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Sbronza triste

Uno dei tanti motivi per cui non mi sono mai davvero ubriacata è che l’alcol mi fa sentire triste.

Davvero: mi bastano due-tre bicchieri di vino, magari un goccio di liquore, e mi monta addosso una tristezza pesante come un tappeto.

Un giorno guarderò a questo periodo e potrò dire, ridendo: “Nei giorni in cui il mondo rischiava di perdere Notre Dame, io rischiavo di perdere un organo interno.”

Può suonare melodrammatico ma, in fondo, entrambi gli elementi si bilanciano: i danni al simbolo di Francia sono più gravi di quello che la gente pensa, e la faccenda del restauro sarà lunga e complessa; mentre il mio utero per ora rimarrà dov’è, anche se sotto i ferri dovrò finirci lo stesso.

E permane sempre in me quel senso di alienazione dalla vita, quell’essere dall’altra parte di dove dovrei essere, in un posto freddo con la luce satura delle scene ambientate a Grande Inverno in Game of Thrones.

Quel senso di spossatezza derivante dalla difficoltà di centrare anche gli obiettivi più semplici, tipo festeggiare il compleanno nella città in cui avrei sempre voluto essere, viaggio che avevo prenotato perché ero convinta di avere sufficienti soldi da parte, e soldi che si sono volatilizzati perché la sfiga esiste eccome, e si tira appresso un sacco di spese impreviste.

Tipo ecografie, risonanze magnetiche, visite da fare in privato perché se proprio devi aspettare qualche mese (e tutto sommato non potresti e dovresti) allora preferisci farlo per l’intervento.

Poi certo, io sono ancora qui convinta che, tutto sommato, come per magia l’articolo che devo consegnare entro il 30 questa settimana si completerà da solo e io potrò dirmi che almeno sono una che non molla, ma la verità è che sono due giorni che apro il file e riesco solo a fissare quella manciata di pagine dove sono fissati due concetti in croce, e pure con un lessico rachitico e un tono tutt’altro che convinto.

Mi manca Palazzo Venezia.

Mi fa rabbia non riuscire ad andare a pranzo con Si e Yu.

Una parte di me almeno è convinta che sia sano, tutto sommato, reagire così, sentirsi di merda, che era peggio quando prendevo le cose con cinismo, digrignando i denti (arrivai a un punto in cui dovetti ripetere tipo mantra che ero migliore di così, e in un certo senso funzionò), che sarebbe stato peggio se avessi alzato le spalle e avessi detto “meglio così”, se avessi usato questo rischio per ergermi come paladina di un’istanza femminista che non è tale, perché non si è femministe mai rivendicando una privazione, che in fondo va bene anche aprire Wattpad e vomitarci dentro parole imperfette, o aprire WordPress e vomitare flussi di coscienza, perché quando ho fatto finta che il dolore non esistesse io sono andata in pezzi e in pezzi in quel modo non ci voglio andare più.

Io, a settembre, vorrei iscrivermi di nuovo all’università.

Di più: vorrei iscrivermi di nuovo e ripetere di nuovo e completare la specialistica che non ho completato.

Per l’insegnamento, certo.

Per me stessa.

Per chiudere i conti con questo cazzo di passato.

Perché io lo so che sono meglio di tutto questo, ma le convinzioni hanno bisogno di essere accompagnate dai fatti e il Master, gli articoli, le lezioni non mi bastano.

Posso e voglio essere molto di più.

Non meglio, quello già lo sono, ma di più.

È la fase due di questo lungo percorso.

Voglio questa cosa come non l’ho voluta nemmeno la prima volta, e la prima volta era stata quella in cui ero finita a preparare la tesi al CNR di Montelibretti.

Questo resta, sul fondo di questa sbronza.

La voglia di riscatto, il mal di testa, la carenza di sonno e l’ansia da scrittura.

Che anno di merda.

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Roots

La mail è arrivata l’ultimo giorno utile, in un orario in cui io avevo già archiviato il tutto nella categoria del “vabbe’, ci hai provato”, con l’umore sotto la suola delle scarpe per via dei postumi dell’ennesima febbre non richiesta.

Le prime righe sembravano confermare quello che la mia testa ripeteva già da un po’, qualcosa tipo: “È tutto bello ma no, grazie.”

E invece.

Scorrendo distrattamente il resto del testo l’occhio cattura la frase: “saremo lieti di ospitare il suo articolo nel prossimo numero della rivista etc.. etc…”, e lì non si blocca solo il respiro, ma un po’ tutto l’universo.

Ho cercato a lungo un modo di mettermi alla prova e uscire dalla mia comfort zone e, finalmente, è arrivato.

Un’opportunità che posso cogliere senza che la sindrome dell’impostore accampi scuse.

Mi sono chiesta spesso, in questi ultimi tempi, perché ci tenga davvero così tanto a veder pubblicata roba scientifica: certo, c’è la questione che non puoi metter su una carriera da consulente se non sei in grado di dimostrare di padroneggiare l’argomento, ma è una soddisfazione, anzi no, una gioia che va davvero molto oltre.

C’è la conferma dell’essere sulla strada giusta, e c’è anche quel senso di rivalsa che nasce dal poter dire finalmente a se stessi che sì, col senno di poi la carriera accademica era davvero quella a cui eri destinata, ma c’è anche l’orgoglio di poter fare, per la prima volta in vita mia, della vera opera di divulgazione scientifica.

La rivista che mi ospiterà è molto bella, e a quella call era interessata anche gente che vedo come anni luce avanti a me per preparazione, carriera, talento scrittorio; man mano che passano i giorni sapere che sarò lì anch’io col “mio” tema, valutata da chi aveva ben più di un motivo per rifiutarmi (questa la capisce solo chi ha letto il mio status su Facebook), è una medicina che rafforza convinzioni ed entusiasmo.

Sì, la lista delle pubblicazioni si allunga.

Sì, questo sarà solo il preludio di un lavoro più corposo prossimo a venire.

Sì, scrivere di tutto ciò mi piace da matti, più di tutto il resto, e se sono riuscita a portare il “mio” tema lì, forse sarebbe anche l’ora che cominciassi a proporlo anche altrove, come sempre mi ero ripromessa di fare.

È un buon periodo, di cambiamenti e azzardi, ma ho da tempo fatto pace con l’idea che l’azzardo faccia parte della mia natura, e forse ne costituisce uno degli elementi migliori.

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Ora e sempre Resilienza

Quest’estate, al culmine del delirio della ristrutturazione di casa e della relativa convivenza forzata (e assolutamente non voluta da noi) con zia avevo scovato su FutureLearn un piccolo corso sulla resilienza.

Il concetto da cui partiva, e che poi è praticamente l’unico che mi è rimasto impresso, è che la resilienza è una virtù che va coltivata prima che le difficoltà si palesino, perché ha a che fare, in realtà, più con la capacità organizzativa che non con la resistenza.

In pratica è una combinazione tra pensiero laterale e capacità di fare rete.

Io l’ho trovato un concetto talmente bello che nei commenti non ho potuto fare a meno di citare la mia parola talismano, architektoneuma, che quel concetto lì lo esprime in maniera visiva, anche se in greco antico.

L’arte di uscire dal labirinto, di trovare una direzione.

Tutto questo mi è tornato in mente proprio per via di quanto accaduto nell’ultimo mese.

Ma soprattutto per via di alcune considerazioni a cui sono giunta negli ultimi giorni, che forse hanno sciolto in maniera definitiva i lacci che bloccavano il mio rapporto con la narrativa, aprendo però voragini di altro tipo.

Se da un lato, infatti, ho capito cosa voglio davvero fare di Sorriso Arcaico, dall’altro lato mi rendo conto che farlo mi trascinerà in lande inesplorate, dove non ho uno straccio di coordinata che mi aiuti ad orientarmi.

E allora vediamoli, in buona sostanza, questi lacci, che un’altra cosa che ho capito è che se certe cose le fisso su carta mi è più facile archiviarle e passare oltre.

  • Io non sono un’autrice di romance. Non lo sono mai stata. Me lo disse anche (in senso buono) una delle admin del forum YSAL, quando inviai il mio primo racconto per un contest, appena iscritta.
  • Ma allora, se non sono un’autrice romance, perché voglio uniformarmi a tutti i costi ai canoni del romance? Risposta breve: perché è l’ambiente in cui mi sono formata, sostanzialmente, e a cui appartengono persone che stimo e a cui voglio bene. Persone con le quali vorrei ritrovarmi nella pubblicazione.
  • Non sono neanche una giallista. Di Flavio, Giulio e compagnia cantante mi frega relativamente dell’aspetto mistery: Sorriso Arcaico è una storia sull’ambizione, sulla vanità e sulla meschinità. Tre variabili che si riscontrano spessissimo proprio in chi l’arte antica se la procura, la vende ma, soprattutto, la colleziona.
  • Un concetto che ho amato molto tra quelli che ho appreso sul mondo dell’Art Crime, infatti, è quello legato alla psicologia del collezionista: nel desiderio smodato del possesso di un’opera d’arte, soprattutto antica, si nasconde il desiderio inconscio di un riconoscimento sociale. È un’esibizione di potere, ma al tempo stesso è anche un modo per riscrivere le proprie origini e nobilitarle.
  • Last but not least: Sorriso Arcaico non è neanche un romanzo LGBTQ+. Sì, un protagonista è pansessuale e l’altro asessuale, ma questo loro orientamento viene usato come un’arma contro il mondo. Non ha una valenza politica, non nel modo in cui Giulio la usa per costruire la sua immagine, soprattutto.

Detto questo, quindi, dove penso di collocare una storia simile?

Questa è la domanda a cui non so rispondere ancora. 

L’unica cosa che so è che il mio prologo doveva sfociare in una scena di sesso che non ne ha proprio voluto sapere di farsi scrivere. Anzi. Al suo posto sono uscite cose che mi ha fatto anche bene portare a galla.

Perché poi il problema vero, grosso, è che questa storia che ora si chiama Sorriso Arcaico ma ha avuto un sacco di nomi è una grossa catarsi, per me.

Non fine a se stessa, capiamoci: non voglio davvero essere la solita scrittrice ombelicale che crea un universo di meravigliosi sciroccati finto-decadenti che si muovono come degli ebeti su fondali dai colori acidi o pastello.

Io voglio gente vera, che fa cazzate anche grosse, e che a quelle cazzate cerca di porre rimedio non prima di soffrire, e pure tanto.

Non in senso fisico o sentimentale, ma in senso puramente intimo.

Che è un po’ anche quello che consigliava Tondelli in una citazione fantastica in cui sono incappata giusto oggi. 

“Scrivete non di ogni cosa che volete, ma di quello che fate. Astenetevi dai giudizi sul mondo in generale (ci sono già i filosofi, i politologi, gli scienziati ecc.), piuttosto raccontate storie che si possano oralmente riassumere in cinque minuti. Raccontate i vostri viaggi, le persone che avete incontrato all’estero, descrivete di chi vi siete innamorati, immaginatevi un lieto fine o una conclusione tragica, non fate piagnistei sulla vostra condizione e la famiglia e la scuola e i professori, ma provatevi a farli diventare dei personaggi e, quindi, a farli esprimere con dialoghi, tic, modi di dire. […] Raccontate di voi, dei vostri amici, delle vostre stanze, degli zaini, dell’università, delle aule scolastiche. Ricordate che quando vi mettete a scrivere, state facendo i conti con un linguaggio fluido e magmatico che dovrete adattare alla vostra storia senza incorrere nello stile caramelloso della pubblicità o in quello patetico del fumettone. Il modo più semplice è scrivere come si parla (e questo è già in sé un fatto nuovo, poiché la lingua cambia continuamente), ma non è il più facile. Non abbiate paura di buttare via. Riscrivete ogni pagina, finché siete soddisfatti. Vi accorgerete che ogni parola può essere sostituita con un’altra. Allora, scegliendo, lavorando, riscrivendo, tagliando, sarete già in pieno romanzo”.

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Rollercoaster

Dodici giorni di montagne russe.

Credo di aver toccato davvero ogni sfumatura dello spettro emotivo, cosa che mi ha pure procurato un bello sfogo di febbre di origine psicosomatica.

Però sono ancora in piedi, e non posso nemmeno dire che vada poi così male.

Cioè, no: va male, anzi malissimo, anzi proprio a monte, ma tra le macerie qualche pagliuzza d’oro da stringersi al petto si trova.

Tipo: oggi ho iniziato a scrivere seriamente il saggio, laddove per “seriamente” si intende con una direzione precisa, il taglio giusto, un’idea finalmente solida e chiara di cosa dovrà venir fuori.

Un titolo, un sottotitolo, un’indice, una sinossi e tre quarti del primo capitolo: direi che non mi posso lamentare.

Posso finirlo entro la primavera? Sì. Finalmente è una risposta che posso darmi con certezza.

E non è nemmeno l’unica.

Perché poi, oggi, ho rimuginato pure sulla faccenda dell’account Ko-fi, sulla possibilità di caricare lì qualche contenuto, per lo più racconti e, magari, proprio il primo capitolo di Archeocrimini (oh, davvero pensavate che gli avrei dato un titolo diverso? Quella parola è ormai il mio cavallo di battaglia).

Non mi pongo aspettative di alcun genere, giusto un modo per non continuare a sparpagliare roba a caso in siti a caso.

E poi c’è questo blog: per fortuna ho una discreta lista di articoli che voglio scrivere e postare, con la seconda puntata di Archeocrimini e Cultura Pop inaspettatamente dedicata a Black Panther, per dirne una.

Ma penso che, ogni tanto, continueranno a saltare fuori post intimisti e/o di sfogo tipo questo, perché un diario è un diario soprattutto se restituisce la dimensione umana di chi ci scrive.

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Gli Archeocrimini sono un pacco?

“La Casta è un pacco, René, è un bluff. Non è un film. Sono numeri, dati, cifre, verbali…”

“Non c’è uno straccio di storia!”

Uno degli obiettivi che mi sto sforzando di centrare è quello di riuscire a scrivere un romanzo che abbia come tema centrale il traffico illecito di beni archeologici.

Non che mi manchi la materia prima, eh? Si avvicina il terzo anniversario da che ho preso a studiare il ruolo delle collezioni private come forma di riciclaggio, ovvero il ruolo svolto da collezionisti (e archeologi) più o meno compiacenti nell’immissione sul mercato di reperti provenienti da scavi clandestini spacciati per perfettamente legali.

È un tema sul quale tornerò quando parlerò del romanzo self di cui ho quasi concluso la lettura, per cui non mi dilungo più di tanto. Era solo per dire che già solo con le storie che ho maneggiato in questi tre anni potrei avere trame per una serie in dieci volumi.

E non lo dico per scherzo: Svizzera, Stati Uniti, Germania, perfino Giappone e, naturalmente, Italia: cambiano gli scenari e le tipologie specifiche di reperti, ma certi schemi, ormai, mi sono abbastanza chiari.

Eppure, ogni volta che provo a mettermi lì di buzzo buono per trarne uno straccio di trama convincente, mi blocco.

Ovviamente ci sta che la prima causa sia che io, come autrice, sia una pippa: lo metto in grassetto così ci togliamo subito il dente.

Eppure una certa difficoltà oggettiva l’ho riscontrata pure da parte di un’autrice blasonata e pluripremiata come Josh Lanyon, che per scrivere una serie di romanzi con protagonista un agente speciale della sezione Art Crime dell’FBI ha comunque dovuto deviare sui più “classici” omicidi e serial killer.

Incapace e pigra pure lei? Non credo.

E qui veniamo alla citazione in apertura, presa dal Boris – Il film: il regista René Ferretti deve girare una pellicola tratta dal libro-inchiesta La Casta, qualcosa che bissi il successo di Gomorra (all’epoca, ancora, “solo” un libro inchiesta di successo di Roberto Saviano e un film osannato di Matteo Garrone), ma quando arriva il momento di ingaggiare uno sceneggiatore che lo scriva i nodi vengono al pettine: La Casta, infatti, a differenza di Gomorra che è no-fiction novel, ovvero un genere che, di suo, parte dai dati per costruire un intreccio di storie al limite tra il reale e il verosimile, è un’inchiesta giornalistica pura, fatta di dati messi lì uno in fila all’altro: non c’è vera azione, non ci sono storie.

Per questo gli sceneggiatori più onesti suggeriscono a René due soluzioni: o il documentario di denuncia alla Michael Moore che, però, richiede mezzi e talenti che René non ha, oppure l’impepata di cozze, ovvero una storia solo vagamente ispirata al tema reale, spacciata per universale e senza tempo.

Mi sembra che la soluzione impepata di cozze sia quella attualmente più utilizzata dagli autori e dalle autrici che, finora, hanno scelto di cimentarsi con questo genere di reati: un po’ perché documentarsi come si deve richiede tempo, e un po’ pure perché rendere avvincente del materiale di partenza che tecnicamente è fatto di nomi, date e passaggi di mano è piuttosto difficile.

Certo, ci sono i tombaroli che sono figure grottesche, e ci sono sicuramente singoli casi che, da soli, varrebbero ben più di una serie televisiva, ma di per sé il traffico di reperti archeologici è fatto di una lunga catena di spostamenti da un paese all’altro, da un deposito all’altro, da una galleria d’arte all’altra.

È un po’ come le frodi finanziarie: o sei Scorsese, e ti inventi The wolf of Wall Street, oppure la butti in caciara come sta avvenendo nel -pur da me amatissimo lo stesso- Billions.

Magari un giorno qualcuno riuscirà a rendere lo schema Ponzi fictionabile, ma quel giorno è ancora in là da venire.

Tuttavia, nonostante io continui a essere una pippa e di capolavori sul tema non ne ho ancora visti/letti gran che, non mi sento di voler gettare vie alle ortiche tutto e anzi, di ogni singola opera vorrei provare a salvare quanto di buono ho trovato.

Nel tentativo, magari, di riuscire a tirare fuori la formula perfetta che mi aiuterà a completare il mio romanzo.

Vi va di seguirmi in questa carrellata?

L’appuntamento è qui, due volte al mese.

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Social

Una mattina, non ricordo nemmeno più perché, mio padre aspettò con me l’arrivo del treno per Roma.

Durante quell’attesa mi chiese del mio profilo Facebook (quello con nome e cognome) e delle cose che ci scrivevo sopra.

Lo guardai come si guarda un alieno: non solo, di solito, mio padre si disinteressa completamente di quello che faccio, ma è pure molto difficile che mi chieda conto di qualcosa relativo alla mia vita privata.

Venni così a sapere che un suo collega di lavoro seguiva i miei post sul traffico di reperti e ne era affascinato, tanto da chiedergli di intercedere nei miei confronti per chiedermi di iscrivermi a non so più quale gruppo dedicato alla storia della nostra città.

Sorvolando sul fatto, piuttosto deprimente, che la storia della mia vita è tutta così, con i miei che sono sempre gli ultimi ad accorgersi che mi do da fare e faccio cose, e che è più facile che io ottenga complimenti da perfetti sconosciuti che da loro (sì, potrebbe esserci un pelo di rancore in queste righe, è tutto materiale che cedo a titolo gratuito a qualsiasi psicanalista di passaggio), il succo del discorso è che, in effetti, se penso a questi ultimi anni devo davvero molto ai social.

È grazie a Facebook che ho scoperto l’esistenza del Master, è grazie a Facebook che mi sono fatta notare da quelli del Centro Studi, è sempre grazie ai social che sono riuscita a entrare in contatto con personaggi che mai avrei creduto di poter conoscere di persona.

Sempre siano lodati i social, dunque, e le possibilità che offrono, ma è pur vero che ogni cosa ha il suo prezzo e quello richiesto da questi strumenti di comunicazione è, spesso, molto alto.

Non parlo solo del tempo che ti succhiano, o degli effetti negativi sulla psiche, costantemente esposta al confronto con vite costruite ad arte come sempre impeccabili, parlo proprio di salute fisica: ogni flame su Facebook mi ha fatta stare male fisicamente, a volte per giorni, togliendomi il sonno e rovinando l’appetito, aumentando l’ansia che già di mio è elevata.

E per cosa, poi?

Sinceramente, e so che la cosa in passato ha suscitato sconcerto quando l’ho confessata a muso duro, io non ho la minima intenzione di essere conciliante con gente di cui conosco a malapena la faccia.

Gente con cui non ho mangiato, gente con cui non sono mai uscita assieme, di cui non conosco la voce, il piatto preferito, il colore di tinta che vorrebbero farsi la prossima volta che andranno dal parrucchiere.

Che non vuol dire che non mi freghi niente in assoluto dei rapporti intrecciati in rete, eh? Ci tengo molto e ho una bella lista di persone che vorrei abbracciare personalmente (Micol, Sam, Lils, voi siete tre a caso).

C’è però il discorso di fondo, che per me dovrebbe essere sottinteso ma non lo è, che non solo i rapporti, per diventare reali, a un certo punto debbano fare un salto di qualità, ma che comunque non giustificano mai un piegarsi alle esigenze altrui, e quando dico esigenze altrui parlo soprattutto dell’immagine mentale che si fanno di noi.

Mi sono resa conto davvero dello scarto esistente tra ciò che la gente pensa io sia e ciò che sono realmente quando, l’anno scorso, Grace e Emi rimasero stupite vedendo che le ho abbracciate fortissimo saltellando.

Rega’, io non è che so’ un dobermann assetato di sangue, eh? Rido, tanto e spesso, e amo la compagnia.

Sono solitaria, non asociale.

Di contro, però, sono anche una persona con determinati principi e se capita che i miei principi si scontrino con i vostri… beh, non aspettatevi che cambi idea per compiacervi.

Lo faccio per qualcuno con cui ho mangiato, di cui so cose e che sa cose di me, non per chi è nella mia friendlist da qualche mese, e crede di conoscermi per un paio di post.

I rapporti umani non sono tutti uguali, e non sono eterni, e nel caso ve lo stesse chiedendo do altrettanto per scontato che accada che qualcuno, a un certo punto, decida che non sono più una persona di suo gradimento.

La differenza vera, umanamente parlando, la si fa in questi momenti: bisogna accettare serenamente questa decisione, andare avanti e imparare a convivere civilmente.

Ma senza ignorare la frattura, e senza fingere una voglia di riconciliazione che non c’è.

I rapporti umani sono belli proprio perché sono così sfaccettati.

Dove voglio andare a parare con questo lungo post?

In realtà al solito promemoria per me stessa.

I social mi piacciono, sono parte del mio lavoro, devo imparare a starci sopra (pure su quelle piattaforme che mi fanno schifo come Twitter o su quelle che non imparerò mai a usare come Linked In).

Ma devo dosarli, perché mi stanno succhiando l’anima.

E io tra un paio di settimane ho una lezione da fare, e subito dopo un saggio da iniziare a scrivere.

Come farò a conciliare tutto?

Non ne ho idea, improvviserò come al solito.

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Auguri&Bilanci

Numi Tutelari

Mentre scrivo ho il lettore aperto su un self M/M americano, It takes an archaeologist, che parla di scavi clandestini e ha per protagonisti un cacciatore di opere d’arte rubate e un archeologo. In chat sono con Yuko a parlare della prossima uscita della Dreamspinner, ambientata nel mondo della paleontologia, e giusto ieri ho cercato di aiutare Thea alle prese con una scena di banchetto ambientata nella Domus Aurea.

Parlare del mio mondo mi diverte, e non è un caso che, col prossimo post, inizierò sul serio una rubrica dedicata all’archeologia (e all’art crime in particolare) nei media.

Ma il prossimo post rimanda già all’anno nuovo, perché in questo scorcio di vecchio ci sono scadenze che incombono: devo preparare le slide per la lezione che terrò il 12 gennaio per il Master in Archeologia Giudiziaria.

Per il secondo anno di fila parlerò del ruolo delle collezioni private nelle dinamiche del traffico di reperti archeologici, usando esempi tratti dai casi di studio di cui mi sto occupando.

E poi c’è l’articolo per Archeomafie X in uscita.

Se devo abituarmi all’idea di iniziare l’anno con questi due riti, mi ci abituo molto volentieri, in un certo senso è divertente constatare la propria crescita di anno in anno, rapportandomi a un traguardo anziché a una scadenza.

Questo 2018 è stato un anno faticoso, più che tutto, sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Ma ho superato tutto, e l’ho fatto alla grande: le cattiverie gratuite di Persona Tossica, il trasloco coatto, la ristrutturazione con tutti i suoi problemi, la rottura dei rapporti con mio fratello.

Ma è stato anche l’anno del mio primo articolo scientifico, della mia prima lezione, del mio primo convegno: come potrei mai definirlo un anno negativo?

È stato l’anno in cui ho ricominciato a scrivere poesia (Studio di donna, certo, ma anche gli Haiku della doccia), l’anno in cui ho ripreso a fare yoga, l’anno in cui sono ufficialmente passata da una 54 a una 46, e cosa vuoi che sia scendere di altre due taglie.

L’anno in cui ho comprato un dominio, preso il mio primo certificato in inglese, iniziato a fumare (ogni tanto) qualche sigaro.

L’anno in cui mi sono innamorata di nuovo dopo tanto tempo.

L’anno in cui ho prenotato il mio primo viaggio all’estero da sola, fregandomene delle paure.

L’anno in cui ho capito che posso fare tutto, a patto di assecondare i miei ritmi e abbracciare i miei demoni.

Un anno speciale, a suo modo, in cui nel bene e nel male ho vissuto, e in cui ho collezionato aneddoti da raccontare negli anni a venire.

L’augurio che mi faccio e che giro anche a voi, lettori invisibili che non so mai quanto riusciate a starmi appresso senza pensare che sono pazza, è di viverne uno altrettanto intenso.

Per il 2019 ho pochi obiettivi, ma molto mirati: l’iscrizione all’albo dei periti del tribunale, il saggio per il quale ho passato gli ultimi due anni a raccogliere materiale, questo blog, Parigi.

Qualsiasi altra cosa arriverà, positiva o negativa che sia, sarà accolta o affrontata.

E voi? Che bilancio fate di questo anno?

Qualunque sia il vostro percorso: auguri, di cuore.

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Midnight in Paris

Mi ero rassegnata all’idea che non avrei mai avuto il coraggio di farlo, e invece.

Ho una camera prenotata per Parigi, per settembre del prossimo anno.

No, non è una cosa che forse, magari, un giorno: è una cosa che ho fatto.

Un letto in una stanza di un ostello con terrazza panoramica sul Sacro Cuore, a Montmartre.

Tre notti, un prezzo così basso che non potevo permettermi di ignorare.

Ora c’è da prenotare il volo (o il treno, perché l’idea di andare con Thello mi tenta, e sarebbe comoda per tante ragioni), e ci sono quattro giornate da organizzare, ma la sensazione che un grosso nodo si sia sciolto nel petto e stia inondando tutto, arti-sorriso-occhi (perfino le lacrime che sto versando mentre scrivo) e la scarica di adrenalina rilasciata dall’aver spezzato un altro anello della catena di disfattismo che, per anni, mi ha tenuto prigioniera è davvero impagabile.

Pensavo che alcuni compleanni passati a Roma e a Firenze non potessero essere più belli di così.

Ora si aggiungerà quello in cui brinderò guardando al Sacro Cuore.

Più che tutto, quello che ora mi scuote è la consapevolezza che, a volte, fare un passo azzardato spariglia le carte in senso buono, perché ci costringe al movimento.

Non so che anno sarà il 2019, ma so che sarà una lunga corsa verso quella terrazza a Montmartre.

Credevo di sapere che anno fosse stato questo 2018, ma un colpo di testa gli ha regalato un twist inaspettato.

Avrei potuto aspettare un momento migliore per parlarne qui sul blog, ma certi istanti vanno fissati per essere ricordati come esempio.

 

 

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Cattivi Maestri

Se questo fosse un blog serio e io la stimata professionista di crimini contro il patrimonio culturale che favoleggio di diventare questo post sarebbe una lunga disamina dell’intricata storia del papiro di Artemidoro, giunta oggi alla sua conclusione.

Ma io, nella realtà, sono una flaneur molto più incline alla speculazione e quindi facciamo che prendo spunto da una parte di quella storia per parlare d’altro.

Come al solito la prendo alla larga: da qualche parte sulle mensole che ho sopra la scrivania da cui sto scrivendo ho una cartellina dove tengo quegli articoli scientifici -scovati quasi sempre su Academia.edu- che ritengo possano essermi utili per il lavoro.

Li stampo perché mi è più comodo riempire di appunti il margine o il retro, che spesso uso come lavagna per fissare schemi e dare ordine alle idee, perché io continuerò a sentirmi sempre una neofita che di certi temi non sa ancora nulla.

Ma non divaghiamo.

Uno di questi articoli porta la firma di Oscar White Muscarella, un archeologo su cui dovrei decidermi a scrivere un bell’articolo perché ha avuto una vita da film: il ragazzino italo-americano che si diploma alle serali e riesce ad arrivare al Met, dove si incontra e si scontra coll’algido snob di nobili natali, medagliato durante la Seconda Guerra Mondiale, cullato e coccolato dalle meglio università del pianeta.

Un algido snob di nome Dietrich Von Bothmer, che se sabato sera avete visto Petrolio saprete essere il tizio che acquistò il cratere di Euphronios, primo reperto archeologico (e prima opera d’arte in genere) a toccare la soglia del milione di dollari.

Muscarella fu uno dei primi ad accorgersi degli intrallazzi del Met, provando a denunciarli, ma venne messo all’angolo, zittito e ostracizzato.

Ovviamente figuratevi se un ragazzotto cresciuto in uno dei quartieri più duri di New York si faceva mettere sotto per così poco e infatti eccolo tutt’oggi militare in SAFE (Save Antiquities for Everyone), una delle principali organizzazioni non-profit americane dedite alla lotta contro il traffico internazionale di reperti.

L’articolo che ho salvato risente di tutto ciò e la tocca pianissimo già a partire dal titolo: L’Archeologia come Quinta Colonna.

Quinta Colonna di cosa? Del traffico di opere d’arte, naturalmente.

E uno potrebbe pure dire che Muscarella esagera nei toni e nelle argomentazioni, ma poi si legge la storia del papiro di Artemidoro, di Canfora che provò a contrastare Settis e sventare una truffa miliardaria, e si dice che ecco, forse, dire certe cose come stanno, a volte pure con toni troppo fiammeggianti, fa più bene che male.

Che giusto ieri, provando a spiegare certi concetti a una persona totalmente estranea all’ambiente mi trovavo a dire che se ho scelto di fare quello che faccio è proprio perché certi mali sono nati con la complicità di certa archeologia, e solo all’interno dell’archeologia potranno venire debellati.

La contrapposizione Settis/Canfora non è un caso isolato, del resto: io stessa, durante la stesura della tesi di Master e la sua successiva rielaborazione in articolo scientifico, mi sono imbattuta nella diatriba Camporeale/Colonna a proposito di certi reperti che, dall’Etruria, sono finiti misteriosamente in Svizzera: secondo il primo per vie assolutamente casuali e legittime, secondo il secondo, ovviamente, no.

Anche qui: indovinate chi, dei due, aveva ragione.

E del resto anche Fiorella Cottier, l’archeologa e restauratrice che fu consulente tecnico di Giacomo Medici durante il processo, è una figura non priva di ombre: l’archeologia è una scienza e, come tale, ha un’etica, e chi sostiene che i confini non sono poi così netti o mente o è in malafede.

Questo concetto ha segnato talmente tanto il mio immaginario che sono sempre più convinta del fatto che, se dovessi scrivere un romanzo su questi temi, lo imposterei proprio su una contrapposizione tra due studenti di archeologia che, a distanza di anni, si ritrovano proprio su due fronti contrapposti: quello delle case d’aste e quello delle consulenze giudiziarie.

Insistere nel riproporre questo nodo, magari proponendo possibili soluzioni su come scioglierlo è, secondo me, uno dei punti cruciali su cui dovrà lavorare la ricerca nei prossimi anni.

Perché con l’economia globale sempre più in crisi e le autorità nazionali sempre più disinteressate, i privati si sentiranno sempre più autorizzati a razziare.

E, come nei film di Indiana Jones, ci sarà sempre un Belloq pronto a vendersi ai nazisti per portare avanti la sua ricerca.

 

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Consigli di lettura: Colori proibiti, di Yukio Mishima

Uno dei concetti che più mi è rimasto appiccicato tra quelli appresi negli anni del liceo classico è l’etimologia della parola perfezione: è un derivato del verbo perficere che significa, letteralmente, portare a compimento.
Ne deriva che la perfezione è il compimento di qualcosa, e che l’aggettivo perfetto, accostato a un qualsiasi termine, indica che quell’oggetto non ha bisogno di ulteriori ritocchi.
Sta bene così, ha toccato il punto più alto della sua parabola, del suo aspetto, della sua conformazione.
Perché inizio una recensione di un testo di Mishima con una digressione sul concetto di perfezione?
Perché non credo che esista un altro termine che possa descrivere meglio il percorso umano e artistico di quest’uomo fuori dal comune.
25 novembre 1970: una data che in Giappone è diventata un pezzo di storia.
Yukio Mishima, assieme a quattro fidati uomini del Take no Kai, una specie di milizia da lui stesso creata, occupa il Ministero della Difesa e, dopo un discorso celebrato di fronte all’esercito e alla stampa, si toglie la vita secondo le regole del suicidio rituale.
Sul significato politico di tale gesto è stato scritto di tutto di più, quasi sempre tentando di incasellarlo all’interno di schemi politici ben lontani dalla visione che aveva l’autore: il nazionalismo di Mishima, la critica all’occidentalizzazione del Giappone poco hanno a che spartire con l’etichetta di “fascista” che gli è stata appiccicata addosso da certa critica nostrana.
Fa tutto parte di una precisa visione filosofica che l’autore ha costruito nell’arco di una vita intera, e che tocca la sfera politica solo parzialmente (e marginalmente).
Perché ho scelto di tirare in mezzo un discorso tanto scomodo e sgradevole?
Per due ragioni: la prima è che quel suicidio così eclatante è stato il punto di arrivo di tutto il percorso e umano e artistico di Mishima, e volente o nolente non si può intavolare un discorso che sia uno su questo autore senza affrontarlo; due: perché la morte in generale, e il suicidio in particolare, è solo uno dei tanti temi affrontati dall’autore in Colori Proibiti.
Partiamo, infatti, da una considerazione essenziale: Colori Proibiti è un libro che contiene in sé svariati libri: il tema della “maschera”, tanto caro alla cultura giapponese; il tema della condizione dei maschi omosessuali nella Tokyo del dopoguerra; il dualismo vecchiaia/giovinezza, ma anche quello cultura occidentale/orientale; la misoginia, la maternità, l’amore che si realizza solo attraverso la sua stessa negazione; una certa visione della politica, della società e della sua ipocrisia, etc…
C’è una forte componente autobiografica, certo, vale per tutte le opere di questo scrittore ma qui, tutto sommato, è meno “evidente” rispetto al più famoso Confessioni di una maschera.
Come nella mostra sulla sua vita che venne organizzata poco prima del suicidio, in cui il percorso era diviso in quattro “fiumi” che solo percorrendo assieme restituivano un’immagine completa dell’uomo e dell’artista, così l’unione di tutte le sotto-trame e le tematiche restituisce il quadro completo della mente di un uomo incredibile e incredibilmente colto.
Già un riassunto di massima della trama la dice lunga sulla complessità di questo libro: Shunsuke è un anziano scrittore che segue la giovane amante Yasuko in una località balneare. Sospetta, infatti, che lei sia l’ennesima donna che lo abbia tradito. Arrivato lì scopre che Yasuko è in effetti innamorata di un altro uomo, un ragazzo bellissimo e apparentemente incapace di provare amore, Yuichi.
Facendo leva sull’ingenuità del giovane e offrendosi di aiutarlo economicamente Shunsuke, un uomo che è sempre stato brutto e sgradevole, fa di Yuichi il suo strumento di vendetta nei confronti delle donne che lo hanno fatto soffrire.
Qui parte un romanzo quasi parallelo che, seguendo lo schema classico del romanzo di formazione, segue Yuichi nell’esplorazione della propria omosessualità: dalla scoperta delle coppie clandestine nei parchi pubblici alla frequentazione di locali e party sempre più esclusivi; dalle prime esperienze con giovani di pari età a relazioni con uomini sempre più altolocati.
Si intrecciano a questi due filoni l’evoluzione di alcuni altri personaggi, perfettamente definita, tra cui spiccano i coniugi Kaburagi (lei in particolare, forse il più bel personaggio di tutto il libro) e Yasuko, la giovane ingenua che nel corso della storia diviene sempre più consapevole del suo ruolo al fianco dell’indecifrabile Yuichi e, successivamente, di madre.
Ma tutti i personaggi, anche quelli più infimi, sono cesellati con cura, emergendo dalla pagina quasi come persone in carne e ossa.
L’elemento che più mi ha colpita del libro, però, è il modo armonioso e perfettamente coerente con cui Mishima mescola filosofia orientale e occidentale: è la prima volta che mi capita di imbattermi in un romanziere che citi con tanta cognizione di causa Winckelmann, la filosofia e i fondamenti della storia dell’arte greca: la descrizione dell’attimo in cui gli occhi di Shunsuke si posano sulla figura di Yuichi che emerge dalle onde del mare di ritorno da una nuotata mi ha ricordato il modo accorato in cui Winckelmann descrive l’Apollo del Belvedere, che tanto mi colpì il primo anno di università.
Yuichi è l’incarnazione fisica del concetto di Kouros, una tipologia piuttosto importante di statua greca arcaica che rappresentava il giovane ideale (Kore è il corrispettivo femminile): come una statua, come un’idea che deve essere sviluppata, all’inizio è vuoto, privo di pensieri ed emozioni. Sono le esperienze che lo riempiranno, le parole di Shunsuke ma anche gli incontri al Rudon (un locale che rappresenta una delle ambientazioni principali del romanzo) che lo plasmeranno, rendendolo finalmente una persona vera, con proprie ambizioni e desideri e obiettivi.
Solo allora potrà liberarsi dal vincolo che lo tiene legato a Shunsuke.
E però anche il vecchio scrittore, che è tutto meno che un “villain” inteso alla maniera occidentale, seguirà un proprio percorso evolutivo, plasmato da ciò che vivrà di riflesso grazie a Yuichi, in una lunga riflessione spirituale e artistica, colma di riferimenti alla letteratura giapponese, sulla bellezza e la crudeltà della giovinezza.
Colori Proibiti non è una lettura facile, e sotto un certo punto di vista neanche piacevole.
È un libro denso, dove ogni riga ha un peso specifico, ogni parola usata un significato preciso.
Richiede pazienza, ma ripaga dello sforzo.
Perché la lettura è anche questo: una sfida, e i libri montagne da scalare.
Lungi da me voler attaccare una filippica sull’importanza di leggere “alta letteratura”, discorso scemo che ha poco senso, dirò più banalmente che, a volte, è necessario mettersi alla prova, vedere fin dove l’intelletto è in grado di arrivare, fin dove siamo in grado di comprendere qualcosa che è più grande di noi.
È grazie a questo tipo di sfide che possiamo definire meglio noi stessi, i nostri “contorni”, i nostri campi di interesse e le nostre priorità.
Non è questione di cultura, o di superiorità morale: è l’equivalente per la mente del fare sport.
Ogni tanto bisogna alzare l’asticella per vedere fin dove si riesce a saltare: Mishima può essere un bel traguardo.
Non fosse altro che, per una volta, vi troverete di fronte a veri omosessuali maschi giapponesi, e non alle loro rappresentazioni stereotipate da manga.