archeocrimini, libri

L’archeocriminologa consiglia: Il cardellino, di Donna Tartt

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Ci sono libri che possono essere recensiti a partire dalla copertina.

Questo è uno di quei casi.

Guardatela: un involucro di carta dove il titolo sembra una nota scritta a matita si strappa rivelando il dettaglio di un dipinto.

Non un dipinto qualsiasi, ma un autentico capolavoro, una delle pochissime opere sopravvissute di Carel Fabritius, importante maestro olandese.

L’essenza di questo libro sta tutta qua: un quadro piccolo, quasi insignificante se paragonato ad altre opere più grandi e più appariscenti, sopravvive a una prima tragedia, reale, e poi a una seconda, quella inventata dall’autrice, divenendo l’ancora di salvezza di un altro piccolo, apparentemente insignificante essere umano.

È un romanzo corale, Il cardellino, un romanzo di intrecci e frammenti di memoria che riemergono confusi e si incastrano per restituire una verità parziale di cui il lettore non può fare a meno di fidarsi come un credente.

A questa colonna principale, che sostiene e giustifica le precise scelte narrative (la struttura dickensiana, la prima persona sotto forma di flusso di coscienza), se ne affiancano altre che, come le cupole laterali delle moschee aiutano a distribuire e scaricare il peso delle volta di tematiche di cui il romanzo è pregno.

Sarebbe piuttosto facile dire, infatti, che è un romanzo che celebra il ruolo salvifico dell’arte, ma non è esattamente così perché la complessità degli eventi narrati consente a Donna Tartt (esattamente come in Dio di illusioni) di esplorare tutte le sfumature del caso: l’arte è salvezza ma anche ossessione, e dall’ossessione discende l’avidità, che a sua volta può spingere chi ne è ossessionato al furto e alla truffa.

Più ancora, e per fortuna, Il cardellino è un romanzo che parla di arte ma non di artisti: piuttosto i veri protagonisti sono gli emarginati, gente che di un dipinto sa cogliere soprattutto l’aspetto emotivo, quel senso di autenticità e purezza in contrasto con la miseria e lo squallore del contesto in cui vive.

Per questo chi, come me, si occupa di art crime sorriderà nel leggere alcuni passaggi e nel riconoscere alcuni riferimenti (primo fra tutti quello alla Natività di Caravaggio), e si commuoverà leggendo le righe finali, che in un certo senso omaggiano le storie incredibili di chi, realmente, si è speso e si spende per salvaguardare la nostra eredità culturale, non credo che si possa definire questo romanzo né un vero thriller né, tanto meno, un vero thriller su questo tema.

E badate che per me è un pregio, non un difetto, perché ciò che trasmette, quel bisogno disperato di qualcosa che dia un senso a un’esistenza che apparentemente non sembra averne, è qualcosa di ancora più prezioso.

 

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