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Gli Archeocrimini sono un pacco?

“La Casta è un pacco, René, è un bluff. Non è un film. Sono numeri, dati, cifre, verbali…”

“Non c’è uno straccio di storia!”

Uno degli obiettivi che mi sto sforzando di centrare è quello di riuscire a scrivere un romanzo che abbia come tema centrale il traffico illecito di beni archeologici.

Non che mi manchi la materia prima, eh? Si avvicina il terzo anniversario da che ho preso a studiare il ruolo delle collezioni private come forma di riciclaggio, ovvero il ruolo svolto da collezionisti (e archeologi) più o meno compiacenti nell’immissione sul mercato di reperti provenienti da scavi clandestini spacciati per perfettamente legali.

È un tema sul quale tornerò quando parlerò del romanzo self di cui ho quasi concluso la lettura, per cui non mi dilungo più di tanto. Era solo per dire che già solo con le storie che ho maneggiato in questi tre anni potrei avere trame per una serie in dieci volumi.

E non lo dico per scherzo: Svizzera, Stati Uniti, Germania, perfino Giappone e, naturalmente, Italia: cambiano gli scenari e le tipologie specifiche di reperti, ma certi schemi, ormai, mi sono abbastanza chiari.

Eppure, ogni volta che provo a mettermi lì di buzzo buono per trarne uno straccio di trama convincente, mi blocco.

Ovviamente ci sta che la prima causa sia che io, come autrice, sia una pippa: lo metto in grassetto così ci togliamo subito il dente.

Eppure una certa difficoltà oggettiva l’ho riscontrata pure da parte di un’autrice blasonata e pluripremiata come Josh Lanyon, che per scrivere una serie di romanzi con protagonista un agente speciale della sezione Art Crime dell’FBI ha comunque dovuto deviare sui più “classici” omicidi e serial killer.

Incapace e pigra pure lei? Non credo.

E qui veniamo alla citazione in apertura, presa dal Boris – Il film: il regista René Ferretti deve girare una pellicola tratta dal libro-inchiesta La Casta, qualcosa che bissi il successo di Gomorra (all’epoca, ancora, “solo” un libro inchiesta di successo di Roberto Saviano e un film osannato di Matteo Garrone), ma quando arriva il momento di ingaggiare uno sceneggiatore che lo scriva i nodi vengono al pettine: La Casta, infatti, a differenza di Gomorra che è no-fiction novel, ovvero un genere che, di suo, parte dai dati per costruire un intreccio di storie al limite tra il reale e il verosimile, è un’inchiesta giornalistica pura, fatta di dati messi lì uno in fila all’altro: non c’è vera azione, non ci sono storie.

Per questo gli sceneggiatori più onesti suggeriscono a René due soluzioni: o il documentario di denuncia alla Michael Moore che, però, richiede mezzi e talenti che René non ha, oppure l’impepata di cozze, ovvero una storia solo vagamente ispirata al tema reale, spacciata per universale e senza tempo.

Mi sembra che la soluzione impepata di cozze sia quella attualmente più utilizzata dagli autori e dalle autrici che, finora, hanno scelto di cimentarsi con questo genere di reati: un po’ perché documentarsi come si deve richiede tempo, e un po’ pure perché rendere avvincente del materiale di partenza che tecnicamente è fatto di nomi, date e passaggi di mano è piuttosto difficile.

Certo, ci sono i tombaroli che sono figure grottesche, e ci sono sicuramente singoli casi che, da soli, varrebbero ben più di una serie televisiva, ma di per sé il traffico di reperti archeologici è fatto di una lunga catena di spostamenti da un paese all’altro, da un deposito all’altro, da una galleria d’arte all’altra.

È un po’ come le frodi finanziarie: o sei Scorsese, e ti inventi The wolf of Wall Street, oppure la butti in caciara come sta avvenendo nel -pur da me amatissimo lo stesso- Billions.

Magari un giorno qualcuno riuscirà a rendere lo schema Ponzi fictionabile, ma quel giorno è ancora in là da venire.

Tuttavia, nonostante io continui a essere una pippa e di capolavori sul tema non ne ho ancora visti/letti gran che, non mi sento di voler gettare vie alle ortiche tutto e anzi, di ogni singola opera vorrei provare a salvare quanto di buono ho trovato.

Nel tentativo, magari, di riuscire a tirare fuori la formula perfetta che mi aiuterà a completare il mio romanzo.

Vi va di seguirmi in questa carrellata?

L’appuntamento è qui, due volte al mese.

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scrittura, weltanschauung

Social

Una mattina, non ricordo nemmeno più perché, mio padre aspettò con me l’arrivo del treno per Roma.

Durante quell’attesa mi chiese del mio profilo Facebook (quello con nome e cognome) e delle cose che ci scrivevo sopra.

Lo guardai come si guarda un alieno: non solo, di solito, mio padre si disinteressa completamente di quello che faccio, ma è pure molto difficile che mi chieda conto di qualcosa relativo alla mia vita privata.

Venni così a sapere che un suo collega di lavoro seguiva i miei post sul traffico di reperti e ne era affascinato, tanto da chiedergli di intercedere nei miei confronti per chiedermi di iscrivermi a non so più quale gruppo dedicato alla storia della nostra città.

Sorvolando sul fatto, piuttosto deprimente, che la storia della mia vita è tutta così, con i miei che sono sempre gli ultimi ad accorgersi che mi do da fare e faccio cose, e che è più facile che io ottenga complimenti da perfetti sconosciuti che da loro (sì, potrebbe esserci un pelo di rancore in queste righe, è tutto materiale che cedo a titolo gratuito a qualsiasi psicanalista di passaggio), il succo del discorso è che, in effetti, se penso a questi ultimi anni devo davvero molto ai social.

È grazie a Facebook che ho scoperto l’esistenza del Master, è grazie a Facebook che mi sono fatta notare da quelli del Centro Studi, è sempre grazie ai social che sono riuscita a entrare in contatto con personaggi che mai avrei creduto di poter conoscere di persona.

Sempre siano lodati i social, dunque, e le possibilità che offrono, ma è pur vero che ogni cosa ha il suo prezzo e quello richiesto da questi strumenti di comunicazione è, spesso, molto alto.

Non parlo solo del tempo che ti succhiano, o degli effetti negativi sulla psiche, costantemente esposta al confronto con vite costruite ad arte come sempre impeccabili, parlo proprio di salute fisica: ogni flame su Facebook mi ha fatta stare male fisicamente, a volte per giorni, togliendomi il sonno e rovinando l’appetito, aumentando l’ansia che già di mio è elevata.

E per cosa, poi?

Sinceramente, e so che la cosa in passato ha suscitato sconcerto quando l’ho confessata a muso duro, io non ho la minima intenzione di essere conciliante con gente di cui conosco a malapena la faccia.

Gente con cui non ho mangiato, gente con cui non sono mai uscita assieme, di cui non conosco la voce, il piatto preferito, il colore di tinta che vorrebbero farsi la prossima volta che andranno dal parrucchiere.

Che non vuol dire che non mi freghi niente in assoluto dei rapporti intrecciati in rete, eh? Ci tengo molto e ho una bella lista di persone che vorrei abbracciare personalmente (Micol, Sam, Lils, voi siete tre a caso).

C’è però il discorso di fondo, che per me dovrebbe essere sottinteso ma non lo è, che non solo i rapporti, per diventare reali, a un certo punto debbano fare un salto di qualità, ma che comunque non giustificano mai un piegarsi alle esigenze altrui, e quando dico esigenze altrui parlo soprattutto dell’immagine mentale che si fanno di noi.

Mi sono resa conto davvero dello scarto esistente tra ciò che la gente pensa io sia e ciò che sono realmente quando, l’anno scorso, Grace e Emi rimasero stupite vedendo che le ho abbracciate fortissimo saltellando.

Rega’, io non è che so’ un dobermann assetato di sangue, eh? Rido, tanto e spesso, e amo la compagnia.

Sono solitaria, non asociale.

Di contro, però, sono anche una persona con determinati principi e se capita che i miei principi si scontrino con i vostri… beh, non aspettatevi che cambi idea per compiacervi.

Lo faccio per qualcuno con cui ho mangiato, di cui so cose e che sa cose di me, non per chi è nella mia friendlist da qualche mese, e crede di conoscermi per un paio di post.

I rapporti umani non sono tutti uguali, e non sono eterni, e nel caso ve lo stesse chiedendo do altrettanto per scontato che accada che qualcuno, a un certo punto, decida che non sono più una persona di suo gradimento.

La differenza vera, umanamente parlando, la si fa in questi momenti: bisogna accettare serenamente questa decisione, andare avanti e imparare a convivere civilmente.

Ma senza ignorare la frattura, e senza fingere una voglia di riconciliazione che non c’è.

I rapporti umani sono belli proprio perché sono così sfaccettati.

Dove voglio andare a parare con questo lungo post?

In realtà al solito promemoria per me stessa.

I social mi piacciono, sono parte del mio lavoro, devo imparare a starci sopra (pure su quelle piattaforme che mi fanno schifo come Twitter o su quelle che non imparerò mai a usare come Linked In).

Ma devo dosarli, perché mi stanno succhiando l’anima.

E io tra un paio di settimane ho una lezione da fare, e subito dopo un saggio da iniziare a scrivere.

Come farò a conciliare tutto?

Non ne ho idea, improvviserò come al solito.

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Auguri&Bilanci

Numi Tutelari

Mentre scrivo ho il lettore aperto su un self M/M americano, It takes an archaeologist, che parla di scavi clandestini e ha per protagonisti un cacciatore di opere d’arte rubate e un archeologo. In chat sono con Yuko a parlare della prossima uscita della Dreamspinner, ambientata nel mondo della paleontologia, e giusto ieri ho cercato di aiutare Thea alle prese con una scena di banchetto ambientata nella Domus Aurea.

Parlare del mio mondo mi diverte, e non è un caso che, col prossimo post, inizierò sul serio una rubrica dedicata all’archeologia (e all’art crime in particolare) nei media.

Ma il prossimo post rimanda già all’anno nuovo, perché in questo scorcio di vecchio ci sono scadenze che incombono: devo preparare le slide per la lezione che terrò il 12 gennaio per il Master in Archeologia Giudiziaria.

Per il secondo anno di fila parlerò del ruolo delle collezioni private nelle dinamiche del traffico di reperti archeologici, usando esempi tratti dai casi di studio di cui mi sto occupando.

E poi c’è l’articolo per Archeomafie X in uscita.

Se devo abituarmi all’idea di iniziare l’anno con questi due riti, mi ci abituo molto volentieri, in un certo senso è divertente constatare la propria crescita di anno in anno, rapportandomi a un traguardo anziché a una scadenza.

Questo 2018 è stato un anno faticoso, più che tutto, sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Ma ho superato tutto, e l’ho fatto alla grande: le cattiverie gratuite di Persona Tossica, il trasloco coatto, la ristrutturazione con tutti i suoi problemi, la rottura dei rapporti con mio fratello.

Ma è stato anche l’anno del mio primo articolo scientifico, della mia prima lezione, del mio primo convegno: come potrei mai definirlo un anno negativo?

È stato l’anno in cui ho ricominciato a scrivere poesia (Studio di donna, certo, ma anche gli Haiku della doccia), l’anno in cui ho ripreso a fare yoga, l’anno in cui sono ufficialmente passata da una 54 a una 46, e cosa vuoi che sia scendere di altre due taglie.

L’anno in cui ho comprato un dominio, preso il mio primo certificato in inglese, iniziato a fumare (ogni tanto) qualche sigaro.

L’anno in cui mi sono innamorata di nuovo dopo tanto tempo.

L’anno in cui ho prenotato il mio primo viaggio all’estero da sola, fregandomene delle paure.

L’anno in cui ho capito che posso fare tutto, a patto di assecondare i miei ritmi e abbracciare i miei demoni.

Un anno speciale, a suo modo, in cui nel bene e nel male ho vissuto, e in cui ho collezionato aneddoti da raccontare negli anni a venire.

L’augurio che mi faccio e che giro anche a voi, lettori invisibili che non so mai quanto riusciate a starmi appresso senza pensare che sono pazza, è di viverne uno altrettanto intenso.

Per il 2019 ho pochi obiettivi, ma molto mirati: l’iscrizione all’albo dei periti del tribunale, il saggio per il quale ho passato gli ultimi due anni a raccogliere materiale, questo blog, Parigi.

Qualsiasi altra cosa arriverà, positiva o negativa che sia, sarà accolta o affrontata.

E voi? Che bilancio fate di questo anno?

Qualunque sia il vostro percorso: auguri, di cuore.

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Midnight in Paris

Mi ero rassegnata all’idea che non avrei mai avuto il coraggio di farlo, e invece.

Ho una camera prenotata per Parigi, per settembre del prossimo anno.

No, non è una cosa che forse, magari, un giorno: è una cosa che ho fatto.

Un letto in una stanza di un ostello con terrazza panoramica sul Sacro Cuore, a Montmartre.

Tre notti, un prezzo così basso che non potevo permettermi di ignorare.

Ora c’è da prenotare il volo (o il treno, perché l’idea di andare con Thello mi tenta, e sarebbe comoda per tante ragioni), e ci sono quattro giornate da organizzare, ma la sensazione che un grosso nodo si sia sciolto nel petto e stia inondando tutto, arti-sorriso-occhi (perfino le lacrime che sto versando mentre scrivo) e la scarica di adrenalina rilasciata dall’aver spezzato un altro anello della catena di disfattismo che, per anni, mi ha tenuto prigioniera è davvero impagabile.

Pensavo che alcuni compleanni passati a Roma e a Firenze non potessero essere più belli di così.

Ora si aggiungerà quello in cui brinderò guardando al Sacro Cuore.

Più che tutto, quello che ora mi scuote è la consapevolezza che, a volte, fare un passo azzardato spariglia le carte in senso buono, perché ci costringe al movimento.

Non so che anno sarà il 2019, ma so che sarà una lunga corsa verso quella terrazza a Montmartre.

Credevo di sapere che anno fosse stato questo 2018, ma un colpo di testa gli ha regalato un twist inaspettato.

Avrei potuto aspettare un momento migliore per parlarne qui sul blog, ma certi istanti vanno fissati per essere ricordati come esempio.

 

 

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Cattivi Maestri

Se questo fosse un blog serio e io la stimata professionista di crimini contro il patrimonio culturale che favoleggio di diventare questo post sarebbe una lunga disamina dell’intricata storia del papiro di Artemidoro, giunta oggi alla sua conclusione.

Ma io, nella realtà, sono una flaneur molto più incline alla speculazione e quindi facciamo che prendo spunto da una parte di quella storia per parlare d’altro.

Come al solito la prendo alla larga: da qualche parte sulle mensole che ho sopra la scrivania da cui sto scrivendo ho una cartellina dove tengo quegli articoli scientifici -scovati quasi sempre su Academia.edu- che ritengo possano essermi utili per il lavoro.

Li stampo perché mi è più comodo riempire di appunti il margine o il retro, che spesso uso come lavagna per fissare schemi e dare ordine alle idee, perché io continuerò a sentirmi sempre una neofita che di certi temi non sa ancora nulla.

Ma non divaghiamo.

Uno di questi articoli porta la firma di Oscar White Muscarella, un archeologo su cui dovrei decidermi a scrivere un bell’articolo perché ha avuto una vita da film: il ragazzino italo-americano che si diploma alle serali e riesce ad arrivare al Met, dove si incontra e si scontra coll’algido snob di nobili natali, medagliato durante la Seconda Guerra Mondiale, cullato e coccolato dalle meglio università del pianeta.

Un algido snob di nome Dietrich Von Bothmer, che se sabato sera avete visto Petrolio saprete essere il tizio che acquistò il cratere di Euphronios, primo reperto archeologico (e prima opera d’arte in genere) a toccare la soglia del milione di dollari.

Muscarella fu uno dei primi ad accorgersi degli intrallazzi del Met, provando a denunciarli, ma venne messo all’angolo, zittito e ostracizzato.

Ovviamente figuratevi se un ragazzotto cresciuto in uno dei quartieri più duri di New York si faceva mettere sotto per così poco e infatti eccolo tutt’oggi militare in SAFE (Save Antiquities for Everyone), una delle principali organizzazioni non-profit americane dedite alla lotta contro il traffico internazionale di reperti.

L’articolo che ho salvato risente di tutto ciò e la tocca pianissimo già a partire dal titolo: L’Archeologia come Quinta Colonna.

Quinta Colonna di cosa? Del traffico di opere d’arte, naturalmente.

E uno potrebbe pure dire che Muscarella esagera nei toni e nelle argomentazioni, ma poi si legge la storia del papiro di Artemidoro, di Canfora che provò a contrastare Settis e sventare una truffa miliardaria, e si dice che ecco, forse, dire certe cose come stanno, a volte pure con toni troppo fiammeggianti, fa più bene che male.

Che giusto ieri, provando a spiegare certi concetti a una persona totalmente estranea all’ambiente mi trovavo a dire che se ho scelto di fare quello che faccio è proprio perché certi mali sono nati con la complicità di certa archeologia, e solo all’interno dell’archeologia potranno venire debellati.

La contrapposizione Settis/Canfora non è un caso isolato, del resto: io stessa, durante la stesura della tesi di Master e la sua successiva rielaborazione in articolo scientifico, mi sono imbattuta nella diatriba Camporeale/Colonna a proposito di certi reperti che, dall’Etruria, sono finiti misteriosamente in Svizzera: secondo il primo per vie assolutamente casuali e legittime, secondo il secondo, ovviamente, no.

Anche qui: indovinate chi, dei due, aveva ragione.

E del resto anche Fiorella Cottier, l’archeologa e restauratrice che fu consulente tecnico di Giacomo Medici durante il processo, è una figura non priva di ombre: l’archeologia è una scienza e, come tale, ha un’etica, e chi sostiene che i confini non sono poi così netti o mente o è in malafede.

Questo concetto ha segnato talmente tanto il mio immaginario che sono sempre più convinta del fatto che, se dovessi scrivere un romanzo su questi temi, lo imposterei proprio su una contrapposizione tra due studenti di archeologia che, a distanza di anni, si ritrovano proprio su due fronti contrapposti: quello delle case d’aste e quello delle consulenze giudiziarie.

Insistere nel riproporre questo nodo, magari proponendo possibili soluzioni su come scioglierlo è, secondo me, uno dei punti cruciali su cui dovrà lavorare la ricerca nei prossimi anni.

Perché con l’economia globale sempre più in crisi e le autorità nazionali sempre più disinteressate, i privati si sentiranno sempre più autorizzati a razziare.

E, come nei film di Indiana Jones, ci sarà sempre un Belloq pronto a vendersi ai nazisti per portare avanti la sua ricerca.

 

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Consigli di lettura: Colori proibiti, di Yukio Mishima

Uno dei concetti che più mi è rimasto appiccicato tra quelli appresi negli anni del liceo classico è l’etimologia della parola perfezione: è un derivato del verbo perficere che significa, letteralmente, portare a compimento.
Ne deriva che la perfezione è il compimento di qualcosa, e che l’aggettivo perfetto, accostato a un qualsiasi termine, indica che quell’oggetto non ha bisogno di ulteriori ritocchi.
Sta bene così, ha toccato il punto più alto della sua parabola, del suo aspetto, della sua conformazione.
Perché inizio una recensione di un testo di Mishima con una digressione sul concetto di perfezione?
Perché non credo che esista un altro termine che possa descrivere meglio il percorso umano e artistico di quest’uomo fuori dal comune.
25 novembre 1970: una data che in Giappone è diventata un pezzo di storia.
Yukio Mishima, assieme a quattro fidati uomini del Take no Kai, una specie di milizia da lui stesso creata, occupa il Ministero della Difesa e, dopo un discorso celebrato di fronte all’esercito e alla stampa, si toglie la vita secondo le regole del suicidio rituale.
Sul significato politico di tale gesto è stato scritto di tutto di più, quasi sempre tentando di incasellarlo all’interno di schemi politici ben lontani dalla visione che aveva l’autore: il nazionalismo di Mishima, la critica all’occidentalizzazione del Giappone poco hanno a che spartire con l’etichetta di “fascista” che gli è stata appiccicata addosso da certa critica nostrana.
Fa tutto parte di una precisa visione filosofica che l’autore ha costruito nell’arco di una vita intera, e che tocca la sfera politica solo parzialmente (e marginalmente).
Perché ho scelto di tirare in mezzo un discorso tanto scomodo e sgradevole?
Per due ragioni: la prima è che quel suicidio così eclatante è stato il punto di arrivo di tutto il percorso e umano e artistico di Mishima, e volente o nolente non si può intavolare un discorso che sia uno su questo autore senza affrontarlo; due: perché la morte in generale, e il suicidio in particolare, è solo uno dei tanti temi affrontati dall’autore in Colori Proibiti.
Partiamo, infatti, da una considerazione essenziale: Colori Proibiti è un libro che contiene in sé svariati libri: il tema della “maschera”, tanto caro alla cultura giapponese; il tema della condizione dei maschi omosessuali nella Tokyo del dopoguerra; il dualismo vecchiaia/giovinezza, ma anche quello cultura occidentale/orientale; la misoginia, la maternità, l’amore che si realizza solo attraverso la sua stessa negazione; una certa visione della politica, della società e della sua ipocrisia, etc…
C’è una forte componente autobiografica, certo, vale per tutte le opere di questo scrittore ma qui, tutto sommato, è meno “evidente” rispetto al più famoso Confessioni di una maschera.
Come nella mostra sulla sua vita che venne organizzata poco prima del suicidio, in cui il percorso era diviso in quattro “fiumi” che solo percorrendo assieme restituivano un’immagine completa dell’uomo e dell’artista, così l’unione di tutte le sotto-trame e le tematiche restituisce il quadro completo della mente di un uomo incredibile e incredibilmente colto.
Già un riassunto di massima della trama la dice lunga sulla complessità di questo libro: Shunsuke è un anziano scrittore che segue la giovane amante Yasuko in una località balneare. Sospetta, infatti, che lei sia l’ennesima donna che lo abbia tradito. Arrivato lì scopre che Yasuko è in effetti innamorata di un altro uomo, un ragazzo bellissimo e apparentemente incapace di provare amore, Yuichi.
Facendo leva sull’ingenuità del giovane e offrendosi di aiutarlo economicamente Shunsuke, un uomo che è sempre stato brutto e sgradevole, fa di Yuichi il suo strumento di vendetta nei confronti delle donne che lo hanno fatto soffrire.
Qui parte un romanzo quasi parallelo che, seguendo lo schema classico del romanzo di formazione, segue Yuichi nell’esplorazione della propria omosessualità: dalla scoperta delle coppie clandestine nei parchi pubblici alla frequentazione di locali e party sempre più esclusivi; dalle prime esperienze con giovani di pari età a relazioni con uomini sempre più altolocati.
Si intrecciano a questi due filoni l’evoluzione di alcuni altri personaggi, perfettamente definita, tra cui spiccano i coniugi Kaburagi (lei in particolare, forse il più bel personaggio di tutto il libro) e Yasuko, la giovane ingenua che nel corso della storia diviene sempre più consapevole del suo ruolo al fianco dell’indecifrabile Yuichi e, successivamente, di madre.
Ma tutti i personaggi, anche quelli più infimi, sono cesellati con cura, emergendo dalla pagina quasi come persone in carne e ossa.
L’elemento che più mi ha colpita del libro, però, è il modo armonioso e perfettamente coerente con cui Mishima mescola filosofia orientale e occidentale: è la prima volta che mi capita di imbattermi in un romanziere che citi con tanta cognizione di causa Winckelmann, la filosofia e i fondamenti della storia dell’arte greca: la descrizione dell’attimo in cui gli occhi di Shunsuke si posano sulla figura di Yuichi che emerge dalle onde del mare di ritorno da una nuotata mi ha ricordato il modo accorato in cui Winckelmann descrive l’Apollo del Belvedere, che tanto mi colpì il primo anno di università.
Yuichi è l’incarnazione fisica del concetto di Kouros, una tipologia piuttosto importante di statua greca arcaica che rappresentava il giovane ideale (Kore è il corrispettivo femminile): come una statua, come un’idea che deve essere sviluppata, all’inizio è vuoto, privo di pensieri ed emozioni. Sono le esperienze che lo riempiranno, le parole di Shunsuke ma anche gli incontri al Rudon (un locale che rappresenta una delle ambientazioni principali del romanzo) che lo plasmeranno, rendendolo finalmente una persona vera, con proprie ambizioni e desideri e obiettivi.
Solo allora potrà liberarsi dal vincolo che lo tiene legato a Shunsuke.
E però anche il vecchio scrittore, che è tutto meno che un “villain” inteso alla maniera occidentale, seguirà un proprio percorso evolutivo, plasmato da ciò che vivrà di riflesso grazie a Yuichi, in una lunga riflessione spirituale e artistica, colma di riferimenti alla letteratura giapponese, sulla bellezza e la crudeltà della giovinezza.
Colori Proibiti non è una lettura facile, e sotto un certo punto di vista neanche piacevole.
È un libro denso, dove ogni riga ha un peso specifico, ogni parola usata un significato preciso.
Richiede pazienza, ma ripaga dello sforzo.
Perché la lettura è anche questo: una sfida, e i libri montagne da scalare.
Lungi da me voler attaccare una filippica sull’importanza di leggere “alta letteratura”, discorso scemo che ha poco senso, dirò più banalmente che, a volte, è necessario mettersi alla prova, vedere fin dove l’intelletto è in grado di arrivare, fin dove siamo in grado di comprendere qualcosa che è più grande di noi.
È grazie a questo tipo di sfide che possiamo definire meglio noi stessi, i nostri “contorni”, i nostri campi di interesse e le nostre priorità.
Non è questione di cultura, o di superiorità morale: è l’equivalente per la mente del fare sport.
Ogni tanto bisogna alzare l’asticella per vedere fin dove si riesce a saltare: Mishima può essere un bel traguardo.
Non fosse altro che, per una volta, vi troverete di fronte a veri omosessuali maschi giapponesi, e non alle loro rappresentazioni stereotipate da manga.

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Di resti e macerie

Avevo scritto un post, qualche giorno fa, poi l’ho cancellato: non mi piace infilare troppo di fila post malmostosi, e men che meno mi va di replicare qui le dinamiche del vecchio livejournal, con post fatti di dovrebbe che non si concretizzano mai.

C’era una massima di Picasso -che ora non ricordo- sul creare e non dire, che si sposa perfettamente anche coi principi del Bushido che lentamente sto metabolizzando.

Ho cominciato a comporre haiku, e questo è un fatto.

Luce soffusa

buca la trama delle

foglie. Silenzio.

______

Acqua che scorre

su corpo immobile.

Tramonto rosso.

______

Io e la poesia non andiamo troppo d’accordo, ma comporre haiku ha solo marginalmente a che fare con la poesia: era un esercizio che veniva imposto anche ai guerrieri per allenare la gentilezza e mantenere viva l’empatia.

Un restare umani prima che divenisse uno slogan: uno delle colonne portanti della cultura giapponese, che sempre più è tornata ad attrarmi, proprio come ai tempi del liceo.

Colpa del mio riavvicinarmi alla meditazione.

Ottobre è stato un mese di battaglie sfiancanti tra me e la mia tendenza all’autodistruzione: non cedere è una questione di principio, è l’educarsi al costruire che è più difficile che disfare.

Dopotutto è proprio l’archeologia che mi insegna la differenza tra resto e rudere (che prima ancora è maceria): è una differenza semantica e di percezione. Resto è testimonianza, il segno del passaggio di qualcosa che è ancora vivo nella memoria collettiva e, di conseguenza, parte del tessuto connettivo della città; rudere è la maceria svuotata di ogni memoria e, di conseguenza, significato.

Il monumento è la base di partenza di un percorso di ricostruzione, un riannodare i fili della memoria intrecciandoli al presente. Il rudere è ciò che rimane di qualcosa che non tornerà più, uno scarto della vita, un rifiuto.

A volte dovrei ricordarmi più spesso quanto il percorso che ho scelto abbia una luce positiva, quanto mi faccia bene questo voler preservare che è innanzitutto preservare il significato delle cose.

Se dovessi definire quello che sto facendo in questo preciso momento, scherzando direi che è giocare una partita a Pokémon Go coi reperti archeologici al posto dei Pokémon.

Quello a cui sto dando la caccia in questo momento, il primo a cui il mio nome potrebbe essere associato a titolo ufficiale, ha un nome bellissimo, greco, che ne indica tutta la nobiltà che rappresenta.

È stata proprio la consapevolezza di quanto sia bello (sì, bello, perché la bellezza non è un limite e, anzi, alimenta quell’empatia che dona un senso alla parte noiosa del processo di ricostruzione della provenienza) a farmi aggrappare alla luce per non annegare nell’ombra per l’ennesima volta: una spirale virtuosa che dura, e che sto cercando di alimentare a qualunque costo.

L’articolo è stato completato con tutti i ritardi e la fatica del caso: ma è un fatto e, come insegna Picasso, è coi fatti che si fa l’Arte (o la Storia).

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Il tarlo

È mezzanotte e dovrei essere a letto da almeno mezz’ora.

Domani mattina dovrei essere fuori dal letto alle sei e mezza, e uscire di casa in tempo per prendere il treno delle otto e un quarto.

Sullo scrittoio sono disposte le cose che dovrei mettere nella borsa: i taccuini con gli appunti (quello di Tiger per le collocazioni e gli appunti; quello del negozio tutto a un euro sotto casa per uso tipo agenda); l’astuccio rigido con le tre penne (quella gel per gli appunti, quella nera per compilare le richieste di lettura in carta carbone e una blu di riserva), la matita e l’evidenziatore (rosa); il Kindle per leggere in treno; il modem portatile; il power bank; la pochette col kit di sopravvivenza (Aulin per il mal di testa, antistaminico per le punture d’insetto, Enantyum per i dolori mestruali, Magnesia per il bruciore di stomaco, due tipi di salviette umidificate, un paio di assorbenti in bustina, fazzoletti di carta di varie marche e gradi di disfacimento); auricolari; portatile.

Di solito avrei detto tablet e tastiera ma domani devo-assolutamente-scrivere e quindi portatile.

Niente quadernone, niente fotocopie: solo un nome.

L’ennesima collezione da rintracciare.

Non ci vogliono più di cinque minuti per assemblare il tutto, ormai è memoria muscolare, domattina toccherà alla borsa del pranzo (tramezzini, acqua con integratore salinico, un po’ di frutta) e poi via.

Treno, metro, Via dei Fori Imperiali a piedi (ciao, Colosseo, ciao, Basilica di Massenzio, rione Monti sai che ti amo, Foro e Fori, chi ha costruito cosa, la parete della Forma Urbis), scale (saluta la chiesa di San Marco che occhieggia dietro le grate del portone, accarezza il corrimano a forma di serpente), striscia il badge, l’armadietto oggi sopra perché ormai sei di casa, il solito tavolo è libero, la colonna Traiana ondeggia dietro gli spessi vetri delle finestre perennemente chiuse.

Odore di polvere, legno, carta.

Odore di buono.

No, meglio: odore di sicuro.

In pochi posti mi sento al sicuro come a Palazzo Venezia.

Nonostante fossi qui l’11 settembre, a vedere una mostra con alcune amiche (una di loro sarà mi allieva quest’anno, fa strano scriverlo), coi turisti americani che ricevevano le prime notizie ed entrarono nel panico, col rischio attentati che paralizzò il centro storico costringendoci a tornare a Termini a piedi, tanta paura, genitori angosciati al telefono, treni in ritardo, mia madre che voleva strozzarmi senza sapere nemmeno bene perché, non era colpa nostra, non era colpa di nessuno.

Nonostate un molestatore abbia tentato di inseguirmi fin sulle scale, o forse proprio per quello. Un bibliotecario, che vide la scena sui monitor di sicurezza, uscì e mi scortò in sala.

Eppure è qui che ho goduto del privilegio raro di poter passare del tempo in solitudine con l’ultimo dipinto di Leonardo, ed è sempre qui che ebbi l’occasione di vedere di persona Botero, e il suo ciclo di dipinti sulle torture di Abu Grahib.

È qui che ho mandato in frantumi e ricostruito la mia vita.

La verità è che scapperei qui un giorno a settimana anche se non avessi ricerche da fare, anche solo per mangiare seduta su una delle panchine del giardino, circondata da turisti e dalla folla variopinta degli studenti dell’Accademia delle Belle Arti.

Anche solo per prendere un volume a caso dagli scaffali e riempire gli occhi di meraviglia.

È mezzanotte e mezza, ormai, e io dovrei staccare tutto e andare a dormire, ma non ci riesco.

Oggi sono successe cose belle, stasera cose strane.

Più che tutto: ho smesso di negare l’evidenza e accettato di avere un bisogno fortissimo, lancinante nella sua urgenza: salire su un aereo e andare.

Non per un viaggio, o semplicemente per scappare, come ai tempi in cui nei muri del Colosseo cercavo le proporzioni di Las Ventas.

Non è un desiderio cieco.

Ho il bisogno di costruire, di prendermi cura di me.

Ho bisogno che sentirmi al sicuro diventi la norma.

Ho bisogno di vivere in un posto che di notte non mi faccia digrignare i denti e che di giorno non mi consumi d’ansia e di rabbia.

Ho bisogno di un trattato di pace, non dell’ennesima tregua.

Ho bisogno di portare al sicuro tutto ciò che c’è di buono nella mia vita e permettergli di germogliare: la ricerca, la scrittura, la curiosità e la voglia di esplorare.

So che ci sono persone che mi vogliono bene, e so anche che, in un modo distorto, mi vuole bene anche chi mi sta facendo del male ma è proprio per non avvelenare del tutto la consapevolezza di quel bene che mi devo allontanare.

Non per un giorno a settimana, non per un week end al mese, o per un viaggio ogni tanto.

Mi merito di stare bene 365 giorni all’anno.

 

 

archeocrimini, cinema

La Bellezza non ha bisogno di cantori, ma di buoni narratori

Da persona che, da un paio d’anni, ha iniziato a occuparsi in maniera professionale di traffico internazionale di reperti tendo sempre ad accogliere con un certo entusiasmo opere di intrattenimento che toccano questo tema o, in generale, che parlano di Art Crime.

Ci sono volte in cui il mio entusiasmo viene ripagato, come nel caso della saga L’arte del delitto di Josh Lanyon, o come in queste ultime settimane, quando sono incappata nella serie televisiva francese L’art du Crime.

Più spesso, purtroppo, tocca recriminare, come nel caso della serie di Sky Atlantic Riviera, nata come thriller finanziario giocato sull’uso del collezionismo come mezzo per riciclare denaro e finita per diventare un pastrocchio senza senso, al punto da spingere perfino il suo creatore a disconoscerla.

E poi c’è il caso di Una storia senza nome, presentato ieri fuori concorso al Festival del Cinema di Venezia.

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Premessa: io amo il cinema. Alla follia. Guardo un sacco di film, cerco di leggere libri sul tema quando ne ho l’occasione, seguo una caterva di blog cinematografici.

Uno dei miei preferiti si chiamava Friday Prejudice, prendeva i trailer dei film in uscita in settimana e si divertiva (letteralmente) a darne un giudizio basandosi solo sulle poche informazioni a disposizione, stabilendo se valeva la pena o no fidarsi.

Ecco, guardando per la prima volta il trailer di Una storia senza nome e cercando un po’ di informazioni in giro mi sono fatta la stessa domanda: andrei al cinema a vederlo?

La risposta è stata un NO secco e adesso provo a spiegarvi anche il perché.

La trama, in breve: membro delle Forze dell’ordine in pensione contatta sceneggiatrice ghost writer per metterle in mano la storia del furto della Natività di Caravaggio, uno dei più tristemente famosi della storia dell’arte. Lei accetta l’incarico e da lì in poi iniziano a succedere brutte cose soprattutto ad Alessandro Gassmann, che sarebbe il tizio per cui lei (Micaela Ramazzotti) fa lo zerbino sia a livello professionale che sentimentale.

Premettendo che già su questa sinossi avrei un sacco, ma un sacco di cose da ridire, e anche un discreto numero di battutacce da fare (basate sul confronto con la mia esperienza personale, tra l’altro), ciò che mi ha spinto ad aprire la casella e scrivere questo post sono state le dichiarazioni del regista rilasciate durante la conferenza stampa a Venezia e riportate da Repubblica:

“Oggi la politica, che sia incarnata in Donald Trump o nei casi nostri, ha questo aspetto un po’ ridicolo  – spiega il regista – Questa storia viene da quell’insieme di ridicolo e tragico che rappresenta bene il potere nel nostro Paese da quell’idea di potere che nella storia del furto del Caravaggio, un capolavoro rubato e dato in pasto ai porci, come riferito da alcuni pentiti, è un racconto perfettamente aderente ai nostri trascorsi. Se custodire e tramandare la bellezza è la forma più elementare di civiltà, questo grado minimo in Italia è sempre stato a rischio”.

A parte che io faccio fatica a trovare qualcosa di ridicolo in tutta la faccenda del furto di questo dipinto, tagliato con un taglierino e portato via di notte dall’oratorio palermitano in cui era conservato nel 1969, intercettato e accalappiato dalla mafia con lo scopo di farne merce di scambio nell’ambito della trattativa Stato-Mafia, sarebbe stato carino far presente ad Andò che, semmai, nonostante questi episodi se c’è un paese al mondo che è sempre stato all’avanguardia e in prima linea per la lotta al contrasto del traffico di opere d’arte quel paese è proprio l’Italia.

Almeno dal 1820, anno di proclamazione dell’editto del Cardinal Pacca, primo provvedimento legislativo a tutela del nostro patrimonio archeologico ed artistico.

Senza voler proseguire il lungo elenco di leggi che gli sono succedute, sarebbe stato carino ricordare ad Andò  che l’Italia è stata anche il primo paese al mondo ad istituire un corpo dedito alla salvaguardia della nostra cultural heritage, quel Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri che, a tutt’oggi, è un modello di riferimento per le polizie di mezzo mondo.

E prima che mi si tacci di essere ultranazionalista (cosa che non sono, ma da qui a sputare a prescindere sul paese in cui sono nata e vivo ce ne corre), vorrei far presente che tra coloro che sono stati ispirati dall’operato del TPC c’è anche Matthew Bogdanos, ex Marine e procuratore di New York molto attivo contro il traffico illecito di reperti archeologici, tema a cui si è avvicinato dopo aver visto in Iraq, e proprio operando al fianco dei carabinieri.

Ma tutto questo al regista non pare interessare, nella sua visione della faccenda esiste solo il Male e l’unico rimedio è… il cinema.

Rega’, davvero, io avrei voluto provare a dare una chance a questo film, ma come si fa a fidarsi di una roba dove la ricostruzione di uno dei più importanti furti d’arte della storia viene affidata a una sceneggiatrice?

Storici dell’arte, questi sconosciuti. Cioè, i francesi sono riusciti a fare un (bel) telefilm partendo dalla figura di una ricercatrice del Louvre che, per riscattare tutta una serie di magagne sue personali si iscrive all’albo dei periti del tribunale per collaborare con il reparto della polizia dedito al contrasto del traffico di opere d’arte ma noi, che di questo settore siamo stati pionieri, lasciamo che una storia come quella del furto della Natività divenga un pretesto per celebrare la capacità narrativa del cinema.

Pensate che scemo Ben Affleck quando, per fare la stessa cosa, si è andato a cercare una storia vera in cui il cinema fu effettivamente d’aiuto al governo americano, vincendoci pure un Oscar.

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“Questo è un film sul cinema – spiega Andò – La storia di questo furto ci arriva attraverso i racconti dei pentiti che si sono contraddetti tra loro negli anni e questo mi sembrava uno spunto buono per parlare del rapporto che c’è tra il cinema e la realtà, volevo che il film fosse un dispositivo attraverso cui indagare la realtà. Ho pensato a una commedia che potesse raccontare come il cinema, nonostante la sua fragilità attuale, possa ancora attraverso l’immaginazione cogliere un frammento di verità”.

Cioè, capite?

Questo è un film sul cinema. Non sull’arte perduta, non sul potere che usa la bellezza come merce di scambio, no: viene presentata come l’ennesima pellicola ombelicale in cui il cinema italiano si da il cinque alto da solo.

E per carità, di motivi per cui il cinema italiano, oggi, debba essere fiero di se stesso ce ne sono tanti (Garrone, Sorrentino, Sollima, Guadagnino, Mainetti, tanto per fare un po’ di nomi a caso), ma sono abbastanza sicura che l’idea di prendere una storia per sentito dire e usarla per dirsi da soli quanto si è fighi non sia tra questi.

Che pure l’autoreferenzialità è un genere che bisogna saper girare, e usare una storia tanto complessa e dalle implicazioni tanto profonde tanto per far parlare di sé e darsi un’aria da film impegnato non è una grande idea.

Ripeto: io di film su questi temi ne vorrei uno al mese, tipo universo Marvel, son la prima ad avere interesse a che il grande pubblico capisca quanto un’opera d’arte e un reperto archeologico vengano visti da terroristi, criminali e uomini d’affari senza scrupoli come mezzi per far soldi rischiando relativamente poco (molto meno che a smerciare droga, armi ed esseri umani), ma mi piacerebbe anche che chi ne parla lo facesse nel pieno rispetto della tematica, non usandola solo come ambientazione cool o come lumino lampeggiante per attirare l’attenzione.

Il settore degli studi sull’Art Crime è in crescita costante: si moltiplicano i corsi post-laurea, le certificazioni, i Master.

Le case d’asta hanno sempre maggior interesse ad avere al proprio interno specialisti in provenienza delle collezioni, e le forze di polizia hanno sempre più bisogno di esperti che sappiano non solo stabilire l’autenticità o meno di un reperto, ma anche di aiutarli a trovare prove che possano consentire il rimpatrio di oggetti preziosi che si trovano in molti musei esteri, ad esempio.

Sarà che il mio compito è, attualmente, proprio quello di ricostruire la storia dell’acquisizione di un certo corredo funebre di grande importanza, mi ferisce vedere che questo compito non lo si reputa degno di uno specialista ma lo si ritiene roba da cantastorie, come fosse una mera faccenda narrativa.

E, tanto per essere chiari anche con chi ha chiuso l’articolo per Repubblica: la verità sulla Natività di Caravaggio si saprà.

C’è gente che ci sputa il sangue da decenni, per ritrovarla.

La versione di Andò non ha e non avrà mai lo stesso valore.

Perché il cinema è grande solo quando si concentra sulla storia, eliminando gli orpelli.

Per questo conto che, un giorno, anche la nostra “Grande Bellezza” troverà cantori migliori, gente che anziché star lì a frignare che o tempora, o mores! si prenda la briga di raccontare chi erano Rodolfo Siviero e il generale Roberto Conforti, del cratere di Eufronio e della Venere di Morgantina.

Che si ricordi, insomma, che oltre alle storie perdute c’è anche chi ha lottato per restituirne altrettante.

Lo so che sono tempi difficili, lo sconforto prende anche me e più di una volta.

Ma volersi concentrare solo sul nero non fa che peggiorare le cose.

L’Italia ha tante cicatrici, tante opere che le sono state strappate ingiustamente: ma in mezzo alle cicatrici sono stati piantati semi che, spesso, hanno fatto germogliare piante rigogliose.

 

libri, scrittura

Purezza

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Golondrina, di Est Em.

Non so perché abbia bisogno di aspettare un certo tempo prima di leggere qualcosa di cui mi innamoro a pelle.

Il lavoro di Est Em fa parte della lista di punti di riferimento che ho accumulato negli anni per via de Il mondo nuovo: Est Em è una mangaka che conosce bene la corrida e sa raccontarla con quella raffinatezza propria dello stile narrativo giapponese.

Ai tempi recuperai le due storie più propriamente M/M lasciando in disparte questo manga, che in qualche modo mi ricorda il film Blancanieves, forse per via della resa volutamente androgina della protagonista.

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Ma le due trame sono completamente diverse, pur nell’essere accomunate nella scelta della corrida come mezzo di vendetta.

Su Chica, la protagonista del manga, la corrida grava come una sorta di predestinazione: il giorno del suo quinto compleanno un famoso torero perde la vita nell’arena e la notizia riempie ossessivamente i palinsesti, avvelenandole la festa.

Anni dopo il tradimento da parte della donna che ama spinge Chica a scegliere il suicidio: l’incontro più o meno fortuito con un anziano torero, tuttavia, e il ricordo di quel compleanno, le faranno decidere di perseguire la via del toro per ottenere una morte tragica nell’arena.

Solo così, spettacolarizzando al massimo il suo profondo dolore, è convinta che riuscirà a far capire all’amata il dolore che le ha procurato.

Sembra una premessa melodrammatica, ma vi assicuro che è la fusione perfetta tra Sangue e Arena e Confessioni di una Maschera: la filosofia tragica della corrida si sposa perfettamente con l’eleganza minimale dei disegni, con l’ermetismo dello stile narrativo giapponese.

È quasi destabilizzante ritrovare in una stessa vignetta, quasi stessero dialogando assieme, Lorca e Mishima, il duende e la purezza di intenti.

Il tragico e l’essenziale.

E poi c’è Hemingway.

Quando, anni fa, visitai a Roma la mostra che esponeva Gli orrori della guerra di Goya, mi dissi che c’era qualcosa, in quel suo modo di dire solo ciò che è necessario, ponendolo di fronte agli occhi dello spettatore come fosse un’operazione chirurgica, che mi ricordava il modo di scrivere di Hemingway.

Avevo dimenticato che è stato proprio Hemingway, nelle prime due pagine di Morte nel pomeriggio, a dire di aver scelto come oggetto di scrittura i tori per raggiungere quella “purezza” tipica di Goya nel raccontare la morte.

Che io non so perché associamo la purezza a ciò che è nuovo, vergine, intonso, avvolto nella pellicola del tempo futuro.

Purezza è l’attimo presente, la capacità di catturarlo e renderlo con precisione.

Purezza è lucidità, consapevolezza, capacità di controllo e di esatta comprensione del momento.

Purezza ha a che fare con l’esperienza, fatta con tutti noi stessi, vissuta senza sconti.

È imparare a rendere le parole affilate come acciaio dopo aver lasciato che lame vere affondassero nella carne fino a scheggiare le ossa.

Una parte di me sa che ha avuto bisogno di questi anni di stacco emotivo, per tornare agli uomini e ai tori.

Un’altra parte di me, però, sa anche che quel distacco non è e non sarà mai abbastanza.

E allora tocca fare come Hemingway, decidersi a fare le cose ora meglio che si può, e non pensare troppo a quello che si potrebbe sapere tra qualche tempo.

Fare come Katsuya, che dai marchi incisi col coltello sulla schiena sta imparando a schiudere le ali.

È pericoloso accettare di versare sangue (metaforico) per raggiungere la verità delle cose, ma è anche l’unico modo davvero efficace di vivere fino in fondo.

Ci saranno anche ferite nuove, in questo mondo che sto costruendo.

Dolori recenti.

Parti di me che avevo seppellito credendole morte.

Il difficile sta nel raccontarle nella maniera più pura possibile, cosa non facile, quando ciò che provi non ti rende obiettiva.