scrittura, weltanschauung

Social

Una mattina, non ricordo nemmeno più perché, mio padre aspettò con me l’arrivo del treno per Roma.

Durante quell’attesa mi chiese del mio profilo Facebook (quello con nome e cognome) e delle cose che ci scrivevo sopra.

Lo guardai come si guarda un alieno: non solo, di solito, mio padre si disinteressa completamente di quello che faccio, ma è pure molto difficile che mi chieda conto di qualcosa relativo alla mia vita privata.

Venni così a sapere che un suo collega di lavoro seguiva i miei post sul traffico di reperti e ne era affascinato, tanto da chiedergli di intercedere nei miei confronti per chiedermi di iscrivermi a non so più quale gruppo dedicato alla storia della nostra città.

Sorvolando sul fatto, piuttosto deprimente, che la storia della mia vita è tutta così, con i miei che sono sempre gli ultimi ad accorgersi che mi do da fare e faccio cose, e che è più facile che io ottenga complimenti da perfetti sconosciuti che da loro (sì, potrebbe esserci un pelo di rancore in queste righe, è tutto materiale che cedo a titolo gratuito a qualsiasi psicanalista di passaggio), il succo del discorso è che, in effetti, se penso a questi ultimi anni devo davvero molto ai social.

È grazie a Facebook che ho scoperto l’esistenza del Master, è grazie a Facebook che mi sono fatta notare da quelli del Centro Studi, è sempre grazie ai social che sono riuscita a entrare in contatto con personaggi che mai avrei creduto di poter conoscere di persona.

Sempre siano lodati i social, dunque, e le possibilità che offrono, ma è pur vero che ogni cosa ha il suo prezzo e quello richiesto da questi strumenti di comunicazione è, spesso, molto alto.

Non parlo solo del tempo che ti succhiano, o degli effetti negativi sulla psiche, costantemente esposta al confronto con vite costruite ad arte come sempre impeccabili, parlo proprio di salute fisica: ogni flame su Facebook mi ha fatta stare male fisicamente, a volte per giorni, togliendomi il sonno e rovinando l’appetito, aumentando l’ansia che già di mio è elevata.

E per cosa, poi?

Sinceramente, e so che la cosa in passato ha suscitato sconcerto quando l’ho confessata a muso duro, io non ho la minima intenzione di essere conciliante con gente di cui conosco a malapena la faccia.

Gente con cui non ho mangiato, gente con cui non sono mai uscita assieme, di cui non conosco la voce, il piatto preferito, il colore di tinta che vorrebbero farsi la prossima volta che andranno dal parrucchiere.

Che non vuol dire che non mi freghi niente in assoluto dei rapporti intrecciati in rete, eh? Ci tengo molto e ho una bella lista di persone che vorrei abbracciare personalmente (Micol, Sam, Lils, voi siete tre a caso).

C’è però il discorso di fondo, che per me dovrebbe essere sottinteso ma non lo è, che non solo i rapporti, per diventare reali, a un certo punto debbano fare un salto di qualità, ma che comunque non giustificano mai un piegarsi alle esigenze altrui, e quando dico esigenze altrui parlo soprattutto dell’immagine mentale che si fanno di noi.

Mi sono resa conto davvero dello scarto esistente tra ciò che la gente pensa io sia e ciò che sono realmente quando, l’anno scorso, Grace e Emi rimasero stupite vedendo che le ho abbracciate fortissimo saltellando.

Rega’, io non è che so’ un dobermann assetato di sangue, eh? Rido, tanto e spesso, e amo la compagnia.

Sono solitaria, non asociale.

Di contro, però, sono anche una persona con determinati principi e se capita che i miei principi si scontrino con i vostri… beh, non aspettatevi che cambi idea per compiacervi.

Lo faccio per qualcuno con cui ho mangiato, di cui so cose e che sa cose di me, non per chi è nella mia friendlist da qualche mese, e crede di conoscermi per un paio di post.

I rapporti umani non sono tutti uguali, e non sono eterni, e nel caso ve lo stesse chiedendo do altrettanto per scontato che accada che qualcuno, a un certo punto, decida che non sono più una persona di suo gradimento.

La differenza vera, umanamente parlando, la si fa in questi momenti: bisogna accettare serenamente questa decisione, andare avanti e imparare a convivere civilmente.

Ma senza ignorare la frattura, e senza fingere una voglia di riconciliazione che non c’è.

I rapporti umani sono belli proprio perché sono così sfaccettati.

Dove voglio andare a parare con questo lungo post?

In realtà al solito promemoria per me stessa.

I social mi piacciono, sono parte del mio lavoro, devo imparare a starci sopra (pure su quelle piattaforme che mi fanno schifo come Twitter o su quelle che non imparerò mai a usare come Linked In).

Ma devo dosarli, perché mi stanno succhiando l’anima.

E io tra un paio di settimane ho una lezione da fare, e subito dopo un saggio da iniziare a scrivere.

Come farò a conciliare tutto?

Non ne ho idea, improvviserò come al solito.

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