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Architektóneuma

È la mia parola greca preferita: indica il gesto con cui l’architetto spiega al capomastro come seguire le indicazioni del progetto, trasformandolo in un edificio vero.

In senso astratto, però, indica anche la capacità di guardarsi attorno e cercare nuove soluzioni.

L’ho scelta come talismano nel momento, forse, più buio della mia vita e da allora non mi ha mai abbandonato.

Seguirla (ma sarebbe meglio dire inseguirla) non è stato sempre facile ma oggi, finalmente, posso dire che mi ha finalmente trascinato in uno specchio di mare dove la bussola ha ripreso a funzionare e il sestante mi ha aiutato a tracciare una rotta precisa.

Il mese prossimo uscirà il mio primo articolo scientifico: è qualcosa che non credevo possibile, un sogno a cui avevo rinunciato per mille ragioni.

Eppure: sta per accadere.

L’articolo presenterà in forma estremamente sintetica quello che è stato il mio lavoro dell’ultimo anno: partendo dalla notizia dell’acquisizione di una certa collezione archeologica da parte di una fondazione filantropica, ho ricostruito le vicende e l’operato della sua proprietaria, figura il cui nome ricorre più volte, e a vario titolo, in alcune delle più importanti inchieste giudiziarie degli ultimi anni relative al traffico internazionale di reperti.

È stato ed è un lavoro al tempo stesso esaltante e frustrante, il mio primo, vero approccio non solo allo studio dell’antiquities trafficking ma anche, in generale, al mondo giuridico: ho dovuto imparare a rapportarmi alle forze dell’ordine e a un magistrato.

Sono cose fighissime se le vedi messe in scena in un telefilm, ma estremamente complicate se ti ritrovi a viverle in prima persona.

Soprattutto perché non esistono manuali di comportamento, ma tutto si basa su un codice di regole non scritte di cui la prima e più importante è: “Impara ad arrangiarti“.

Non trattandosi di scuola o università, infatti, nessuno ti deve nulla e anzi sei tu, ultima arrivata, a dover dimostrare di valere la fiducia che chiedi, che è anche l’unica moneta che puoi spendere per avere in cambio informazioni e/o materiale di studio.

La fiducia che riesci a guadagnarti è tutto, e chi te la concede ti mette, anche giustamente, alla prova di continuo, a volte in maniera quasi impercettibile.

 

Può venire spontaneo a voi che leggete (quindi figuratevi a me che scrivo) chiedersi per cosa si faccia tutto questo: la tesi che ho prodotto a marzo e discusso ad aprile non valeva di certo tutto quello sforzo.

Ma le tesi, quale che siano, sono sempre punti di partenza ed ecco che nei mesi successivi quel lavoro è diventato scrittura più strutturata, affinata, fino a venire condensata in un primo articolo.

A cui ne seguirà un secondo che, però, presenterò l’anno prossimo e, forse, una monografia.

E poi?

E poi c’è il progetto, l’idea folle di un dottorato da chiedere all’estero, nell’unica università che ha un programma di ricerca apposito (in Criminologia, peraltro!), di cui questo primo anno di lavoro è stato un tassello.

Ho in mente un’idea piuttosto ambiziosa, che mi è venuta ragionando sul quadro generale che il mio lavoro andava componendo di fronte ai miei occhi, un filo conduttore che si è fatto, via via, scenario concreto.

Riuscire a dimostrarlo richiederà un lavoro mastodontico che, al momento, non so neanche bene come organizzare, ma ne varrebbe la pena perché sarebbe davvero una prima volta in senso assoluto.

Un lavoro da archeocriminologa, parola che avevo creato per scherzo ma che sento sempre più appiccicata addosso, non tanto come un’etichetta, ma quasi come una seconda pelle.

Per fortuna sono circondata da persone splendide che si sono già offerte di darmi una mano, mentori e colleghe con cui mi sento al sicuro, capita e valorizzata.

E questa è stata l’altra grande sorpresa di questo anno, l’aspetto umano, l’amicizia che nasce e si rafforza quando non lo credevi più possibile.

La fiducia che non credevi ti sarebbe più stata accordata, anche se di tipo diverso da quella di cui parlavo prima a proposito del rapportarsi con le forze dell’ordine.

Io non so se l’anno prossimo riuscirò davvero ad arrivare così in alto, ma so che non c’è alcun motivo valido per non tentare.

Questo tema suscita in me una passione che nient’altro, in archeologia, era riuscito a coinvolgermi a un tale livello: lo sa bene chi mi circonda, che mi sente sproloquiare sul tema una volta sì e una volta pure l’altra.

Amo quello che faccio e amo gettarmi in qualsiasi impresa mi possa aiutare a raggiungere i miei obiettivi: so che suona ridicolo, quasi uno sloga preconfezionato, ma non ci posso fare niente.

Sono così, sono felice così, con tanti fogli su cui è appuntato un disegno che un capomastro interiore mi aiuterà a trasformare in realtà.

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Un pensiero riguardo “Architektóneuma”

  1. E io ti auguro con tutto il cuore di realizzarlo, quel progetto. Lo meriti, l’ho detto mille volte, non solo perché hai le capacità, ma soprattutto per la passione che ci metti.
    La fiducia è una questione seria. E se veniamo messi alla prova da chi ce l’accorda, vuol dire che non è quella fiducia facile e superficiale, forse un po’ di parte per amicizia, simpatia, qualche forma di convenienza; è quella autentica, e come tale è giusto che vada confermata tutte le volte. Sono sicura che non la tradirai.
    Aspettiamo il tuo articolo scientifico, perché so cosa si prova all’idea di vederlo pubblicato… Complimenti ❤

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