archeocrimini

Gli Archeocrimini sono un pacco?

“La Casta è un pacco, René, è un bluff. Non è un film. Sono numeri, dati, cifre, verbali…”

“Non c’è uno straccio di storia!”

Uno degli obiettivi che mi sto sforzando di centrare è quello di riuscire a scrivere un romanzo che abbia come tema centrale il traffico illecito di beni archeologici.

Non che mi manchi la materia prima, eh? Si avvicina il terzo anniversario da che ho preso a studiare il ruolo delle collezioni private come forma di riciclaggio, ovvero il ruolo svolto da collezionisti (e archeologi) più o meno compiacenti nell’immissione sul mercato di reperti provenienti da scavi clandestini spacciati per perfettamente legali.

È un tema sul quale tornerò quando parlerò del romanzo self di cui ho quasi concluso la lettura, per cui non mi dilungo più di tanto. Era solo per dire che già solo con le storie che ho maneggiato in questi tre anni potrei avere trame per una serie in dieci volumi.

E non lo dico per scherzo: Svizzera, Stati Uniti, Germania, perfino Giappone e, naturalmente, Italia: cambiano gli scenari e le tipologie specifiche di reperti, ma certi schemi, ormai, mi sono abbastanza chiari.

Eppure, ogni volta che provo a mettermi lì di buzzo buono per trarne uno straccio di trama convincente, mi blocco.

Ovviamente ci sta che la prima causa sia che io, come autrice, sia una pippa: lo metto in grassetto così ci togliamo subito il dente.

Eppure una certa difficoltà oggettiva l’ho riscontrata pure da parte di un’autrice blasonata e pluripremiata come Josh Lanyon, che per scrivere una serie di romanzi con protagonista un agente speciale della sezione Art Crime dell’FBI ha comunque dovuto deviare sui più “classici” omicidi e serial killer.

Incapace e pigra pure lei? Non credo.

E qui veniamo alla citazione in apertura, presa dal Boris – Il film: il regista René Ferretti deve girare una pellicola tratta dal libro-inchiesta La Casta, qualcosa che bissi il successo di Gomorra (all’epoca, ancora, “solo” un libro inchiesta di successo di Roberto Saviano e un film osannato di Matteo Garrone), ma quando arriva il momento di ingaggiare uno sceneggiatore che lo scriva i nodi vengono al pettine: La Casta, infatti, a differenza di Gomorra che è no-fiction novel, ovvero un genere che, di suo, parte dai dati per costruire un intreccio di storie al limite tra il reale e il verosimile, è un’inchiesta giornalistica pura, fatta di dati messi lì uno in fila all’altro: non c’è vera azione, non ci sono storie.

Per questo gli sceneggiatori più onesti suggeriscono a René due soluzioni: o il documentario di denuncia alla Michael Moore che, però, richiede mezzi e talenti che René non ha, oppure l’impepata di cozze, ovvero una storia solo vagamente ispirata al tema reale, spacciata per universale e senza tempo.

Mi sembra che la soluzione impepata di cozze sia quella attualmente più utilizzata dagli autori e dalle autrici che, finora, hanno scelto di cimentarsi con questo genere di reati: un po’ perché documentarsi come si deve richiede tempo, e un po’ pure perché rendere avvincente del materiale di partenza che tecnicamente è fatto di nomi, date e passaggi di mano è piuttosto difficile.

Certo, ci sono i tombaroli che sono figure grottesche, e ci sono sicuramente singoli casi che, da soli, varrebbero ben più di una serie televisiva, ma di per sé il traffico di reperti archeologici è fatto di una lunga catena di spostamenti da un paese all’altro, da un deposito all’altro, da una galleria d’arte all’altra.

È un po’ come le frodi finanziarie: o sei Scorsese, e ti inventi The wolf of Wall Street, oppure la butti in caciara come sta avvenendo nel -pur da me amatissimo lo stesso- Billions.

Magari un giorno qualcuno riuscirà a rendere lo schema Ponzi fictionabile, ma quel giorno è ancora in là da venire.

Tuttavia, nonostante io continui a essere una pippa e di capolavori sul tema non ne ho ancora visti/letti gran che, non mi sento di voler gettare vie alle ortiche tutto e anzi, di ogni singola opera vorrei provare a salvare quanto di buono ho trovato.

Nel tentativo, magari, di riuscire a tirare fuori la formula perfetta che mi aiuterà a completare il mio romanzo.

Vi va di seguirmi in questa carrellata?

L’appuntamento è qui, due volte al mese.

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2 pensieri riguardo “Gli Archeocrimini sono un pacco?”

  1. Ti seguo! Ti seguo! *__*
    Mi interessa l’argomento e tu, come autrice, sei tutt’altro che una pippa. Senza contare che adoro il processo che porta dall’idea alla storia, passando per la documentazione e la stesura: leggere le analisi delle opere che prenderai in considerazione sarà un po’ come seguire parte del making of del tuo romanzo. E sicuro – ci metto la mano destra sul fuoco – che finirò per segnare e mettere in wishlist qualche titolo 🙂

    Piace a 1 persona

    1. Grazie, Sam! ^^ Ci sono dei post che sogno di scrivere davvero da anni, tipo quello su Maurice Leblanc e il mito del ladro gentiluomo. O quello su Indiana Jones, che ho notato essere percepito in maniera molto diversa in America rispetto all’Italia. O, infine, quello sulla genesi di Monuments Men, dato che recentemente ho scoperto che Clooney lo girò come omaggio alla sua attuale moglie, Amal, che all’epoca in cui si conobbero avrebbe dovuto essere l’avvocato incaricato di rappresentare la Grecia nella causa di restituzione dei marmi del Partenone (la cosa cadde ma ora, con la Brexit, il vento è cambiato e a favore della restituzione si sono schierate anche le Nazioni Unite). L’idea di farne una rubrica qui spero mi aiuti a disciplinarmi e a mettere ordine tra tutto il materiale che ho affastellato negli anni 😉

      Piace a 2 people

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