weltanschauung

Odio Capitale

Non c’è nulla di peggio del veder deludere una nostra aspettativa: un film che non ci ha soddisfatto, un cibo che non ha appagato il palato, un’esperienza che non ha suscitato le emozioni che ci saremmo aspettati.

Accade continuamente, perfino con le persone: credi che la relazione andrà in un modo e invece no.

Imparare a scendere a patti con le aspettative è lo scoglio più grosso da superare per approdare appieno all’età adulta: sì, le cose non sempre vanno come vorremmo; no, frignare ad libitum non contribuirà a cambiare lo status quo.

Non mi stupisce che accada anche con i luoghi, soprattutto quando si tratta di grandi città, più ancora quando si tratta di grandi città in cui si sceglie di andare a vivere: in quel caso a fallire è un progetto di vita e sono la prima a comprendere il senso di rigurgito che anche solo il ricordo di quel luogo riesce a provocare.

Dopotutto, state pur sempre parlando con una che per anni non è riuscita a mettere piede in zona Colosseo per il sacro terrore di incrociare chi aveva contribuito a renderle l’ultima parte della vita universitaria un inferno.

E che per compensare si era immersa anima e corpo nello studio della cultura di un paese che manco la interessava e su cui si era incaponita a scrivere un romanzo.

Questa premessa per dire che: sì, Roma è una città terribile che sta distruggere chi prova a viverci e inserirsi.

È sporca, trasandata, culturalmente morta, invivibile per chiunque non sia sufficientemente ricco da potersi permettere una casa in centro (o un taxi anche per brevi spostamenti).

Roma sta vivendo una stagione nera, sia politicamente che culturalmente, una stagione le cui cause affondano le radici molto indietro nel tempo, e le cui cause di degrado sono estremamente complesse.

Questo non è un post di difesa senza se e senza ma della capitale: amare Roma, amarla fin nella parte più profonda dell’anima non significa essere ciechi.

Se per andare da Piazza Venezia a Termini e sperare di prendere il treno in orario e, magari, con posto a sedere libero, devo uscire circa un’ora prima quando basterebbero una ventina di minuti vuol dire che il problema è enorme.

Anche perché sia la stazione Termini che Piazza Venezia sono due nodi nevralgici del trasporto urbano, il centro del centro storico.

No, quello di cui vorrei parlare è altro: è un odio quasi atavico, che mi è capitato di leggere più di una volta anche tra le righe di persone che stim(av)o molto, tipo la nota scrittrice di fanfiction approdata a Mondadori che su un giornale online pubblicò un pezzo che suonava più o meno così:

“Roma è meglio di Milano perché una volta sono entrata in una pizzeria con un’amica e la proprietaria (o una cameriera?) si era permessa di farmi una domanda fuori luogo.”

Ora, non è per dire: io un barista del genere l’ho incrociata a Bologna, ma a parte che non mi permetterei mai di prenderlo a esempio del comportamento tipico della popolazione media della città, men che meno mi azzarderei di portare un episodio del genere come argomentazione portante di un articolo giornalistico.

Soprattutto quando di motivi per cui Roma è, al momento, una città più vivibile di Milano che ne sono svariati, e tutti piuttosto ovvi.

Il punto è che non è nemmeno l’unico caso simile in cui mi è capitato di imbattermi: giusto oggi, sulla bacheca di una persona che seguo, una simpatica fanciulla si è permessa di scrivere (peraltro nei commenti di uno status pubblico) che, se potesse, a Roma darebbe fuoco col napalm e si augurava che venisse rasa al suolo e resa desertica col sale come è stato fatto millenni fa con Cartagine.

Un commento che va un pelo oltre il: “malimortacci dell’ATAC, della Sindaca, degli assessori e di chi l’ha amministrata dalla caduta dell’Impero Romano a oggi.

Il punto è che mi pare che Roma goda di una categoria di haters che hanno solo lei e Napoli, gente che la odia in quanto tale, gente che odia il fatto che nonostante sia come è abbia tutta quell’arte, gente che boh, magari se ne è sentita tradita ma spesso anche no, è gente che non l’ha visitata manco da turista.

Un sentimento che a volte alle sfumature dell’insofferenza, ma più spesso ha proprio il sapore di un rancore viscerale, animalesco, profondo.

Un sentimento che il più delle volte mi fa ridere, qualche volte mi turba (perché mi odi senza manco conoscermi di persona?), qualcun’altra mi fa incazzare ma sostanzialmente sempre, e dico sempre, mi lascia perplessa.

Da dove nasce, se tu a Roma non ci sei nato, non ci vivi, magari manco l’hai mai visitata o se l’hai visitata ci sei stato una manciata di giorni appena?

Sulla base di cosa fondi questo bisogno di vomitare rancore nei confronti non di una singola persona ma di un posto che fa tre milioni e rotti di abitanti?

Perché insomma: con un campione così vasto, così eterogeneo, peraltro composto in percentuali piuttosto elevate di emigrati (non necessariamente stranieri, anzi), continuare a reiterare lo stereotipo del romano cafone mi pare un po’, come dire, un luogo comune.

I romani sono abbruttiti e incattiviti, stronzi e arroganti, ma non lo sono tutti e non lo sono più da un pezzo con le modalità con cui li dipingevano Carlo Verdone e Christian De Sica.

Se avete visto film come ACAB o Lo chiamavano Jeeg Robot avrete un quadro molto più attuale e contestualizzato del livello di abbruttimento della città, con tanto di spiegazione delle cause.

E insomma: io vorrei che mi aiutaste a capire.

Perché credo che certe manifestazioni d’odio quando appartieni alla categoria odiata non le puoi capire, o almeno non del tutto.

Anche perché, per dire, parlare di Roma è parlare di molte cose diverse: non so se ci avete mai fatto caso, ma il dialetto parlato da Alessandro Borghese è molto diverso da quello di Chef Rubio.

Io da parte mia cercherò di impegnarmi per scriverne e descriverla anche per i suoi lati buoni, la sua bellezza che davvero è grande, la sua ricchezza, la sua arte.

E non solo per una questione di orgoglio (non credo nel campanilismo fine a se stesso): ma perché penso che in tempi di rancore come questi, la bellezza sia la miglior risposta.

O almeno è quello che mi ha insegnato proprio nascere, crescere, studiare e amare Roma.

 

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