse dalla realtà della cosa e dalla propria incapacità di entrarci senza stravolgersi del tutto.
    Ora, tutto questo è un discorso teorico e serve a pochissimo quando si tratta di capire come modulare le competenze affinate in anni di scrittura diversa per produrre roba che si inserisca in un contesto più ampio e generico. Io sto andando un po' per tentativi, per dire, ho passato i dieci anni della Rosa del tutto ignara dell'esistenza di cose come archi, modelli di trame e altro, e adesso sto cercando di concentrarmi soprattutto su quelli per provare a interiorizzarli, ma non riesco a capire con quali risultati. Una persona di cui mi fido moltissimo per dire mi ha detto che gli Aironi le è piaciuto, ma meno di quello che scrivevo ai tempi della Rosa, come se fosse soffocato o non avesse avuto lo spazio di respirare come un tempo, perché tutto cercava di essere finalizzato alla trama. Ma boh. Forse partire dall'identificare cos'è che davvero ti piace della scrittura, e quello che meno ti riesce, e lavorare sul trovare un equilibrio tra le due cose prima o poi potrebbe portare dei frutti. (Personalmente, da quando lavoro prima di tutto sugli snodi della trama e faccio scalette sono molto più produttiva e ho molte più idee, per dire.^^)

    L'altra cosa – poi chiudo, giuro, ti ho sommersa abbastanza di cose che c'entrano più o meno^^ – è che, nel mio caso almeno (e forse, non so, in parte potrebbe essere così anche per te), parte della ragione per cui mi ostino comunque a pensare al romance come un genere è che i personaggi sono due maschi. Nel senso. Se fossero un uomo e una donna, non direi che sto scrivendo romance, neanche per idea: mi considerei una che gironzola nel campo del mainstream, presumo. Perché di storie d'amore tra uomini e donne che non sono per forza romance è pieno, in fondo. Ma per qualche ragione, trasformi anche il secondo pg in maschio e il mio cervello in automatico decide che no, la storia d'amore a questo punto predomina su tutto il resto. E boh. Non so esattamente quale sia il pregiudizio o il luogo comune o la paura che mi fa scattare questo meccanismo, ma razionalmente almeno sto cercando di rifiutarlo.
    (Anche se poi finisco sempre per definire quello che scrivo come MM, nella mia testa. Ma mi rendo conto che è super limitante *per me* soprattutto, e per gli obiettivi che mi permetto di puntare, che sono sempre molto più al ribasso di quelli che avrei se non ci fosse questo dettaglio.)

    E boh. Ho scritto un papiro e mi sembra di aver detto giusto due cose che potrebbero esserti vagamente utili, sulle 1000 parole e passa (rolls) che ti ho rovesciato addosso, ma a quanto pare avevo voglia di perdermi in deliri e invece di fare un post sensato ho intasato i tuoi commenti. rolls Scusa.

    Spero che troverai un equilibrio, però.^^
    E che quest'incarnazione di Sorriso Arcaico di porterà dove vuoi arrivare. ❤ E che sarà un bel viaggio.^^

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    1. Piano piano recupero tutto ma, intanto: grazie per questo bellissimo commento, ho adorato tutti gli spunti che hai offerto! E sì, girami pure quell’articolo, mi piacerebbe leggerlo **

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      1. Figurati, fai assolutamente con calma! ❤ Il post che dicevo è questo: https:// meanderings0ul.tumblr.com/ post/159060295901/ on-fanfic-emotional-continuity (Ho provato a inserire qualche spazio per scongiurare il rischio che venga preso come spam).
        Il post iniziale puoi anche saltarlo, quelli che ho trovato interessantissimi sono il secondo commento e l'ultimo.^^

        Piace a 1 persona

      2. Ho finalmente riletto con calma sia il commento che il thread che mi hai girato via link, e devo dire che mi hai offerto uno spunto di riflessione mica da poco. Perché in effetti una certa generazione di autrici (alle quali apparteniamo, e che comincia a essere rappresentata anche nella serie A dell’editoria grazie al successo di Eleonora C. Caruso) si è formata con le fanfiction. Se non tanto come lettrici, sicuramente come scrittrici. E alla luce di questo trovo perfettamente sensato l’istinto a mettere i personaggi e le loro relazioni al centro di tutto. Ne parlavamo una volta anche con Yuko: scrivere una storia da pubblicare settimanalmente in rete è completamente diverso dal lavorare a un manoscritto pensato per la pubblicazione: cambiano i meccanismi narrativi, cambia il modo di approcciarsi al lavoro, e per quanto “doloroso” sono d’accordo con te che lavorare su questi meccanismi paghi nel lungo periodo. Perché poi quello che uno deve tenere presente, secondo me, è che se decidi di pubblicare devi entrare nell’ottica che la scrittura diverrà parte del tuo lavoro, qualcosa che dovrai essere in grado di portare avanti sempre, senza poter saltare da un progetto all’altro (o facendolo, ma con la consapevolezza di dover poi finire entrambi).
        Detto questo, ed esulando un po’ dal post in senso stretto: io non vedo l’ora che escano gli Aironi, mi incuriosisce tantissimo come progetto e sapere che stai già pensando al seguito mi riempie di gioia (in realtà mi riempie di gioia vedere un bel po’ della gente brava di EFP approdare alla pubblicazione, a partire da te e Sabrina con la Rosa passando proprio per Yuko, Beatrice, Aika, etc…)

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    2. Ho finalmente riletto con calma sia il commento che il thread che mi hai girato via link, e devo dire che mi hai offerto uno spunto di riflessione mica da poco. Perché in effetti una certa generazione di autrici (alle quali apparteniamo, e che comincia a essere rappresentata anche nella serie A dell’editoria grazie al successo di Eleonora C. Caruso) si è formata con le fanfiction. Se non tanto come lettrici, sicuramente come scrittrici. E alla luce di questo trovo perfettamente sensato l’istinto a mettere i personaggi e le loro relazioni al centro di tutto. Ne parlavamo una volta anche con Yuko: scrivere una storia da pubblicare settimanalmente in rete è completamente diverso dal lavorare a un manoscritto pensato per la pubblicazione: cambiano i meccanismi narrativi, cambia il modo di approcciarsi al lavoro, e per quanto “doloroso” sono d’accordo con te che lavorare su questi meccanismi paghi nel lungo periodo. Perché poi quello che uno deve tenere presente, secondo me, è che se decidi di pubblicare devi entrare nell’ottica che la scrittura diverrà parte del tuo lavoro, qualcosa che dovrai essere in grado di portare avanti sempre, senza poter saltare da un progetto all’altro (o facendolo, ma con la consapevolezza di dover poi finire entrambi).
      Detto questo, ed esulando un po’ dal post in senso stretto: io non vedo l’ora che escano gli Aironi, mi incuriosisce tantissimo come progetto e sapere che stai già pensando al seguito mi riempie di gioia (in realtà mi riempie di gioia vedere un bel po’ della gente brava di EFP approdare alla pubblicazione, a partire da te e Sabrina con la Rosa passando proprio per Yuko, Beatrice, Aika, etc…)

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