archeocrimini, weltanschauung

Di resti e macerie

Avevo scritto un post, qualche giorno fa, poi l’ho cancellato: non mi piace infilare troppo di fila post malmostosi, e men che meno mi va di replicare qui le dinamiche del vecchio livejournal, con post fatti di dovrebbe che non si concretizzano mai.

C’era una massima di Picasso -che ora non ricordo- sul creare e non dire, che si sposa perfettamente anche coi principi del Bushido che lentamente sto metabolizzando.

Ho cominciato a comporre haiku, e questo è un fatto.

Luce soffusa

buca la trama delle

foglie. Silenzio.

______

Acqua che scorre

su corpo immobile.

Tramonto rosso.

______

Io e la poesia non andiamo troppo d’accordo, ma comporre haiku ha solo marginalmente a che fare con la poesia: era un esercizio che veniva imposto anche ai guerrieri per allenare la gentilezza e mantenere viva l’empatia.

Un restare umani prima che divenisse uno slogan: uno delle colonne portanti della cultura giapponese, che sempre più è tornata ad attrarmi, proprio come ai tempi del liceo.

Colpa del mio riavvicinarmi alla meditazione.

Ottobre è stato un mese di battaglie sfiancanti tra me e la mia tendenza all’autodistruzione: non cedere è una questione di principio, è l’educarsi al costruire che è più difficile che disfare.

Dopotutto è proprio l’archeologia che mi insegna la differenza tra resto e rudere (che prima ancora è maceria): è una differenza semantica e di percezione. Resto è testimonianza, il segno del passaggio di qualcosa che è ancora vivo nella memoria collettiva e, di conseguenza, parte del tessuto connettivo della città; rudere è la maceria svuotata di ogni memoria e, di conseguenza, significato.

Il monumento è la base di partenza di un percorso di ricostruzione, un riannodare i fili della memoria intrecciandoli al presente. Il rudere è ciò che rimane di qualcosa che non tornerà più, uno scarto della vita, un rifiuto.

A volte dovrei ricordarmi più spesso quanto il percorso che ho scelto abbia una luce positiva, quanto mi faccia bene questo voler preservare che è innanzitutto preservare il significato delle cose.

Se dovessi definire quello che sto facendo in questo preciso momento, scherzando direi che è giocare una partita a Pokémon Go coi reperti archeologici al posto dei Pokémon.

Quello a cui sto dando la caccia in questo momento, il primo a cui il mio nome potrebbe essere associato a titolo ufficiale, ha un nome bellissimo, greco, che ne indica tutta la nobiltà che rappresenta.

È stata proprio la consapevolezza di quanto sia bello (sì, bello, perché la bellezza non è un limite e, anzi, alimenta quell’empatia che dona un senso alla parte noiosa del processo di ricostruzione della provenienza) a farmi aggrappare alla luce per non annegare nell’ombra per l’ennesima volta: una spirale virtuosa che dura, e che sto cercando di alimentare a qualunque costo.

L’articolo è stato completato con tutti i ritardi e la fatica del caso: ma è un fatto e, come insegna Picasso, è coi fatti che si fa l’Arte (o la Storia).

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2 pensieri riguardo “Di resti e macerie”

  1. Amo gli haiku e sì, comporne, perché è vero che sono ben più di semplice poesia. Sono disciplina. Per questo ho iniziato a scriverne, perché, come mi chiese qualcuno al limite delle sue riserve di pazienza: “Perché lei è sempre così indisciplinata?”.

    E ho amato quella sottile distinzione fra monumento e rudere. “Rudere”, in particolare, mi ha davvero toccato. L’ho riletto più volte. Certo, subentrano le letture personali che diamo, ma qui trovo sempre qualcosa su cui riflettere. Grazie <3.

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    1. Prego 🙂
      Grazie a te per aver letto.
      A onor del vero la distinzione non è mia ma di Cesare Brandi, il padre della moderna teoria del restauro, ed è una di quelle definizioni che davvero mi si sono impresse nella mente in maniera indelebile, aprendomi un mondo. Il succo del discorso di Brandi è: “Ha senso conservare solo ciò che ha senso”, ciò che ancora fa parte della storia e della memoria collettiva. Da qualche tempo mi rendo conto che è una via molto utile da seguire anche per ciò che è personale: innanzitutto perché ti aiuta a rimanere in un’ottica costruttiva e non distruttiva, e poi perché ti aiuta a capire su cosa concentrarti e cosa no. Cosa ha senso portare avanti e cosa no.

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